Cara figlia

Cara figlia,
quando scriviamo sul clima di violenza generalizzata che infesta il paese, quando riportiamo i numeri e le statistiche degli omicidi, ci accorgiamo, rileggendo, che, tutto diventa oscuro, nebuloso, privo di identità, talmente inaudito da sembrare frutto di invenzione. Si parla di migliaia, decine di migliaia di morti ammazzati ogni anno, come un cataclisma, uno tsunami, un castigo biblico. Spesso, per dimostrare la credibilità dei dati, citiamo casi di persone conosciute personalmente che fanno parte di queste statistiche o sono sopravvissute ad esse. Come nel caso di João, il protagonista dell’ultima storia che abbiamo raccontato.
Riportiamo a seguire un breve articolo non firmato dal sito delle Rede Globo, in cui si parla della prossima relazione dell’ONU sulla violenza in Brasile e sul problema delle esecuzioni sommarrie commesse da gruppo di sterminio legati alla polizia e alle milizie clandestine che, in cambio di una illusione di sicurezza, terrorizzano le popolazioni emarginate delle periferie. Un fenomeno che riguarda non solo Rio e São Paulo, ma che abbraccia il Paese intero. Anche se queste cose le sai, perchè me le senti dire da sempre, è bene ricordarle.
L'ONU avvisa che in Brasile tra 45 mila e 50 mila persone all'anno sono vittime di omicidio e accusa membri della polizia di partecipare al crimine organizzato quando fuori servizio. Mentre attacca l'impunità nel paese il relatore dell'ONU sulle Esecuzione Sommarie, Philip Alston, ha divulgato la sua relazione sul Brasile facendo appello per "una riforma urgente e disperata" del sistema giudiziario e della polizia, oltre ad una maggior rimunerazione degli agenti per evitare la corruzione delle forze dell'ordine.
La relazione è stata prodotta a partire dalla visita di Alston in Brasile alla fine dell'anno scorso. Nel suo polemico viaggio venne attaccato dalle autorità nazionali. Le sue conclusioni sono chiare: "la popolazione brasiliana non ha lottato 20 anni contro la dittatura e non ha adottato una costituzione per consegnare il Brasile alla polizia che uccide con impunità in nome della sicurezza". Secondo i dati pubblicati dall'ONU, mille e trecento casi di omicidi commessi da poliziotti sono stati registrati a Rio nel 2007 e classificati come "resistenza a pubblico ufficiale".
"Ho ricevuto molti segnalazioni degne di fiducia di che in realtà queste morti sono omicidi sommari", ha detto il relatore nel documento che sarà inviato ai 192 paesi dell'ONU. "Nulla è fatto per investigare, processare e condannare i responsabili", afferma. Nella valutazione dell'ONU, appena il 10% degli omicidi a San Paolo e a Rio sono portati in tribunale. Nella stato di Pernambuco, la percentuale è di appena 3%. Dei casi processati, appena una metà finisce con la condanna dei colpevoli. Secondo Alston molti degli squadroni della morte nello stato di Pernambuco sono formati da poliziotti. L'ONU, comunque, riconosce il rischio che corrono gli agenti: la polizia in Brasile chiaramente opera sotto un rischio significativo, il numero di poliziotti uccisi è inaccettabile".
Purtroppo viviamo tempi duri in cui sembra che non ci sia via di scampo. Allora, prendiamoci una vacanza, vieni, ti porto con me, lontano da qui, da questo paese ingrato in cui il vivere o addirittura il semplice sopravvivere è diventato una scommessa persa in partenza; in cui intere regioni sono dominate dal crimine organizzato con la connivenza o la indolenza dello Stato e chi si azzarda a collaborare con la giustizia viene massacrato sulla pubblica via. Vieni, andiamo.
Una manciata di giorni, praticamente solo qualche ora e poi pesteremo insieme, finalmente dopo tanti anni, il mio caro suolo natio. Commosso fino alle lacrime ti farò vedere i luoghi sacri dove nacqui e vissi, dove diedi i miei primi passi, dove appresi le mie prime nozioni, dove studiai e diventai uomo. Ti accompagnerò lungo i corridoi di palazzi rinascimentali e musei a contemplare statue e quadri, affreschi e volte dipinte da mani sublimi, salirò su torri e campanili, entrerò in cattedrali e cripte di paesini sperduti e grandi città. Vedi, figlia mia, questo è il paese di tuo nonno e di tuo padre. Vedi quanta bellezza, quanta arte, quanta sapienza, quanta saggezza. Io, tu, un popolo intero, figlio dei figli di Michelangelo e di Leonardo, di Dante, Petrarca, Leopardi e Manzoni. Io, tu, un popolo intero marcato nell’anima dalla poesia visiva di Fellini, dalle allegre smorfie di Totò, dalla corporeità della musica di Vivaldi e di Rossini. Pensa, bambina mia, sei figlia di persone antiche, persone che nel passar dei secoli hanno solcato mari e monti portando la civiltà al mondo. Figlia, e perchè no, anche di un piatto di rigatoni al ragù, di un abbacchio alla romana, degli spaghetti alla puttanesca e un bicchiere di lambrusco. Figlia di un Paese in cui la tradizione umanista di secoli di cultura prevale sulla logica infame del profitto a qualunque costo. Un paese che ha imparato la formula della convivenza civile dagli affreschi senesi di Ambrogio Lorenzetti e dalle visioni di Piero della Francesca, e che ha trovato nelle pagine de La Città del Sole e nei consigli di Giordano Bruno il modo ideale per vivere rispettando i più deboli, accogliendo i popoli bisognosi di aiuto. Sei figlia di gente che abiura la guerra come metodo per risolvere i conflitti e si rifiuta di mandare ragazzi armati in paesi altrui per garantire interessi di potenze egemoniche il cui unico fine è il dominio puro e semplice, perchè per secoli, è stata lei stessa vittima di queste stesse potenze che hanno fatto della sua terra territorio di conquista e teatro di operazioni militari, dividendone il popolo in tanti staterelli nemici, ritardandone l’unità per centinaia di anni. E la storia, bambina mia, è una grande maestra. Sei figlia di gente che non solo riesce a convivere con gente di altre terre, ma ne rispetta l’identità, perchè sa bene cosa vuol dire emigrare e vivere in un paese lontano. Figlia di gente che ha capito il valore della solidarietà tra i popoli, perchè per decenni mandò i suoi figli al di là del mare in cerca di un tozzo di pane e questi, oltre a trovare pane, trovarono anche patria, una nuova patria chiamata America, Argentina, Urugay, Brasile, dove prosperarono in tal modo da poter aiutare i loro padri che rimasero qui, tra campanili e cattedrali. E grazie a questa esperienza di vita che ha segnato intere generazioni, oggi, il mio, il tuo, il nostro paese, la nostra patria di origine stende la mano a coloro che implorano pane e patria nuova. E questi, quando arrivano, sanno che saranno trattati come uomini e che le umiliazioni sofferte nel loro paese di origine saranno un lontano ricordo. Sanno che non dovranno sottomettersi mai più a lavori umilianti, a vivere in condizioni sub umane, a guadagnare un salario da fame. Sanno che i loro figli potranno andare liberamente a scuola e che potranno professare liberamente il loro credo, così come hanno fatto i nostri avi in America, Argentina, Uruguay, Brasile. Sanno che la mostruosa macchina burocratica dei loro paesi di origine non li perseguiterà più e che Qui, terra dei figli dei figli di Michelangelo e di Leonardo, nessuno più fa uso di quella antiquata pastoia di timbri e carta bollata, domande in duplice copia e certificato di esistenza in vita con sigillo consolare e firma riconosciuta, tradotta e autenticata. Qui, figlia mia, basta la tua parola di cittadino, e la pubblica amministrazione ha il dovere di crederti. Non proverai l’atroce agonia dell’attesa di un impiegato comunale momentaneamente assente, non sentirai mai un funzionario pubblico rivolgerti parole maleducate o sgarbate alla fila dello sportello, nessuno cercherà di passarti davanti e ad una tua timida protesta risponde: lei non sa chi sono io! L’armoniosa convivenza tra la gente fa aumentare la tua fiducia nel prossimo in tal modo che un estraneo ti può salutare amichevolmente anche se non vi conoscete, senza nessun timore reverenziale di dire “buongiorno”, e se fai una carezza ad un bimbo incontrato ai giardinetti, il tuo gesto viene interpretato per quello che è, una carezza, e non come una losca avance di un pedofilo in agguato.
Capirai tutto, figlia cara, tra qualche giorno, quando arriveremo tra persone che hanno capito il valore assoluto della parola di San Francesco, “fratello”. Persone che grazie a questa comprensione non si permetterebbe mai di accusare i poveri immigrati di voler rubare e rapire i loro figli; persone a cui non verrebbe mai in mente di assaltare e bruciare i campi nomadi scacciando in malo modo donne e bambini. Stai tranquilla, figlia mia, dove sono nato io non è mica come il posto in cui sei nata tu, dove l’aria è irrespirabile e i rifiuti si accumulano per le strade e i miserabili fanno a pugni per accaparrarsi un cartone o una vecchia carcassa di latta. Queste cose nel paese di tuo padre e di tuo nonno non succedono e non succederanno mai; nel nostro paese, la preservazione dell’ambiente è la priorità numero uno: nessun governante penserebbe mai di permettere lo scempio edilizio dei litorali marittimi e dei centri storici per poi promulgare un decreto di condono sommario di tutti gli orrori abusivi. Nessun governante penserebbe mai di costruire opere faraoniche prive di una reale necessità solamente per legare il suo nome alla Storia. Nessuno mai si imbarcherebbe in avventure futuribili, come costruire ponti lunghi chilometri in zone sismiche, tunnel e linee ferroviarie di altissima velocità, a scapito delle popolazioni locali, in una specie di culto alla dinamica del progresso, come se il progresso significasse arrivare due ore prima a Parigi o a Francoforte e se questo poi facesse realmente alcuna differenza. Nessun governante vivrebbe come un satrapo, tra belle donne, ville e barche a vela, posando come un divo da rotocalco.
Stanne certa, figlia mia, nel mio paese sei e sarai tutelata, i tuoi diritti verranno rispettati e soprattutto sarai informata di tutto quello che succede intorno a te, in modo chiaro, leale e trasparente. Nel mio paese, figlia mia, nessuno manipola l’informazione a suo piacimento per farti pensare quello che non penseresti mai. Nessuno si azzarderebbe a prendersela con giornalisti indipendenti imponendo il loro allontanamento da giornali e programmi televisivi. Nel mio paese, figlia mia, la politica è una cosa seria. Le idee sono chiare, se sei di destra, sei di destra; se sei di sinistra, sei di sinistra e delle parole di un uomo politico ti puoi fidare ciecamente. In campagna elettorale i programmi delle coalizioni sono così diversi tra loro, che nessuno si azzarderebbe mai di accusare l’avversario di avergli plagiato le idee. I partiti sono veramente la reale espressione della volontà popolare e la loro principale preoccupazione è il bene comune e non certo la sistemazione dei loro uomini e dei loro affiliati in posti chiave del potere per poi manovrare fondi pubblici a loro piacimento. Questo succederà nel tuo paese, figlia mia, non nel mio. Nel mio no. La res pubblica è veramente la cosa  pubblica che sta a cuore a tutti. E i cittadini sono in buone mani, la politica, come la libertà, è partecipazione, soprattutto dei giovani, interessati, dinamici, altruisti, idealisti, degni eredi dell’educazione trasmessagli dai loro padri.  I giovani, intelligenti e scaltri a tal punto da non badare ai gadget effimeri che il mondo gli sbatte sotto il naso come simbolo necessario di status: computer, telefonini, I-pod, macchine potenti con cui andarsi ad ammazzare il sabato sera dopo una notte passata a stordirsi l’anima in discoteca. I giovani non cadono nel gioco sporco che ha trasformato in valore primordiale la fama istantanea di programmi televisivi da guardone bavoso. Nel paese di Raffaello e Bernini, è impossibile. Perchè Qui i giovani maturano in fretta, diventano uomini che da subito assumono responsabilità di famiglia e di lavoro, che per altro, dona a tutti ampie garanzie di stabilità. E quando un giovane arriva all’età che tuo padre ha oggi, figlia cara, non è più considerato un “ragazzo” in cerca di affermazione professionale, ma è trattato col rispetto che merita, come uno che lavora da quasi trent’anni e che è all’apice della sua capacità produttiva. I giovani, figlia mia, lo sanno bene, lo sentono sulla pelle e provano rispetto e gratitudine per gli anziani a cui le pensioni permettono una vita degna di conforto e benessere.
Figlia carissima, i timori e l’incertezza del futuro che soffri nel posto dove sei nata e dove vivi, nel mio paese scompariranno appena ci metteremo piede, stai tranquilla. La forza di una cultura millenaria ti stenderà un caldo e confortevole abbraccio. Là, dove ti porto, al contemplar le amate sponde, tra le recondite armonie delle forme di Giotto e Palladio verserai una furtiva lacrima di gioia, berrai nei lieti calici della beatitudine, sentirai l’afflato mistico della bellezza avvolgerti lo spirito in un dolce naufragar sull’ali dorate del pensier che va…
Nel mio paese, che è anche il tuo, di Leonardo, del ragù e compagnia bella, potrai dire finalmente: sono a casa!