Gregor Samsa

È triste e deprimente constatare che tutto continua uguale a se stesso. Confesso qui, sinceramente, davanti a tutti, la difficoltà che ho di scrivere su certi argomenti. Da qualche giorno penso al sotterfugio da usare, non per mitigare la storia, ma per poter dire realmente quello che penso, quello che sento. Per prima cosa dovrei parlare al plurale visto che vengono coinvolti coloro che con me lavorano da sempre: mi si perdonerà l’uso della prima persona. Poi non dovrei permettermi di scherzare su certi argomenti o di prenderli alla leggera. Sono troppo importanti, riguardano la vita, la sopravvivenza fisica dei protagonisti. Non ci riesco. Chiedo scusa. Facciamo finta che tutto ciò che scriverò in seguito me lo hanno raccontato e che non mi riguardi minimamente. Facciamo finta che i personaggi siano altri e non i soliti Paolo, Edith e compagnia. Comunque, per cominciare con un ritratto veridico della situazione dico che: sono le undici del mattino di mercoledì nove gennaio duemila e otto. Di solito e volutamente evitiamo di datare i nostri scritti. La data congela il tempo. Qui, São Paulo, Brasil, América do Sul, invece il tempo è un tutt’uno, uguale a se stesso, una grande bolla, un eterno presente.

Conosciamo il Grande Lombardo e sappiamo cosa pensa e come agisce. Impulsivo, idealista, autoritario, con la verità in tasca, contraddittorio, Tarzan della bassa, gradasso, bulletto, politicamente scorretto, quando invece fa di tutto per essere il contrario, per farsi amare da grandi e piccini e soprattutto dai dannati e dai diseredati della terra che vorrebbe salvare prima di tutto da se stessi, dalla loro inerzia e poi dalle ingiustizie dei potenti, dalla violenza, dalla povertà in cui vivono. E sappiamo pure quanto si sollazzi e quanto si senta felice nel fare quello che fa. Vanitoso, usa gli altri come uno specchio in cui riflettersi quando si mette in posa da culturista, ogni volta che si accinge a compiere gesti considerati (da lui) eroici per il bene dell’umanità.
Eccolo dunque fuori di sè, una vera bestia:
“Possibile, mi hanno messo un paralitico, balbuziente, quasi muto a darmi le informazioni. Non ne posso più”.
“Dài calmati.”
“Non ne posso più, davvero, è una settimana che giro come un pazzo a destra e sinistra. Oggi è stato veramente il colmo. Sono appena stato alla commissione dei diritti umani dell’ordine degli avvocati, e ho parlato con un muto, che balbettava qualche parola, un avvocato muto. Un grattacielo semivuoto, sì, siamo in vacanza in piena estate, gli avvocatucci di merda son tutti al mare e hanno lasciato il paralitico muto a dar le informazioni a me.”
“Ma cosa è successo?”
“È una storia lunga, hai un attimo di tempo?”
“Sì.”
“Subito dopo Natale mi ha telefonato Gregor Samsa, aveva urgente bisogno di parlarmi. Ci siamo incontrati semi clandestinamente come facciamo da anni. Lo sai benissimo che a casa sua non posso andare, mi hanno espulso i trafficanti di droga col pistolone in mano… ma questa è una storia vecchia, lascia perdere.
Dunque, dicevo che aveva urgente bisogno di parlarmi. Aveva, ha, bisogno di aiuto. Si è messo nei pasticci e non sa come venirne fuori e per di più ha paura. Lui dice di no, che non ha paura, ma io so che non è vero, che se non  l’avesse, non mi avrebbe cercato né raccontato quanto gli sta succedendo. Sai come è difficile trovare lavoro senza qualificazione professionale. Ha sempre fatto l’uomo delle pulizie ma da molto tempo è disoccupato. Ha deciso di aprire un bar. Togliti dalla testa il concetto che hai quando pensi alla parola Bar. Tu, caro Paolo, pensi al Bar Centrale, al Roxy, al Bar Impero di via Indipendenza a Bologna. In una favela, Bar, significa un tugurio (di legno o di mattoni, non importa) quattro assi che fungono da scaffali, un bancone da appoggiare le bottiglie di pinga e di birra, un fornello da prepararci riso e fagioli. Altro che Bar Impero. Non pensare alle condizioni igieniche e all’acqua usata per fare il caffè una volta al giorno poi messo in un termos e servito tiepido e già zuccherato. Hai capito? Bar in favela è lo schifo più merdoso che c’è… L’acqua scende da un bacino sul tetto della casupola. Il bacino è un vascone quasi sempre scoperto, con l’acqua esposta alle intemperie, alle mosche, scarafaggi e topi. Quest’acqua viene da tubi spesso collegati irregolarmente – leggi illegalmente – alla rete idrica che corrono parallelamente con quelli della “fogna”, parallelamente, a volte legati insieme per essere più resistenti. Ho detto “fogna” così per dire, perchè là in favela la fogna non c’è. C’è una fossa scavata alla cazzo di cane che quando piove trabocca proprio davanti alla porta di casa tua o del tuo bar. Capito? Bar Impero…
“Non ti perdere, vieni al sodo e raccontami la storia”.
“Il bar di Gregor Samsa è l’unica sua fonte di reddito, pur sapendo che nel bar ci si va a bere, Gregor Samsa ha sempre fatto in modo che non si trasformasse in un antro di ubriachi. Ha sempre cercato di mantenere una dignità, una “etica professionale”. Se qualcuno esagerava la dose, lo accompagnava fino a casa e il giorno dopo evitava di servigli pinga e purchè non si ubriacasse era capace di dargli l’aranciata o il caffè gratis. Un giorno cedendo alle pressioni dei delinquenti locali ha istallato nel negozietto le macchinette mangiasoldi.”
“No!?, ma sono illegali! Perché lo ha fatto?”
“Non essere ingenuo, Paolo. A volte in favela non si può dire no. E poi con le macchinette mangiasoldi qualcosina ci guadagna pure lui.”
“Ma non ha pensato che…”
“No, non ci ha pensato. Da quel momento in poi è cominciato l’inferno. I trafficanti locali hanno iniziato a ricattarlo e minacciarlo. Visto che anche lui aderiva all’illegalità loro si sono sentiti padroni di casa, padroni di entrare nel suo bar mangiare e bere gratis e non solo. Si sono messi pure a ricattare gli amici di Gregor Samsa e le loro attività. Ogni iniziativa presa in favore della comunità viene sistematicamente boicottata dai trafficanti, ad esempio, il bazar, la pesca di beneficenza, il pranzo comunitario… questi entrano, prendono tutto, rubano davanti a tutti e se ne escono sghignazzando.”
“Ma nessuno dice niente?”
“Paolo, non dire stronzate. Cosa vuoi che dicano, questi sono armati fino ai denti, trafficanti di droga, assassini, gente che non guarda in faccia nessuno. Non sono mica quelli dei nostri tempi che ci si poteva scambiare due parole, che ci potevamo fare pure delle riunioni insieme per definire chi usava gli spazi comuni, questa è gente di fuori, gente che domina tutto e tutti, gente che ha messo il telefono di Gregor Samsa sotto controllo. Questi godono di una vasta rete di connivenze e protezioni. Lavorano lì con il consenso e la partecipazione attiva di interi squadroni di polizia. Anzi, questa, la polizia, riscuote da loro la mazzetta puntualmente. E come se non bastasse la responsabile di una grande associazione caritatevole, mi sfugge il nome ora… Aiutami Paolo, una associazione che c’è pure in Italia, legata alla chiesa, come si chiama, mannaggia, è caritatevole, hai capito? Il nome comincia per “car” e fnisce con “as”, ma come cazzo si chiama? Be’, dicevo che la responsabile di questa associazione, che tra l’altro fa parte di una delle più grandi parrocchie della regione, si è messa a distribuire i ticket per la “cesta basica” al capo dei trafficanti. 45 ticket. 45 ceste basiche. Ricordi, Paolino…? La cesta basica, l’ausilio alimentare che tutti si ostinano a donare. Tutti, chiesa, “car” “as” , governolula: una bella cesta basica ai miserabili. Solo che nella favela di Gregor Samsa c’è gente che della cesta basica ha bisogno davvero. I trafficanti vendono o ripassono i ticket e lasciano senza chi invece ne ha diritto. Insomma un vero casino.”
“E Gregor Samsa?”
“Cosa vuoi che faccia? Davanti a me, nonostante gli dicessi che la rappresentante della “car” “as”  aveva fatto malissimo a cedere al ricatto, Gregor Samsa cercava di difenderla, dicendo che quello era l’unico modo per lasciare i trafficanti tranquilli, per tenerli buoni, per fare in modo che non infierissero ulteriormente sulla povera gente.”
“… e invece un ricatto tira l’altro.”
“Bravo Paolo, un ricatto tira l’altro. I poliziotti hanno visto le macchinette mangialsoldi nel bar di Gregor Samsa e non ci hanno pensato su due volte. Ogni quindici giorni passano ed esigono 500 reais. Se Gregor Samsa non paga, dicono ai trafficanti che li ha denunciati. Loro, i trafficanti, hanno fatto sapere a tutti che in caso di denuncia sarà un massacro.”
“Allora Gregor Samsa è preso tra due fuochi.”
“È proprio così: da una parte i trafficanti, dall’altra i poliziotti corrotti. Gli uni amici degli altri, tutti associati contro Gregor Samsa. Per questo mi ha chiesto aiuto.”
“E tu che hai fatto?”
“Dunque, per prima cosa mi sono rivolto al Procuratore della Repubblica. Mi ha ricevuto gentilmente e mi ha spiegato che ci sono tre crimini: il traffico, il ricatto e le macchinette. E siccome il crimine più facile da provare è quello che è lì davanti alla faccia di tutti, sarà il primo ad essere risolto. Morale della favola, se Gregor Samsa racconta la sua storia, viene immediatamente arrestato per avere nel bar le macchinette mangiasoldi.”
“E l’estorsione dei poliziotti? E i trafficanti?”
“Per provare l’estorsione bisogna mettere in azione la Corregedoria, ossia l’organo interno della stessa polizia che investiga i crimini commessi dalle forze dell’ordine. Invece i trafficanti devono essere denunciati al commissariato della zona.”
“Ma il commissariato della zona è quello a cui fanno capo i poliziotti corrotti…”
“Bravo, Paolo. È proprio così.”
“Gregor Samsa non ha via di uscita…”
“Non contento, mi sono diretto alla Corregedoria. Il commissario di turno mi ha fatto sedere in un bugigattolo, un corridoietto. Lui in piedi. Io seduto. Lui pistolone alla cintura. Io seduto. Nella stanza accanto una televisione accesa e un uomo stravaccato sul divano, pistolone anche lui, a guardare. Io racconto il fatto e dico che se Gregor Samsa denuncia, viene subito individuato da una delle due parti, trafficanti o poliziotti corrotti. Lui, pistolone, dice che la denuncia è necessaria per poter provare la corruzione. E nella denuncia deve risultare il nome, dico, il nome dei poliziotti corrotti, perchè altrimenti non si possono individuare. Il pistolone sogghignando ironico dice che la Corregedoria non può mica investigare tutti i poliziotti della città, e mi chiede i documenti.”
“Cosa, come?”
“Sì, mi chiede i documenti per vedere se non ho antecedenti criminali, li consegna al un tipo panciuto che se li porta via.”
“Era il tipo stravaccato sul divano?”
“Sì.”
“E la denuncia anonima, non potrebbe essere una alternativa?”
“Sì la denuncia anonima è possibile, ma una volta che l’indagine comincia, si convoca la vittima per vedere se tutto corrisponde alla verità e se la vittima conferma. Ma anche in questo caso la macchinetta mangiasoldi sarebbe la prima prova a carico… contro la vittima stessa! E poi secondo le parole del commissario “nessuno può denunciare un crimine per conto terzi”; io non potrei mai denunciare un crimine che non sia commesso contro di me.”
“Cioè, fammi capire bene. Se io assisto ad un delitto non posso denunciarlo perchè non ne sono stato vittima, ma solo spettatore?”
“Esatto.”
“Ma è assurdo.”
“È quello che mi ha detto il commissario. Inoltre ha aggiunto che se per caso Gregor Samsa volesse riservare l’anonimato e volesse usufruire del servizio di protezione ai testimoni… ebbene, lo ha vivamente sconsigliato, perchè, secondo le sue parole “è molto precario e non funziona.”
“E i tuoi documenti?”
“Me li hanno riconsegnati dopo mezz’ora. Arrivederci e grazie. Il giorno dopo sono stato all’Ouvidoria. È un organo civile che riceve le denunce contro gli abusi della polizia, non ha nessun potere investigativo. Ricevuta la denuncia la ripassa all’organo competente.”
“Ossia?”
“La Corregedoria!”
“No!?”
“Sì, e tutto ricomincia daccapo. Pensa Paolo che stavolta ero davanti a civili e non commissari e pistoloni. Ad ascoltarmi c’era anche un avvocato criminalista. Proprio lui mi ha proposto che Gregor Samsa faccia una denuncia senza menzionare le macchinette mangialsoldi omettendo così una informazione importante oltre che una parte della verità dei fatti. Oppure che compri una micro telecamera e che filmi i poliziotti corrotti, registri le loro parole e il momento in cui ricevono il pagamento…”
“Sì, praticamente James Bond!”
“Però non è vero che solamente la vittima può denunciare un crimine. Chiunque può fare una denuncia. Ma in questo caso è assolutamente necessario dire luogo, ora e nome dei coinvolti.”
“…E si ricomincia da zero.”
“Allora stamattina vado alla commissione dei diritti umani dell’ordine degli avvocati.”
“E incontri il sordo muto.”
“Esatto, un sordomuto paralitico maledetto che mi dice che è studente di legge e che di queste cose se ne intende e che dovevo rivolgermi alla Corregedoria con le registrazioni in mano, i nomi dei trafficanti, il numero di matricola dei poliziotti e la fotografia del momento esatto – non um minuto in più o in meno, il momento esatto – dell’estorsione, di quando Gregor Samsa mette in mano i soldi al poliziotto schifoso.”
“E adesso cosa dici a Gregor Samsa?”
“Gli dirò esattamente quello che ho detto a te. Non dirò “sordomuto maledetto” e neanche le parolacce con cui mi esprimo. Gli dirò che è solo, completamente solo e che si deve arrangiare. Come ha sempre fatto. Come ha fatto sempre e come sempre farà. Come si fa da sempre e sempre si farà. Gli dirò che è un servo della gleba e che per non morire massacrato deve dire sempre sì. Gli dirò che è stato abbandonato, che non ha diritti, che è un miserabile. Gli dirò come mi ha detto l’avvocato criminalista della Ouvidoria: è colpa tua! Se non ti mettevi con questa gente era meglio, se non prendevi le macchinette mangiasoldi era meglio, se ti facevi i fatti tuoi era meglio, se non venivi a rompermi i coglioni era meglio, se venivi pure tu con me su e giù per uffici, panzoni e pistoloni era meglio, se venivi pure tu con me ad aspettare per due ore il procuratore, lo studente in legge, l’avvocato criminalista e il commissario era meglio, gli dirò che vaffanculo al mondo, miserabili di merda, morti di fame, favelados, paese di merda maledetto. Paese di merda maledetto. Maledetto Paese di merda. Ecco cosa gli dirò.”
….
Non vorrei essere nei panni del Grande Lombardo, quando dirà a Gregor Samsa che non ci si può far niente, che ogni sua azione finirebbe per metterlo in guai ancora peggiori di quello in cui è già…
Un momento, ma che dico?
Non vorrei essere nei panni del povero Gregor Samsa, altro che Grande Lombardo. Perdonatelo per le parolacce. Perdonatelo anche per il modo di esprimersi contro lo studente in legge disabile con cui ha parlato alla commissione dei diritti umani, ma era letteralmente furioso, lui, il mio amico, perchè lo studente in legge no, era tranquillo e flemmatico e finito il colloquio se ne è tornato a vedere la televisione, come il panzone della Corregedoria.
Siamo in vacanza, tra un paio di settimane comincia il carnevale.
E poi di storie come questa Kafka ne ha scritte tante e molto meglio di me. Chissenefrega.