Dalla Bolivia

Carissimi Amici
Ecco un altro racconto del mio amico Fiorenzo che si trova a Santa Cruz de la Sierra a contatto con gli educatori di Casa Mitai e dei ragazzi lavoratori ( NATs = Ninos e Adolescentes Trabajadores). Qui le sue riflessioni che sono anche le mie. Con queste parole vi faccio gli auguri di un 2008 ricco di vita che i mezzo a mille contraddizzioni  germoglia, fiorisce, si espande e mette radici sempre più profonde. Mauro Furlan

 
Lettera di Fiorenzo:
Cari amici,
vi voglio raccontare degli educatori e dei ragazzi di un luogo speciale che si chiama "Casa Mitai".
Da un pò di tempo speravo si creassero le condizioni per un incontro più informale visto che ci vado ma sempre durante gli orari di lavoro con i ragazzi. Ho pensato di invitare 3 educatori a bere qualcosa assieme. Pian piano, parlando le cose vengono alla luce in modo più autentico. Raccontano che sono felici del proprio lavoro con i ragazzi. Un po' meno dello stipendio. Una di loro, per esempio, si deve pagare l'affitto, l'universita' che frequenta al sabato, i libri che costano come in Italia e che deve pagare a rate con trattenuta sullo stipendio. C'è poi il costo degli spostamenti, il vestire, il mangiare della sera. Rimane niente. Per fortuna che l'allegria e la gioia di vita di questi educatori non costa nulla. Ci salutiamo dandoci appuntamento per l'indomani alle 7,30 a Casa Mitai.

Con l'educatore Wilson ci apprestiamo a raggiungere uno dei grandi mercati generali di Santa Cruz che si chiama Abasto. Qui da alcuni anni i ragazzi lavoratori si sono organizzati in associazione e hanno un piccolo ufficio, sede del gruppo Nats.  Come ogni mattina Wilson alza la saracinesca del piccolo ufficio che è collocato all'interno del grande mercato e subito cominciamo ad avvertire alcuni dei ragazzi della colazione pregandoli di passare parola.

Ne arriveranno una quarantina e tra un succo e un pan dolce, si riposano,si lavano mani e viso chiacchierando animatamente. Incrocio lo sguardo con un ragazzino che mi saluta con un sorriso. Subito ricordo che era quello che ha voluto farsi una foto con me il giorno della "Graduacion"(consegna del diploma). Si chiama Ariel, primo di quattro fratelli. La madre non lavora, il secondo marito ha un lavoro provvisorio in una impresa stradale. Questo genere di storie sono la normalità per i ragazzi che frequentano Casa Mitai. E' vivere in bilico, vivere senza programmi, proprio giorno per giorno. C'è un velo di rassegnazione, un seme di speranza lo vedo in questo adolescente. Nel suo modo di vivere, uno che lavora per il pane quotidiano, che studia, che frequenta un corso di computer e che desidera continuare a studiare come tecnico di computer. E' successo alcuni giorni prima, alla conclusione e consegna degli attestati del corso di computer. Corsi che da un paio di anni , con alcuni amici italiani, sosteniamo economicamente. Ricambio il saluto dandogli il cinque.

Alla spicciolata, cosi come sono arrivati, ritornano  con le loro caretillas (carriole) al lavoro. Per loro comincia tra le 4 e le 5 del mattino. I piu' piccoli (7-11 anni )  terminano verso le 11 e poi vanno a pranzare in Casa Mitai. Pomeriggio a scuola. Gli altri, i più grandi,  lavorano fino alle 6 di sera. Ma dalle 7 alle 10 a scuola. Sempre a Casa Mitai..
 
Questi picccoli segni di lotta, di resistenza, di insistenza forse sono proprio la speranza. Mi par di capire che l'aiuto che stiamo offrendo serve. Magari a poco, ma serve. Magari forse più a noi stessi, per svegliarci dal sonno, per accorgerci, per esserci, per individuare cambiamenti da fare. Se l'aiuto serva a loro….lo spero. Teresa di Calcutta diceva che una persona non puo pensare di sconfiggere la fame del mondo, ma se riesce a sollevare un'altro, ha fatto molto per migliorare il mondo.
 
Un paio di giorni dopo, passo per Mitai. Ragazzi ed educatori stanno dipingendo le "caretillias" (carriole).  Al centro del campo una grande pozzanghera che serve a lavare le carriole; ai bordi si dipinge. Subito mi colpisce la fantasia nel dipingere. Il colore base e' il verde con il quale si scrive il proprio numero distintivo e il nome. Il resto e' pura fantasia: dai raggi dipinti col color alluminio,ai loghi di auto moto e commerciali, ai fiori ecc. Il massimo e' l'uso del colore a spruzzo. Prendono il vasetto di colore, due tubicini saldati tra loro a circa 90 gradi , una estremità dentro il vasetto e soffiando dall'altra imitano il colore a spruzzo del compressore. E' bellissimo guardare con quale impegno e maestrìa usino questo strumento per abbellire la carriola. A mezzogiorno pastasciutta con dentro non so che, per tutti. Divorata!

Un tardo pomeriggio con un paio di educatori, incontriamo alcuni ragazzi lavavetri ad un semaforo. Uno dei ragazzi mostra particolare gioia nel salutare. Si chiama Adolfo. Ha 16 anni, il primo di 6 fratelli. Il padre abbandonò la famiglia 3 anni fa quando e' nata l'ultima figlia. La madre ora e' malata di cancro, inferma. Lui, Adolfo e' uno dei leader del MONATSCRUZ, (MOovimento natS Santa CRUZ). La sua giornata inizia di buon'ora ai semafori, fino al pranzo che consuma nella sede dell'associazione dove c'e' una stanza adibita a cucina.  Nel pomeriggio c'è la scuola fino alle 18 . Alle 18,30 ritorno ai semafori. Con il suo lavoro e quello del fratello Dilmar, di 14 anni, devono mantenere tutta la famiglia.
 
A volte mi stanco di sentire queste storie. Ma forse, più che stanchezza è la sensazione di non  poter spostare niente di importante. Ma posso imparare. So che la speranza è una parola seria e che per questo può diventare banale e ambigua ma ho la sottile speranza che per queste storie umane stiano preparandosi tempi ed esistenze più degne. I percorsi sotterranei di questi ragazzi ( la volontà, lo studio, l'associarsi anche per migliorare altri, l'innamorarsi, il far festa,… ), come Adolfo e la sua giovane amica,  parlano di qualcosa di nuovo.
 Qui' in Bolivia il lavavetri e' un lavoro a tutti gli effetti. Adolfo lotta affinchè la società possa trattare questi ragazzi – che ancora non hanno riconosciuti i loro dititti – in modo piu' umano. I lavavetri sono i meno pagati e i piu' insultati e umiliati.
 
In Italia questi problemi non ci toccano e se ci toccano è perchè entrano in una sfera emotiva che dura quanto le feste di Natale.  Anche i problemi di molti possono diventare  funzionali a una cultura
 
Se di preghiera posso parlare, guardando in faccia i bambini lavoratori di Santa Cruz ho pensato al cosidetto Regno di Dio. Pare proprio che non sia già fatto. C'è qualcosa che ci assomiglia. Ma forse bisogna mettersi in gioco di più. I talenti ci sono, e sono le persone, i fatti, i segni. Questo ben di dio va portato alla luce.
Ciao e Grazie, Fiorenzo