Assemblea generale

16 NOVEMBRE 2008

ASSEMBLEA GENERALE DI MACONDO

Pove del Grappa, 20 ottobre 2008

«Davanti agli occhi non occorre
avere una città ideale,
ma un ideale di città».
[Card. Carlo Maria Martini]

«Di una città non godi le sette o settantasette meraviglie,
ma la risposta che dà a una tua domanda».
[Italo Calvino]

Amiche e amici carissimi,

«A mo’ di immagine, partirò dall’esperienza di certi monaci dei primi tempi della Chiesa, nel III e IV secolo. Di notte, essi stavano in piedi, nella posizione dell’attesa. Si ergevano lì, all’aperto, diritti come alberi, con le mani alzate verso il cielo, rivolti verso il luogo dell’orizzonte da cui doveva venire il sole del mattino. Tutta la notte il loro corpo abitato dal desiderio attendeva il levar del giorno. Era la loro preghiera. Non avevano parole. Che bisogno c’era di parole? La loro parola era il loro stesso corpo in travaglio e in attesa. Questa fatica del desiderio era la loro preghiera silenziosa. Erano là, semplicemente. E quando al mattino i primi raggi del sole raggiungevano la palma delle loro mani, essi potevano fermarsi e riposare. Il sole era giunto. C’è nell’esperienza spirituale quest’attesa di cui è impossibile dire se sia più particolarmente corporale e spirituale, se sia più specificamente concettuale o affettiva. Sarà per noi una tentazione costante il voler identificare Dio con qualcosa di affettivo oppure di più razionale, di più fisico oppure di più cerebrale. L’attesa concerne il nostro essere intero. E ciò che ci giunge è precisamente il raggio che, illuminando la palma delle nostre mani e cambiando a poco a poco il paesaggio, ci annuncia che il sole viene, altro da ciò che la notte ci permette di conoscere» [Michel De Certeau].

Quando ero bambino andavo e restavo molto tempo nei boschi. Dicevano che le vipere mi avrebbero morso, che, non conoscendo le piante e i frutti, avrei potuto cogliere un fiore velenoso. Cercavano di intimidirmi affermando che gli spiriti mi avrebbero rapito, ma io continuavo per la mia strada e ho incontrato soltanto angeli. Erano molto più timidi verso di me di quanto potessi essere io verso di loro. Così non ho mai avuto paura del male che hanno tanti.

In questi giorni, definiti dai politici e dagli analisti oscuri e tenebrosi per la crisi del sistema finanziario, mi sento garbatamente ilare. Agli ultraliberisti (mi riferisco agli economisti allievi di Milton Friedman), che hanno teorizzato il divorzio tra economia ed etica, inneggiando all’egoismo individuale, all’arricchimento senza limiti a scapito degli altri e a questo tipo di globalizzazione, la realtà ha dimostrato che le loro teorie erano sbagliate. I loro castelli speculativi, infatti, sono miseramente crollati. È patetico vedere governi liberisti diventare difensori di quelle banche che hanno speculato immoralmente, vendendo nebbia e rubando soldi veri ai loro clienti. Speculazioni enormi, che hanno alimentato la ricchezza di pochi, aumentando lo sfascio dei poveri e delle economie reali.

Ci sono ancora verità salvate dalla contingenza?
Bellezze difese dalla polvere della strada? Armonie allontanate dal rumore degli oggetti gettati nel mondo dalla tecnica? Con il crollo delle ideologie se ne sono andate anche le idee, e con le idee sono scomparse le passioni e i sentimenti che le sostenevano. È sopraggiunto uno spaesamento strutturale, perché da quando l’economia da fattore sociale è divenuta forma del sociale e la sua razionalità si è imposta come modello a ogni forma di pensiero, non si dà più nulla che non sia il mondo del denaro. Purtroppo questo sistema ha vinto nella mente di ciascuno di noi.

La nostra è stata definita l’epoca delle passioni tristi. L’espressione non si riferisce alla tristezza che genera pianto e sofferenza, ma a quella che deriva dall’impotenza e dalla disgregazione. La tristezza, cioè, prodotta dalla delusione e dalla perdita di fiducia, un senso pervasivo d’impotenza e d’incertezza che ci porta a rinchiuderci. Per questo ritengo che definirla epoca delle passioni tristi sia insufficiente, perché una società che consuma più di quello che produce, che distrugge più di quello che la natura può ricreare, aggrappandosi disperatamente ai mezzi di difesa e di conservazione, è una beffa e un imbroglio.

I paesi poveri non hanno più la speranza di accedere a una realtà migliore e di essere integrati. L’illusione del progresso, che li ha sostenuti in un passato recente, non esiste più. È caduto il mito che organizzava la nostra società attorno al concetto di futuro come promessa. Oggi non solo non crediamo più che il futuro sia una promessa, ma addirittura la promessa si è trasformata in minaccia. Il futuro, perciò, è percepito come fonte di paura. Inquinamenti di ogni tipo, disuguaglianze sociali, disastri economici, nuove malattie, esplosioni di violenza, d’intolleranza, di razzismo, radicamento di egoismi, pratica abituale della guerra, hanno fatto precipitare il futuro, affidato ora alla casualità, senza direzione e orientamento. Prevale il pessimismo e la passività sulla possibilità di creare nuovi legami di solidarietà, di inventare nuove forme di convivenza. Aspettiamo con urgenza la nascita di uomini nuovi, più spirituali che religiosi. Perché religiosi sono considerati anche i politici che vogliono la guerra e tanti che in una compostezza incomparabile e vestiti elegantemente collaborano a un’economia violenta, esecutrice di discordie irrimediabili.

Dopo queste considerazioni mi è davvero difficile introdurre l’Assemblea Generale di Macondo, quella che chiama i soci a una verifica, a una mobilitazione sugli obiettivi generali, sulla formazione dei processi collettivi di solidarietà e di cittadinanza, sulle attività, iniziative e progetti che accompagnano le nostre scelte e, infine, per il rinnovo delle cariche organizzative previste dallo Statuto. Comprendere l’intreccio tra il personale e il collettivo, tra il corporeo e lo spirituale, tra il razionale e l’emotivo che ci avvicina a Macondo, credo sia un compito arduo se non impossibile. È qualcosa di intimo che appartiene alla coscienza di ciascuno. Scriverne e spiegarlo poi ad altri, è davvero un’operazione incauta. Mille rischi sono in agguato. Troppo sentimentalismo o troppa razionalizzazione, troppa eccezionalità o troppa semplicità. Tutto sembra troppo.

Entrando nella vecchiaia, ho scoperto, che contano sempre meno le faccende e gli affari (il fare) e sempre più sentimenti e affetti (l’essere, il sentire). Si preferisce consegnare preferibilmente ciò che si è, più di ciò che si fa. Un’associazione di volontariato, direi di più, qualsiasi organizzazione sociale, è fatta di relazioni umane responsabili e reciproche, che ci stanno di fronte come un impegno etico, come una domanda a cui rispondere.

Nonostante la stanchezza e le delusioni, siamo ancora in tanti a resistere. Siamo consapevoli che il vecchio mondo non è più possibile e quello nuovo non è ancora emerso. Sono cambiati i tempi, la struttura del volontariato italiano è ingessata, istituzionalizzata, senza carisma e profezia, ma non possiamo chiamarci fuori, non possiamo far dilagare la tristezza. Anche nei confronti del Sud del mondo rischiamo di praticare metodologie vecchie (in giro si vedono cose poco edificanti), rendendo vecchi e consunti pure i valori che professiamo. A volte giriamo a vuoto, eppure ci resta ancora la gioia del fare disinteressato, dell’utilità dell’inutile, di coltivare i nostri talenti senza fini immediati. Ho l’impressione che il senso della mia vita oscilli continuamente tra l’attesa e la collera. Ho bisogno a volte di provocazioni esterne che mi tolgano dal torpore, dall’indugiare sulle offerte attraenti che mi vengono incontro da un ambiente assonnato. In questo ambiente liquido, come scrive Bauman, inconsistente, tutti, ma soprattutto i giovani, ci possiamo salvare nella prossimità con i poveri e gli esclusi, nella convivenza, suscitando sentimenti di amore e di solidarietà, spesso in letargo per droghe o depressione. Abbiamo la responsabilità di vivere intensamente il presente.

«L’elargizione di denaro non costituisce una soluzione, né a breve né a lungo termine. Il mendicante passerà a un’altra auto, e poi a un’altra ancora. Per affrontare onestamente il problema il donatore dovrebbe aprire la porta dell’auto e chiedere al mendicante qual è il suo problema, come si chiama, quanti anni ha, che cosa sa fare, se ha bisogno di assistenza medica e così via. Ma allungare una moneta significa implicitamente invitare il mendicante a sparire. È un modo di sbarazzarsi comodamente del problema». Questa riflessione di Muhammad Yunus, il banchiere dei poveri, sintetizza in parte quello che è il metodo d’intervento di Macondo. Non abbiamo mai creduto che l’elargizione di denaro costituisca la soluzione per i poveri, per i semterra, per i bambini di strada, per gli immigrati, per gli stranieri, per gli zingari, ma sia solo una soluzione propedeutica per chiamarli per nome, riconoscerli e schierarci dalla loro parte, condividendone la speranza di liberazione.

La prossima Assemblea generale dei soci è dunque un’occasione per restare assieme, per superare l’accerchiamento strutturale e morale (almeno così lo vivo io), che ci impedisce di avere uno sguardo oltre il ponte, oltre le mura della nostra città. Continuare a camminare a piedi nudi fino a schiacciare i sassi dell’indifferenza, del fatalismo e della rassegnazione. Riprenderemo, discutendone senza rete, i temi generali che appartengono al patrimonio di Macondo: la pedagogia del viaggio, l’incontro con l’infanzia negata, la spiritualità dentro i fermenti di cambiamento nella realtà quotidiana, la formazione con le varie iniziative. Sul piano organizzativo: trovare una forma più snella alla Festa nazionale, valorizzare la Casa “Maria Stoppiglia” di Rio de Janeiro, nutrire di nuovi contenuti la rivista Madrugada, promuovere iniziative editoriali. Infine, rendere la Segreteria nazionale più leggera, affiancandola da un coordinamento, composto dai responsabili delle varie attività e dei gruppi territoriali. L’assemblea si svolgerà

Domenica 16 novembre 2008
alle ore 9:00 (in prima convocazione)
e alle ore 9:30 (in seconda convocazione)
Vicenza, Casa del Pellegrino Viale X Giugno n. 14 (Monte Berico)

La società politica attuale si presenta come un ventre sterile di donna, non promette figli per il futuro, non fa proseliti, non fa progetti, è come se fosse immobilizzata in un letto per una smisurata indigestione che non riuscirà a smaltire. La scelta che ritengo più importante e più urgente in tale contesto è quella di tornare alla profezia dell’ebreo Lévinas: «La vera responsabilità dell’esistenza è quella del faccia a faccia che lascia intatta la soggettività dell’uomo, ma allo stesso tempo la fa attenta alla ragione dell’altro». Il momento che viviamo, infatti, è simile a quello presentato nel Vangelo di Matteo dove si dice: «Se uno ti costringe a fare con lui un chilometro, tu ne farai due, se uno ti toglie il mantello, dagli anche la tunica». Valorizzare l’incarnazione di Dio e tutte le conseguenze che discendono da questa prossimità, piuttosto che cercare di portare le persone, soprattutto i giovani, nelle costruzioni astratte della teologia.

Vi lascio, amici cari, in attesa di incontrarvi domenica 16 novembre a Vicenza, con un augurio di speranza. I mistici si immergono in Dio con amore ed elevano il mondo intero che resta ignaro. I giusti sono sospinti e animati da Dio e fecondano il mondo con il loro amore operante. I dotti stanno a guardare ed esaminano gli uni e gli altri. I distratti non sanno, non fanno, non vedono nulla di nulla, consumano la vita a comprare e vendere e restano con un pugno di mosche, ma Dio li sorprende alla fine col suo perdono, l’unica cosa che sapranno di lui. Abbracciandovi con sempre maggiore affetto e tenerezza,

Giuseppe Stoppiglia
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Per arrivare alla “Casa del Pellegrino” di Vicenza: – all’uscita dell’autostrada seguire le indicazioni per il Santuario di Monte Berico. La “Casa del Pellegrino” si trova di fronte alla Basilica. C’è un grande parcheggio (Piazzale della Vittoria) dove si possono posteggiare le auto.

Programma della giornata del 16 novembre 2008:

ore 9:30 – saluti e presentazioni

ore 10:00 – relazione del presidente Giuseppe Stoppiglia

ore 12:00 – interventi e discussione

ore 13:00 – pausa pranzo

ore 14:30 – costituzione del seggio ed elezioni

ore 15:30 – chiusura.

N.B. Vi preghiamo, se vi è possibile, per ragioni organizzative, di confermare la Vostra presenza (via e-mail segreteria@macondo.it, fax o telefono).