Dèclaration Universelle

(Cosa sarebbe di noi in un mondo giusto? – Carlos Fuentes – “Los años con Laura Diaz”)
guanaes

Basta alzare gli occhi, anzi, è impossibile non accorgersene. È immenso, per il luogo, lo stile e il tema descritto ricorda i murales messicani di Diego Rivera e José Clemente Orozco. Lo spazio pubblico usato per parlare e affrontare problematiche di interesse comune: anche se ci si passa in fretta, la stazione della metropolita offre requisiti interessanti, grandi pareti, ampi spazi. E basta distogliere lo sguardo dai gradini della scala mobile che, per tutta la durata della discesa al piano inferiore, il dipinto di  Gontran Guanaes Netto occupa la nostra visione per una manciata di secondi, pochi, d’accordo, ma quando ci si passa tutti i giorni… : centinaia di volti anonimi, nell’inconfondibile tenuta da tagliatore di canna –cappellaccio, fazzoletto in testa, giaccone, guanti– qualche personaggio della storia mondiale legato alle lotte sociali, Luiz Carlos Prestes, Patrice Lumumba, Nelson Mandela e un agguerrito Fidel, Chico Mendes fanno corona alle tavole della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, scritti in francese, nella lingua in cui furono concepiti.
Il mio amico racconta, io gli credo, parola per parola.
-Mi hanno rubato la macchina, ho fatto la dununcia. È vicino, ma per non passare da lì prendo la metropolitana, arrivo al commissariato della mia zona. Lì, la mia zona, è dove batte il cuore sotto-proletario dell’infamia, dove gli antichi palazzi sono stati trasformati in favelas verticali, dove gli odori e ripugnanti di puttane e crack si mischiano ai buchi dei marciapiedi, ai cani randagi, ai meninos de rua, nella metastasi collettiva che abbraccia l’eterno fare e disfare della città purulenta. Entro. Aspetto due ore e un quarto. Mi fanno entrare in una saletta, un bugigattolo di due metri per due senza finestre. Era un cesso, oggi è la stanza dello scrivano. Riconosco le mattonelle e un paio di tubi rimasti scoperti, non c’è dubbio, era un cesso. Una seggiola con tre gambe e mezzo, sfoderata, le molle di fuori. Impossibile sedersi, rimango in piedi. Lo scrivano insiste: siediti. Resto in piedi. Consegno i documenti per le generelità. Passa un ciccione. Pancia e pistola. Mi sposto per lasciare spazio a lui, la sua pancia e la sua pistola. Lo scrivano bestemmia, d'altronde la carta si attorciglia nella vecchia macchina per scrivere. Accende il computer. La stampante non funziona. Torna alla macchina per scrivere. Bestemmia un’altra volta. Mi richiede i documenti che nel frattempo, tra uno spostamento e l’altro, gli sono caduti sotto la scrivania. Glielo faccio notare, nuova bestemmia. La pancia e la pistola tornano indietro. Racconto la storia: la macchina parcheggiata, la macchina rubata… Lo scrivano comincia a battere i tasti con due dita. Scrive e riscrive il racconto almeno quattro volte. Bestemmia ad ogni errore, ad ogni errore una bestemmia.
“Lo prometto, lo prometto signor commissario, lo prometto” riesco ad intendere tra rumori sordi e nuove bestemmie provenienti dallo stanzino contiguo al mio. I rumori sordi, non li vedo, ma li distiguo: un bastone su una schiena. Ad ogni bastonata un urlo, ad ogni urlo una bestemmia. Due voci differenti, la bestemmia del bastonatore, l’urlo del bastonato. “Commissario, vuole che continui io il correttivo”, grida lo scrivano, il mio scrivano: “ladruncoli di merda, se non li raddrizzi subito domani sono capaci di spararti in faccia”. Dallo stanzino escono in tre, il pancia, un elegante commissario – l’unico in giacca e cravatta, non può essere che lui – , un ragazzo sui vent’anni, senza maglietta, senza scarpe, mani legate dietro la schiena. Scompaiono in uno stretto corridoio. Lo scrivano finisce il poema. Leggo, sorvolo strafalcioni sintattici e grammaticali. Firmo.
Torno alla metropolitana, scendo alla fermata del grande pannello, l’enorme dipinto, Lumumba, Luiz Carlos Prestes, Mandela, Chico Mendes, la Dichiarazione Universale. Ho la denuncia in tasca, domani la consegno all’assicurazione, comprerò una macchina nuova.

È stato arrestato il maniaco di Guarulhos. Vent’anni o giù di lì e diciannove omicidi. Descrive con dovizia di particolari come attirava a sé le sue vittime, le violentava e le massacrava. Alcune le abbandonava, altre le nascondeva. Probabilmete passerà il resto della sua vita in un manicomio criminale.
Sono stati liberati tre ragazzi, vent’anni o giù di lì. Da due erano in carcere accusati di aver stuprato e ucciso. Se non fosse per la confessione del maniaco di Guarulhos, continuerebbero a scontare la pena per i decenni a seguire. Raccontano le loro sofferenze. Le famiglie distrutte, la loro vita in frantumi. Confessarono i crimini, sotto tortura, confessarono tutto. Tortura.
Le uniche inziative delle autorità si riassumono a una dichiarazione del segretario di pubblica sicurezza: “se è vero quello che raccontano, i responsabili saranno puniti”.

Dal giornale Folha de São Paulo del 3 settembre 2008, nel calore delle polemiche suscitate dal caso, un'intervista a Ingnacia Cano, sociologo, professore della Uerj (Università Statale di Rio de Janeiro) membro del Laboratorio di Analisi della Violenza.
È possibile prevenire la tortura, così come stabilisce l'ONU?
Oltre ad essere un problema legale, la tortura è un problema culturale. Soffriamo una specie di “naturalizzazione” di questa cultura da parte degli esecutori, dell'opinione pubblica e delle vittime.

Perchè la tortura in Brasile è vista come una cosa normale?

Storicamente la tortura è sempre stata un meccanismo di controllo delle classi popolari. Le prime forze di  polizia in Brasile furono create per svogere i più svariati compiti, tra i quali frustare gli schiavi fuggiaschi. La polizia in Brasile usa la tortura come parte del suo lavoro fin da quando fu istituita all'inizio del secolo 19º. La tortura in Brasile fa scandalo solamente quando è applicata contro innocenti. Fa scandalo quando sbaglia il bersaglio.

Perchè la vittima di tortura accetta questa pratica?
Nelle prigioni ho intervistato carcerati che dicono: “sì mi hanno picchiato, ma io avevo cercato di fuggire”. La violenza fa parte del gioco e le vittime lo accettano. Solamente in caso di violenza gratuita, quando pensano che non hanno fatto niente per meritarselo, non la accettano più. Gli agenti dello Stato pensano che torturare sia normale. In vari Stati abbiamo trovato manganelli con sopra l'iscrizione “diritti umani”. È un problema culturale. Non riusciremo a sradicare la tortura solamente con la legislazione penale, peraltro indispensabile, ma non sufficiente.

Come si smantella l’aspetto culturale della tortura?
Attraverso i corsi nella accademia di polizia e il miglioramento del controllo interno ed esterno della  polizia stessa. Le azioni delle “corregidorias” (gli organi interni di controllo della polizia, ndt) sono fragili e non solo in relazione alla tortura, ma anche verso la corruzione. È necessario sottoporre i promotori e i giudici a corsi in cui si insegni la legislazione internazionale. Aiuterebbe ad evitare ciò che molti promotori fanno: definire la tortura come lesione dolosa per evitare di usare la parola, in questo modo in crimine non viene specificato, “tipificato”.

I promotori sono conniventi con la tortura?
Molte volte sì. Negli ultimi anni, con la capacitazione di alcuni promotori, si è notato un miglioramento. La legge che punisce la tortura è stata creata nel 1997 e il suo uso è ancora insufficeinte.

Lo stato di San Paolo ha un governo social-democratico. Pensa che, con questa ideologia politica, l'amministarzione combatta la tortura o si omette?
Il governo che premiava i poliziotti che uccidevano, a Rio de Janeiro, era del social-democratico Marcelo Alencar. L'approccio ideologico in relazione alle questioni di pubblica sicurezza in Brasile non funziona. La Tortura è un crimine barbaro, ignobile, contro l'umanità. Le esecuzioni sommarie e la tortura dovrebbero essere una priorità nazionale, ma non lo sono né per il governo federale né per i vari Stati della federazione.

—-

Con i soldi dell’assicurazione il mio amico si è comprato la macchina nuova. Lui comunque continua a prendere la metropolitana alla stazione del grande pannello. A due fermate da lì, il commissario, lo scrivano, il pancia, continuano il loro lavoro con l’intenzione di proteggere me, la mia famiglia e il mio patrimonio perchè... se non li si raddrizza subito, domani sono capaci di spararti in faccia.
Cosa sarebbe di noi in un mondo giusto?