Intestini e bestie

Affermo che quello che sembra una gaffe colossale in realtà non lo è. Sono le parole di João che mi autorizzano. Leggo la poesia di Manuel Bandeira, O Bicho, La Bestia, e penso a lui, il mio amico João. In verità non gli ho chiesto cosa ne pensa; magari un giorno… .Scriveva il poeta nel 1947:

O bicho
Vi ontem um bicho
Na imundície do pátio
Catando comida entre os detritos.
Quando achava alguma coisa,
Não examinava nem cheirava:
Engolia com voracidade.
O bicho não era um cão,
Não era um gato,
Não era um rato.

O bicho, meu Deus, era um homem.

Traduco:

La Bestia
Ieri ho visto una bestia
Nell’immondizia del cortile
Frugava cibo tra i detriti.
Quando trovava qualcosa,
Non esaminama né annusava:
Ingoiava con voracità.
La bestia non era un cane,
Non era un gatto,
Non era un topo.

La bestia, Dio mio, era un uomo.

Lo vidi da lontano, due metri di muscoli, due spalle così, zoppicava. Anzi, si trascinava malamente appoggiato ad una gruccia, una vecchia e scrostata stampella ascellare di legno. Una scarpa sola. La gamba in flessione, il ginocchio all’indietro, il piede destro per aria avvolto in quello che sembrava un pedalino, un calzettino. Non disse niente João. Si sedette sul muretto, grondava, sfinito. Arrivava dalla metropolitana, tre isolati a piedi in quello stato. Avrei voluto, vigliacco, far finta di niente, per non vedere, per non sapere. Ciao João, ciao doutor.  
Però qualcosa dovevo dirgli, sapevo che era arrivato il momento di toccare l’argomento. Fammi vedere il piede, João, e raccontami come è andata. Si tolse la calza. L’amputazione era perfettamente riuscita. Un taglio netto come da machete. Ossa, vene, arterie, nervi, carne e pelle in una esposizione sanguinante, carne viva in semi putrefazione avvolta nel calzino. Blu il calzino, blu la semi putrefazione. Perfettamente riuscita. Tre isolati dall’ospedale fino alla stazione, il viaggio in metropolitana, altri tre isolati a piedi. La stampella traballante, una vera fortuna averla, non la danno a tutti. Tornerò a camminare, doutor? Sì João, ma prima la ferita deve cicatrizzare.
Ferita… chiamiamola così. Non sapremo mai se la mutilazione era necessaria. João era, e continua diabetico. Oggi è cieco. Ieri, in piazza, se ne sta seduto sui gradini della cattedrale. Mi abbraccia a lungo, chiede di me e di mia figlia che conosceva piccolina. La trovo bene, doutor. E tu João racconta, dimmi, come stai.
Quel giorno presi la macchina e corsi all’ospedale, un altro ospedale, non quello che lo aveva dimesso così, senza la minima condizione di deambulazione, senza alcuna ricetta o informazione, senza fissare la data del controllo, senza niente. La stampella fu un atto di carità del portinaio, che la tolse dal deposito. La vita, doutor, è un lungo e tortuoso intestino, e noi siamo la scoria che lo attraversa. Dice João col suo vocione da gigante. Ride. È ben vestito, lavato e rasato. Lo è sempre stato, anche nei tempi peggiori, ha sempre tenuto all’apparenza. Nero, uomo di strada – chi vuole che mi prenda, non so far niente -, se non mi vestissi bene, la polizia mi ammazzerebbe di botte, così rispondeva ai complimenti che sempre gli facevo.
Non so se la vita è un intestino. Quel giorno aspettammo tre ore prima che arrivasse il medico. L’ospedale è un centro di riferimento universitario, arriva gente da tutto il Brasile. La saletta del medico, uno sgabuzzino di due metri per due, tavolino e barella, puzzava di rancido. Un vomito quasi rinsecchito giaceva beato nel lavandino da un paio di giorni. Il giovane medico, studente tirocinante, tolto il calzettino blu, si ritrovò faccia a faccia con la putrefazione blu di João. Sul momento provò a dire che il mio amico avrebbe dovuto rivolgersi all’ospedale dove era stato operato perchè solamente là sapevano esattamente quale fosse il problema e l’esatto trattamento da eseguire. Quando mi qualificai, cambiò immediatamente idea. Chiamò due colleghi e in pochi minuti João fu medicato. Il vomito nel lavandino, invece, continuò tranquillamente al suo posto.

La mano di João è enorme, come lui. Mi assicura che sta bene, divide una stanza con tre amici. Vive di aiuti di una associazione benemerita. Ogni giorno ha il pasto garantito alla mensa popolare. Il resto del tempo lo trascorre in piazza, assieme ad altre centinaia di persone come lui, tra muretto e gradini. Quando passa di qua, doutor, venga a trovarmi.
João, ben vestito, rasato e pettinato non assomiglia all’uomo della poesia, anzi, a guardarlo, non fosse per i ricciolini rastafari, sembra un impiegato di banca. Se il poeta avesse visto lui invece dell’uomo descritto, non esisterebbe la poesia.
Non so se la vita è un intestino. Ma mi rifiuto di essere una scoria. João da quel giorno non fa che ripeterlo, e lo pensa. Forse glielo avranno anche detto mentre lo amputavano in quel modo atroce o mentre gli imposero di lasciare l’ospedale in quelle condizioni. Oggi, seduto al sole sui gradini della cattedrale, João ride.