Ho pena di Dio

Sono venuto in Amazzonia con pena dei suoi poveri: avevo saputo che a Manaus ce ne sono 600 mila su una popolazione di 2 milioni, e 50 mila su 150 nell’Area S.Francisco dove mi trovo. Ora ho scrupolo di non riuscire a vederli. Forse perché i ragazzi vestono bermuda colorate, le ragazze bikini e gli adulti sono panciuti. I poveri che vengono a chiedere l’elemosina recitano il loro rosario doloroso, ma non vogliono essere “catastati”. I miei collaboratori mi scongiurano di non dar loro soldi, se non voglio presto una fila interminabile davanti a casa.

L’aiuto deve passare per le comunità… ma nelle comunità di periferia non c’è la San Vincenzo. Anzi i luoghi di culto (23) sono chiusi per difenderli dai furti (4, solo nel periodo natalizio!). I ladri rubano di preferenza l’amplificatore e gli strumenti musicali. O profanano il tabernacolo in cerca di ostie per le messe nere. E più, profanano il tabernacolo che è il loro corpo, con violenza, droga e prostituzione. Tutto è peggiorato, dicono, con l’arrivo del progresso(!).

Ha ragione Raoni, capo degli indios kayapò: Io non voglio la vostra cultura. Alcuni di voi non hanno denaro e uccidono per averne un poco. Alcuni bevono alcolici: ubriachi, distruggono se stessi e gli altri. Noi kayapò almeno abbiamo un po’ di considerazione e comprensione gli uni per gli altri.

Questa situazione che non è inedita per me, ma solo un po’ peggio di quella della periferia di S. Paolo, mette alla prova il mio orgoglio di missionario. Non solo la mia è la voce dell’inevidenza, ma è inevidente. Suonare la tromba? Alzare la voce? Montare progetti? Sarà sempre pochissima cosa nel frastuono generale e nel miasma sociale. Non significa che non conviene fare niente. Significa che il poco che faccio è per una solidarietà umana e cristiana della quale io ho bisogno più di ogni altro. Io sono parte del continente umano, non sono un’isola. Che salva (e mi salva) è più quello che sono di quello che faccio. È dire, con gli apostoli: Andiamo e moriamo anche noi con Lui.

Mi sto convincendo che sono venuto qui perché ho pena di Dio. Cosa vuol dire: che il nostro Dio è un Dio debole? Che non gli riesce di eliminare il male? Ma se potesse e non lo fa, sarebbe un Dio crudele, da trascinare in tribunale. Egli è impotente e povero nel mondo ed è esattamente così e solo così che è Emmanuele, Dio con noi, e ci aiuta. Sappiamo infatti che il vero aiuto è sempre tra due poveri, quindi tra Lui Povero e il pover’uomo. Oppure lui si lascia spingere fuori del mondo fino alla croce per confondere il nostro orgoglio, che è il grande male che fa cadere l’uomo come ha fatto cadere Lucifero. Lui si fa impotente per non essere un’arma in più nelle mani degli oppressori. Come dire: noi ci creiamo un dio forte a nostro uso e consumo, come anche Sandokan, Superman, o i nostri che arrivano a sgominare gli indiani… Sono tutti “deus ex macchina” che scendono nella scena del mondo a risolvere drammi eccessivi. Ma questi dii creati ristabiliscono l’ordine al minuto, e lasciano un disordine ben stratificato che non turba gli interessi dei grandi. Allora l’Increato, il Vero, si fa impotente e ci chiede di vivere in un mondo senza Dio: Lui ha tanta pena di noi da divenire uno di cui aver pena.

In un campo di concentramento le SS stavano torturando il prigioniero. Un suo compagno inquisisce: “Dio, dove sei?”; e un altro risponde: “Dio è lì, il torturato”. Dio soffre (il vangelo ci dice che Dio e sofferenza non sono in contraddizione): Dio soffre con l’agonizzante, anzi diventa l’agonizzante.

Rimane l’interrogativo, se l’agonizzante diventi Dio; … se siano Cristi i poveri di Manaus. Ma forse saperlo è solo letteratura sacra. Di certo (e davvero importante) c’è che il nostro non è un Dio servito nella e dalla religione, ma un Dio a servizio della vita. Piuttosto di dire che Dio è la Vita, diciamo che la Vita è Dio. E ci ritroviamo tutti servitori gli uni degli altri.