Gli amici del vescovo

Nonostante gli innumerevoli tentativi non ci stanno riuscendo: la piazza non serve unicamente per passarci distratti, in fretta, sotto il giogo del tran-tran di tutti i giorni, la piazza è luogo di incontro, si! Ha un nome celebre, la piazza. È intitolata ad un personaggio importante che occupò un posto di grande responsabilità nella storia città. Alcuni dei suoi successori intrapresero la lotta per la libertà e la democrazia nel nostro Paese e sono ricordati fino ad oggi come simboli di integrità morale, sociale e civica. La piazza potrebbe portare anche i loro nomi.

Tia, se non fosse per te, mio figlio starebbe ancora per le strade, le sue commosse parole di ringraziamento. Alcuni mesi fa, di notte, passavamo per la piazza, volevamo avere notizie delle persone che lì vivevano. Sapevamo che, malgrado tutto, malgrado le deportazioni in massa, avremmo potuto rivedere qualcuno. Dopo tanto tempo ci siamo riconosciuti: noi, occhi attenti e curiosi, lei, ferma, fissa nell’attesa eterna di un Godot che potesse riscattarla. Era felice, parlava del figlio con l’orgoglio più intesno di cui una madre è capace. È tornato a casa, aiuta nel lavoro, aiuta a pesare i cartoni nella cooperatica dei “catadores”. Non è stato difficile convincere il figlio a tornare a casa. Un paio di conversazioni franche che enfatizzavano il suo senso di responsabilità, il suo orgoglio, il suo amore per la madre, finirono per indurlo a decidersi in favore di una vita lontano dalla strada. La madre manifestava la sua allegria di vedermi con abbracci e sorrisi. Il ragazzo, continua la sua vita con responsabilità; la madre invece ha patito la durezza di una esistenza vissuta al limite delle forze umane: è morta la settimana scorsa risucchiata dalla miseria, l’alcool, la malattia.

Passava il tempo cercando qualcuno che volesse lucidarsi le scarpe. Con il suo scatolone e gli attrezzi del mestiere vagabondava per le strade e per la piazza. Racimolava qualche spicciolo per la sopravvivenza e il vizio. Non è stato facile fargli capire l’esistenza di un’alternativa di vita. Anche in questo caso funzionò il richiamo al suo orgoglio, la necessità che sente ogni uomo di avere una casa per poter convivere con la sua donna. Uomo. Donna. Figlio. Sedici. Quindici. Bambino appena nato. Lavorò onestamente fino a risparmiare i soldi per costruire una baracca in favela. Una baracca di mattoni! Sembrava che l’uomo di sedici anni avesse finalmente ingranato la strada giusta. Sembrava. Qualche tempo dopo, spinto dai crescenti bisogni, dalla disperazione, dalla fame, dall’immaturità, spinto da una ingiustizia secolare, non riuscì a resistere al cammino facile del furto. Venne arrestato e condannato alla prigione. Ladro di polli, in galera, a fianco di criminali e assassini. Il ladro di polli fece un debito di droga. Non c’era mezzo per pagarlo. L’unica cosa che possedeva era la vita, la sua vita. La presero. Riscossero. Pagò.

Come il pacchetto ubriaco della famosa canzone, si alza da terra. Negli occhi la notte mal dormita, sulla pelle l’odore acre della mancanza troppo lunga di un bagno, nel viso il taglio di una barba fatta con lamette scadute, sulla faccia un gonfiore recente. Ieri ho litigato in piazza, Tia, ho litigato con un pezzente, un pazzo, è gonfio come chissà… Con la sua espressione di sempre, i suoi modi pur che sia, ringrazia la nostra presenza lì. Eu gosto muito di vocês, vi voglio molto bene, dice all’abbraccio. La piazza dove mi riunivo con i meninos è molto cambiata. Non ci sono più i muretti, le aiuole, hanno cambiato le panchine, lì nessuno può rimanerci più. Lui, il pacchetto ubriaco, è l’unico autorizzato, nessuno sa bene il perchè, ma è l’unico uomo di strada che ha fatto della piazza la sua abitazione. Mia madre è venuta sabato scorso, Tia, viene tutti i sabati, resta qui con me e dopo torna a casa sua… Io sto bene.
Ed io ci credo: è sopravvissuto tutto questo tempo, faccia sfigurata, sorriso largo, una allegria e una semplicità ereditate dal cielo. Non può neanche immaginarsi che è stato oggetto, ordine del giorno di una riunione tra il Comune e i responsabili per il restauro della biblioteca municipale. Sì, proprio lui, con quella cicatrice di bruciatura in viso e l’orecchio masticato dal topo quando, ancora bambino, dormiva nella sua baracca; proprio lui oggetto di discussione dei capoccioni, dei padroni del vapore, gente altolocata, importante.
La biblioteca municipale, oltre all’importanza in sè, è uno dei più importanti esempi dell’architettura moderna degli anni trenta del ventesimo secolo. Le linee sobrie, rette, razionali, si distaccano nel caos urbano del centro, trasformandola in un simbolo di dignità e di resistenza culturale. Il palazzo si trova nella grande piazza alberata, che, fino a pochi mesi fa era abitata da meninos e uomini de rua. Adesso non più. La piazza è stata ristrutturata secondo i criteri di rivitalizzazione urbana di cui abbiamo parlato in altre occasioni. Adesso nessuno può rimanere in piazza, solo lui. Dorme sotto la tettoia di un portone avvolto in una coperta. Organizza il movimento delle auto e delle moto che vogliono parcheggiare. Il progetto prevedeva di sostituire le inferriate che oggi circondano il palazzo con ampi specchi d’acqua. Il supervisore del Comune inveisce: Senza inferriate? Specchi d’acqua? La prima cosa che verrà in mente a quel soggetto è di farsi un bagno, nuotare. E poi, senza inferriate, lui verrà a dormire qua sotto. E questo che volete?
Gli architetti, ancora una volta, obbediscono, rimontano le inferriate e dimenticano per sempre gli specchi d’acqua. Lui, “quel soggetto”, il paccheto ubriaco, il nostro caro amico, continuerà felice, lì, dove, da sempre, vive.

Don José Gaspar de Afonseca e Silva (Araxá, 6/1/1901 – Rio de Janeiro, 27/8/1943). Venne ordinato vescovo nella chiesa di Santa Cecília, a San Paolo il 28 Aprile 1935.
Nel 1939, Don José Gaspar riorganizzò la commissione dei lavori per la cattedrale, lancìo l’idea dei congressi regionali preceduti da settimane eucaristiche; riorganizzò i servizi ecclesiastici di carattere giuridico e amministrativo. Fondò tre scuole apostoliche e, nel 1940, un corso propedeutico per il Seminario Centrale dell’Immacolata Concezione; partecipò a vari congressi e riunioni ecclesiastiche; inaugurò corsi e “L’unione Sociale dell’Arcidiocesi”. In risposta alle necessità delle anime, creò nuove parrocchie e, per dare uniformità alle linee di azione dei sacerdoti, le divise in “decanati,. Per migliorare la formazione del clero, creò il corso propedeutico nel seminário. Impiantò nell’arcidiocesi le direttrici romane per la modernizzazione della Chiesa in Brasile. Nel 1942 intraprese il quarto “Congresso Eucaristico Nazionale” incentivando la partecipazione dei laici. Fu membro dell’Istituto Storico e Geográfico di San Paolo, vice presidente a partire dal 25 Gennaio 1942, membro onorario dell’Istituto Storico e Geográfico Brasiliano, dal 1943. Il 20 Marzo del 1941 ricevette il titolo di Dottor Honoris Causa dalla Facoltà di Filosofia di San Benedetto. Entrò nel Venerabile Ordine Terziario di San Francesco della Penitenza. Don José Gaspar fu arcivescovo di San Paolo fino al 27 Agosto 1943 quando morì all’età di 42 anni, a Rio de Janeiro, in un incidente aereo.  
(http://www.arquidiocese-sp.org.br)

Edith Moniz
Paolo D’Aprile

Os amigos do bispo
Mesmo que tentem não vão conseguir: a praça não é somente para transitar distraidamente com pressa sob o julgo dos afazeres do dia-a-dia, a praça é lugar de encontro, sim! A praça tem um nome celebre. É intitulada a uma personagem importante que ocupou um posto de grande responsabilidade na história da cidade. Alguns dos seus suscessores sustentaram a luta pela liberdade e a democracia no nosso País e são lembrados até hoje como símbolos de integridade moral, social e cívica. A praça poderia ter também os seus nomes.

Tia se não fosse você, meu filho ainda estaria na rua, dizia para mim estas comovidas palavras de agradecimento. Alguns meses atrás, de noite, passávamos pela praça, queríamos notícias das pessoas que ali viviam. Sabíamos que apesar de tudo, apesar das deportações em massa, haveríamos de rever alguém. Depois de tanto tempo nos reconhecemos: nós, olhos atentos e curiosos, ela, parada, fixa na espera eterna de um Godot que a pudesse resgatar. Era feliz, falava do filho com o maior orgulho de que uma mãe é capaz. Voltou para casa, ajuda no trabalho de pesagem na cooperativa dos catadores de papel. Não foi difícil convencer o filho a voltar para casa. Algumas conversas sérias que enfatizavam o seu senso de responsabilidade, o seu orgulho, o seu amor pela mãe, acabaram por convencê-lo a decidir em favor de uma vida longe da rua. A mãe, manifestava a sua alegria para comigo, com abraços e sorrisos. O garoto, continua sua vida com responsabilidade; a mãe sucumbiu à dureza duma existência vivida no limite das forças humanas: morreu a semana passada tragada pela miséria, o álcool, a doença.

Passava o tempo procurando alguém que quisesse engraxar o sapato. Com a sua caixinha de trabalho perambulava pelas ruas e pela praça. Conseguia algum trocado para o sustento e o vício. Não foi fácil convencê-lo da existência de uma alternativa de vida. Neste caso também funcionou o apelo ao orgulho, a necessidade que todo homem tem de ter uma casa para poder conviver com a sua mulher. Homem. Mulher. Filho. Dezesseis. Quinze. Bebê. Trabalhou honestamente até conseguir o dinheiro para construir um barraco na favela. Um barraco de alvenaria! Parecia que o homem de dezesseis anos tivesse finalmente engrenado o caminho certo. Parecia. Algum tempo depois empurrado pelas crescentes necessidades, pelo desespero, pela fome, pela imaturidade, empurrado por uma injustiça secular, não resistiu ao caminho fácil do roubo. Foi preso e condenado a prisão. Ladrão de galinha na prisão ao lado de criminosos assassinos. O ladrão de galinha contraiu uma dívida de droga. Não havia como pagar. A única coisa que possuía era a vida, a sua vida. Levaram. Pagou.

Como o pacote bêbado da famosa canção, levanta do chão. Nos olhos a noite mal dormida, na pele o cheiro da longa falta de banho, no rosto um corte de uma barba feita com lâmina vencida, na face um inchaço recente. Ontem briguei na praça, Tia, briguei com um maloqueiro, um louco, tá inchado pra caramba…
Com a sua expressão de sempre, o seu jeito sem jeito, agradece a nossa presença ali. Eu gosto muito de vocês, diz ao abraço. A praça onde costumava me reunir com os meninos mudou muito. Tiraram todos os canteiros, modificaram os bancos, ali ninguém mais pode permanecer. Ele, o pacote bêbado, é o único autorizado, ninguém sabe bem o porque, mas é o único morador de rua que fez da praça a sua morada. Minha mãe veio sábado passado, Tia, todos os sábados ela vem. Fica aqui comigo depois volta para casa… Eu vou bem.
E eu acredito: sobreviveu este tempo todo, cara desfigurada, sorriso largo, uma alegria e uma simplicidade herdadas do céu. Mal sabe ele que foi pauta de uma reunião entre a prefeitura e os responsáveis pela restauração da biblioteca municipal. Sim, ele mesmo, com aquela cicatriz de queimadura no rosto e a orelha mastigada pelo rato enquanto, menino, dormia no seu barraco; ele mesmo, objeto de discussão dos figurões, gente graúda, influente.
A biblioteca municipal, além da importância em si, é um dos maiores exemplos da arquitetura modernista dos anos trinta do século xx. As líneas sóbrias, retas, racionais, se destacam no caos urbano do centro, transformado-a num símbolo de dignidade e de resistência cultural. O prédio encontra-se na grande praça arborizada, que, até poucos meses atrás era moradia de meninos e homens de rua. Agora não mais. A praça foi re-urbanizada segundo os critérios de revitalização urbana dos quais falamos outras vezes. Agora ninguém pode permanecer na praça. Somente ele. Dorme debaixo da marquise de um portão, envolvido em um cobertor. Organiza o movimento dos carros e das motos que querem estacionar. O projeto previa substituir todas as grades que hoje circundam o prédio com amplos espelhos d’águas. O supervisor da prefeitura brada: sem grades? Espelho d’água? A primeira coisa que aquele sujeito vai fazer é tomar banho, nadar. E depois, sem grades, ele vai vir dormir aqui embaixo. É isto que vocês querem?
Os arquitetos, mais uma vez obedecem, reerguem as grades e esquecem para sempre o espelho d’água. Ele, “aquele sujeito”, o pacote bêbado, o nosso querido amigo, vai continuar feliz da vida, ali, como desde sempre faz.

Dom José Gaspar de Afonseca e Silva (Araxá, 6 de janeiro de 1901 — Rio de Janeiro, 27 de agosto de 1943). Foi sagrado bispo, na igreja de Santa Cecília, em São Paulo, no dia 28 de abril de 1935
Em 1939, Dom José Gaspar reorganizou a comissão das obras da catedral, lançou a idéia de congressos regionais precedidos de semanas eucarísticas; reorganizou os serviços eclesiásticos de caráter jurídico e administrativo. Fundou três escolas apostólicas e um curso propedêutico para o Seminário Central da Imaculada Conceição, em 1940; participou de vários congressos e reuniões eclesiásticas; inaugurou cursos e a ‘’União Social Arquidiocese’’.  Atendendo ás necessidades das almas, criou novas paróquias e as dividiu em decanatos, procurando dar uniformidade nas linhas de ação dos padres. Para melhorar a formação do clero, criou o curso propedêutico no seminário. Implantou na arquidiocese as diretrizes romanas para a modernização da Igreja no Brasil. Em 1942 empreendeu o quarto ‘’Congresso Eucarístico Nacional’’, incentivando a participação dos leigos. Foi membro do Instituto Histórico e Geográfico de São Paulo, vice-presidente desse instituto a partir de 25 de janeiro de 1942, membro honorário do Instituto Histórico e Geográfico Brasileiro, desde 1943. A 20 de março de 1941 recebeu o título de doutor honoris causa pela Faculdade de Filosofia de São Bento. Ingressou na Venerável Ordem Terceira de São Francisco da Penitência. Dom José Gaspar foi arcebispo de São Paulo até 27 de agosto de 1943, quando veio a falecer, aos quarenta e dois anos, no Rio de Janeiro, num desastre de avião.
(http://www.arquidiocese-sp.org.br)

Edith Moniz
Paolo D’Aprile