B&B

Da dove cominciare il racconto di un viaggio? Dalle impressioni che hanno suscitato paesaggi inconsueti? Dalla descrizione minuzionsa delle persone incontrate? Dallo sforzo indispensabile per non ridurre queste stesse persone a “personaggi” folclorici, esotici, differenti solamente perchè, appunto, differenti? Come sfuggire i luoghi comuni? Non ne ho la minima idea.

Lasciamo allora che la memoria si impadronisca delle mie dita lente e incerte affinchè i ricordi corrano liberi e mi restituiscano tutto quello che ho visto, vissuto, sentito, provato.

La sensazione dei piedi bagnati da una pioggia permanente. Una caduta in un pavimento scivoloso, con sbattuta inclusa di braccio e gamba, determinata dalla mia cronica distrazione. La stanchezza totale. Le discussioni conturbate con gli amici. El Pichar: la ceriomonia, per me inedita, del masticare la foglia di coca. Sissignori, ho masticato la foglia di coca, quella che milioni di índios del continente usano per aiutarsi a sopportare la fatica di vivere. L’ho masticata anch’io. In fondo mia nonna era india guaranì e alcuni anni fa venni accolta e riconosciuta come membro della famiglia indígena attraverso il rito del Nhamon Gray, il battesimo, quando attraverso il fumo sacro e il trance mi venne donato il mio nuovo nome di Ará Mirim. E poi ero in Bolivia. Santa Cruz de la Sierra.

Il grande Mauro Furlan, il nostro eterno Maluco Beleza (il matto bellezza), mi ha invitato a visitare i vari progetti con cui ha avuto contatto in quel paese. Il mondo intero conosce la Bolivia e la sua storia, il mondo intero conosce le sue recenti vicissitudini politiche e sociali, il mondo intero conosce… niente! Della Bolivia nessuno conosce niente. Siamo tutti un branco di ignoranti. Non sappiamo neanche dove si trovi sulla carta geografica. Quando molto ci ricordiamo della coca, che confondiamo con la cocaina o al massimo con la coca-cola. E allora come penso di parlare di un Paese e di un popolo che ho visto per soli quindici giorni? Ricordando quello mi è caro: i bambini. Abbiamo già scritto altrove sui chicos de la calle di Ciudad de Leste in Paraguay: meninos de rua in Brasile di lingua portoghese, chicos de la calle nel resto del continente di lingua spagnola. Siamo, noi, il Brasile, il paese più ricco, più industrializzato dell’emisefo sud. La presenza massiccia dei meninos de rua ci accomuna ai paesi più poveri, più miserabili. Brasile e Bolivia in questo aspetto possono camminare insieme. Ed è per ciò che ricordo con simpatia e ammirazione il Proyecto Don Bosco Theco Pinardi, centro di accoglienza notturna per los chicos de la calle, organizzato dai salesiani. Los chicos arrivano volontariamente e sono accolti così nel modo in cui si presentano… Il pensiero vola ad anni fa quando, di notte, accompagnavo i miei meninos de rua in un centro di accoglienza nel quale non potevano entrare se non indossassero dovutamente le scarpe! Meninos de rua con le scarpe! Da dentro, alcuni lanciavano dalle inferriate scarpe e ciabatte agli amici lasciati fuori che addirittura arrivavano ad assaltare i passanti per ottenere cio che era richiesto, riuscire ad entrare nella casa di accoglienza e rifugiarsi dal freddo invernale di cinque gradi.

Qui è tutto diverso, los chicos arrivano e sono ricevuti da un educatore che li conosce per nome, fanno un bagno, lavano i loro vestiti, cenano la loro probabile unica rifezione della giornata e possono scegliere tra varie attività educative e di intrattenimento. Noi, il paese più industrializzato dell’emisfero ecc, lasciamo che dei nostri meninos si occupino volontari o “educatori” senza la minima preparazione per esercitare tale funzione. Là, in Bolivia, sconosciunta perfino sulla carta geografica, chi si occupa dei chicos è gente professionista che sa quello che fa. Anche l’ambiente non si può paragonare al nostro. Pulito, in ordine, organizzato in modo che los chicos si sentano in casa e responsabili per la sua gestione. Il funzionamento della casa permette a los chicos di poter arrivare alle diciotto e passarci la fine del pomerigio, tutta la notte fino alle sette del mattino, quando devono lasciare l’alloggio non senza prima aver fatto colazione ed aver ricevuto un vale autobus per arrivare al centro di accoglienza diurno.

Il Centro Fortaleza rappresenta quanto di meglio si possa pensare in termini di carcere minorile. Noi, il paese più ricco ecc, siamo stati capaci di elaborare il mostro chiamato Febem, del quale abbiamo parlato in molte occasioni; là nel paese perduto nella carta geografica, pensano che i bambini meritino rispetto. Il Centro Fortaleza non è una casa di reclusione, ma di risocializzazione. Può ospitare fino a cinquanta chicos, qui nel paese più ecc, migliaia. Là, scuola e corsi professionalizzanti per la formazione dell’individuo; qui, tempo ozioso, morto. Là, i bambini sono conosciuti per nome, qui…

Anche il Centro Renacer che ospita las chicas, bambine condannate dalla giustizia, merita di essere ricordata con ammirazione. La piccola unità in cui gli educatori possono realmente esercitare la loro funzione; la capacità di elaborare un progetto educativo che ha come fine, non la punizione in sè, ma il recupero della persona che ha commesso un delitto; le attività che svolte affinchè queste bambine diventino coscienti di se stesse e delle loro capacità, hanno lasciato in me la sensazione di che non tutto è perduto. Il mio paese, il più ecc, ha ogni presupposto per stabilire una politica in favore della sua infanzia, ha tutto per capovolgere il quadro di totale abbandono in cui vivono gli individui più deboli. A questo dovrebbe servire la globalizzazione! Non solamente per importare telefonini o computer. Basta globalizzare la miseria! Basta globalizzare l’indigenza dei nostri paesi! Noi brasiliani, noi boliviani, noi latinoamiericani vogliamo spazio sufficiente perchè le eccellenti idee e realizzazioni come queste, che ho rapidamente ricordato, diventino patrimonio comune dei nostri popoli.

Voglio cantre come chico Buarque:

Apesar de você
Amanhã há de ser
Outro dia
Eu pergunto a você
Onde vai se esconder
Da enorme euforia
Como vai proibir
Quando o galo insistir
Em cantar
Água nova brotando
E a gente se amando
Sem parar

(Malgrado te, domani sarà un altro giorno. E io ti domando dove andrai a nasconderti dall’enorme euforia. Come potrai proibire, quando il gallo insisterà a cantare. Aqua nuova che sgorga e la gente che si amerà senza fine).

Ecco come vorrei che i nostri popoli cantassero. All’epoca in cui questa canzone fu scritta, “você” significava “dittatura militare”. Oggi significa “estrema miseria”, “ignoranza assoluta”, “mancanza dei diritti elementari”, “mancanza del diritto ai diritti”.

Siamo nella settimana di carnevale, vera e propria (e mi si perdoni la bestemmia) settimana santa della nostra gente. Settimana santa sì, perchè solamente adesso possiamo immaginare il paese in giubilo, o meglio, possiamo giubilare con lui, il nostro popolo, con la nostra allegria e la nostra bellezza che trascende la miseria dalla quale “apesar de você”, malgrado te, ad ogni istante fiorisce. E poi dicono che non esistono i miracoli.

Que viva a Bolivia, Que viva o Brasil!

Edith Moniz

B&B

Por onde começar o conto de uma viagem? Pelas impressões que suscitaram paisagens insólitas? Pela descrição minuciosa das pessoas encontradas? Pelo esforço que é indispensável fazer para não reduzir estas mesmas pessoas em “personagens” folclóricas, exóticas, diferentes… somente porque … diferentes? Como fugir dos lugares comuns? Não tenho a menor idéia.

Deixamos então que a memória se apodere dos meus dedos lentos e inseguros para que as lembranças corram soltas e me devolvam tudo o que vi, vivi, senti, experimentei.

A sensação dos pés molhados por uma chuva permanente. Uma queda com batida de braço e perna num chão escorregadio determinada pela minha crônica distração. O cansaço total. As discussões com os amigos travadas até o fim. O Pijchar: a cerimônia, para mim inédita, do mastigar a folha de coca. Sim senhores, mastiguei a folha de coca, aquela que milhões de índios do continente usam para amenizar a dor de viver. Mastiguei eu também. De fato minha avó era índia guarani e alguns anos atrás fui acolhida e reconhecida como membro da família indígena através do rito do Nhamon Gray, o batizado índio, quando pelo fumo sagrado e o trance me foi doado o meu novo nome de Ará Mirim. Sim, é isso mesmo. Mastiguei a folha de coca com amigos que me iniciaram ao ritual: estava na Bolívia em Santa Cruz de la Sierra.

O grande Mauro Furlan, o nosso eterno Maluco Beleza, me convidou para visitar os vários projetos com que teve contato naquele País. O mundo inteiro conhece a Bolívia e sua história, o mundo inteiro conhece a suas recentes vicissitudes políticas e sociais, o mundo intero conhece… nada! Da Bolívia ninguém conhece nada. Somos todos um bando de ignorantes. Não sabemos nem onde se encontra no mapa. Quando muito lembramos da coca, que confundimos com a cocaína ou mesmo com a coca cola. E então como pretendo falar de um País e de um povo que vi somente por quinze dias? Lembrando daquilo que me é caro: as crianças. Já escrevemos precedentemente sobre os chicos de la calle da Ciudad de Leste no Paraguai: meninos de rua no Brasil de língua portuguesa, chicos de la calle no resto do continente de língua espanhola. Somos, nós, o Brasil, o país mais rico, mais industrializado do hemisfério sul. A presença maciça dos meninos de rua nos acomuna aos países mais pobres, mais miseráveis. Brasil e Bolívia nesse ponto podem caminhar juntos. É por isso que lembro com simpatia e admiração o Proyecto Don Bosco Techo Pinardi, centro de acolhida noturna para os chicos de la calle organizada pelos salesianos. Os chicos chegam voluntariamente e são acolhidos assim do jeito que se apresentam… O pensamento voa, lá, quando anos atrás, de noite, acompanhava os meus meninos num centro de acolhida noturna no qual não podiam entrar se não estivessem devidamente calçados! Meninos de rua de sapato! Os de dentro jogavam pela grade sapatos e chinelos aos amigos barrados; alguns deles até chegavam a assaltar transeuntes para obter o que calçar e entrar assim na casa de acolhida para fugir do frio invernal de cinco graus.

Aqui é tudo diferente, os chicos chegam e são recebidos por um educador que os conhece pelo nome, tomam banho, lavam suas roupas, jantam a provável única refeição do dia e podem escolher entre várias atividades educativas e de entretenimento. Nós, o país mais industrializado do hemisfério etc…, deixamos que dos nossos meninos se ocupem voluntários ou “educadores” sem a mínima preparação para exercer tal função. Lá, Bolívia, desconhecida até no mapa, quem se ocupa dos chicos é gente profissional que sabe o que faz. O ambiente também não pode se comparar com o nosso. Limpo, arrumado, organizado de forma tal que os chicos se sintam em casa e responsáveis por ela. A casa funciona de tal forma que os chicos podem chegar às dezoito horas e passar ali o fim de tarde e a noite toda até as sete da manhã, quando devem deixar o alojamento não sem antes ter tomado o seu café e sem ter recebido um vale transporte para chegar ao centro de acolhida diurno.

 

O Centro Fortaleza representa quanto de melhor se possa pensar em termo de cárcere para menores. Nós, país mais rico etc, elaboramos o monstro chamado Febem do qual falamos em muitas ocasiões; lá no pais fora do mapa, pensaram que as crianças merecem respeito. O Centro Fortaleza não é casa de reclusão mas sim de resocialização. Pode abrigar até cinqüenta chicos, aqui, no país mais etc, milhares. Lá, escola e cursos profissionalizantes para a formação do indivíduo; aqui, tempo ocioso, morto. Lá, as crianças são conhecidas pelo nome, aqui…

A casa que hospeda las chicas, Centro Renacer, meninas infratoras, também merece ser lembrada com admiração. A unidade pequena em que os educadores podem realmente exercer a sua função, a capacidade de elaborar um projeto educativo que tem como fim, não a punição em si, mas a recuperação da pessoa que cometeu um delito; as atividades ali desenvolvidas para tornar estas meninas conscientes de si e das suas capacidades, deixaram em mim a sensação de que nem tudo está perdido. O meu país, o mais etc, tem tudo para estabelecer uma política a favor da sua infância, tem tudo para reverter o quadro de total abandono no qual se encontram os indivíduos mais fracos. A isto deveria servir a globalização! Não somente para importar telefones celulares ou computadores. Chega de globalizar a miséria, chega de globalizar a indigência dos nossos países. Nós brasileiros, nós bolivianos, nós latino-americanos queremos espaço suficiente para que as excelentes idéias e realizações como estas que lembrei rapidamente se tornem patrimônio comuns dos nossos povos. Quero cantar como Chico Buarque:

Apesar de você
Amanhã há de ser
Outro dia
Eu pergunto a você
Onde vai se esconder
Da enorme euforia
Como vai proibir
Quando o galo insistir
Em cantar
Água nova brotando
E a gente se amando
Sem parar

Assim mesmo gostaria que os nossos povos cantassem. Na época em que esta canção foi escrita “você” significava a ditadura militar. Hoje significa a estrema miséria, a absoluta ignorância, a falta dos direitos elementares, a falta do direito aos direitos.

Estamos na semana do carnaval, verdadeira (e me perdoem a blasfêmia) semana santa da nossa gente. Semana santa sim, porque somente agora podemos imaginar o país em júbilo, ou melhor, podemos jubilar com ele, o nosso povo, com a nossa alegria e a nossa beleza que transcende a miséria da qual “apesar de você”, a todo instante brota.

E ainda dizem que os milagres não existem.

Que viva a Bolívia, Que viva o Brasil!

Edith Moniz