I’ve got the power

– … quei barboni, caro Paolo, fisicamente coi loro corpi, le loro coperte lacere usate a guisa di coperta lacera per coprire vestiti laceri dal freddo dei 30 gradi all’ombra, il loro odore acre di giornate sudate appiccicato ai rimasugli di vestiti, sono l’ultimo baluardo alla negazione di sé, all’annichilamento del Sé, che io stesso poco prima cercavo di inculcare loro con la mia ferma opposizione alle richieste insistenti provenienti da bocche cavernose…

– Non ho capito una parola, spiegati meglio… a guisa… freddo di 30 gradi… negazione del Sé… baluardo…, continui a fare come sempre fai, ad esprimerti per sottintesi, a crederti un filosofo, anzi, il filosofo dei morti di fame, il Grande Lombardo liberatore del mondo, il Simon Bolivar dei diseredati, il Peron scamiciato capopopolo, il presidente Chavez dei deficienti. Dai, parla per bene e senza tanti giri di parole che ne ho abbastanza.

– Conosci Rilke?

– Certo, scemo, il grande Reiner Maria Rilke, poeta, scrittore precursore di…, ma che c’entra, che c’entra…, basta, me ne vado.

– No, ascolta cosa dice, te lo cito più o meno traducendolo dal portoghese, senti: Non c’e dubbio che tutti sanno che i poveri si lavano poco, fino a lì dove si vede, ma sotto…, e ci sono alcuni che mi affrontano perché lo sanno. Mi trattano come un signore, ma mi sorridono, fanno l’occhiolino, e se qualcuno nelle vicinanze si mette a guardare, tornano ad agire in maniera servile. Chi è questa gente e cosa vuole da me? Ho riflettuto ed ho capito la vera differenza tra loro e i mendicanti. Loro sono spazzatura pura, sono i resti di uomini che il mondo ha sputato lontano dalla sua vista. Sono l’umido sputo del destino che striscia ai lati della strada in una immonda scia scura e viscidia. E adesso perché mi abbracciano? cosa vogliono da me? che cosa sanno di me? che cosa hanno capito di me?…

– Basta, non ti sopporto più. Adesso ti metti pure a citare “I quaderni di Malte”, anzi a prelevare frasi isolate e cucirle a tuo piacimento in una libera interpretazione. Sei un maniaco, ecco quello che sei. Ti senti perseguitato da un diavolo che ti rode dentro e vieni a sfogarti con me… altro che Rilke, con i tuoi racconti e i tuoi scritti cerchi di provocarti il dolore, il dolore più grande che c’è, il dolore della memoria che ricorda se stessa, il dolore della interpretazione soggettiva di fatti accaduti secoli fa nei quali ti crogioli in una grottesca finzione di sofferenza e penitenza e che vuoi vomitare dalle tue viscere perché la smetta di tormentarti e che da ora in poi vada intossicare gli altri che ti leggono o ti ascoltano nella noia mortale della ripetizione della ripetizione della ripetizone fino alla nausea. Stesse cose, stessa gente, stessi drammi. E così per sempre, per continuare alla ricerca di un complice per i tuoi deliri di persecuzione.

– No, abbi pazienza e ascolta.

– Sbrigati però, che non ho tempo da perdere.

– Nessuno poteva distinguere chi era chi. Da lontano, e anche da vicino, agli occhi di un estraneo, di chi non mi conoscesse, sembravamo una cosa sola, come se tra noi non fosse esistita la minima differenza, come se fossimo uguali da sempre e come se avessimo dovuto rimanere uguali per l’eternità. Eppure fino a due minuti prima, di differenza tra noi ce n’era tanta, eccome. Io avevo le chiavi in mano, il potere del sì e del no. Loro, sulla porta, imploravano, io negavo. Come avrei potuto fare altrettanto? Anche se eseguivo disposizioni decise con un certo buon senso, sapevo bene che il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato, sapevo bene che avrei potuto fare diversamente, che avrei potuto escogitare un sotterfugio, trovare una scappatoia.

– Sì, però d’altronde come fai? Se ci sono degli ordini, delle disposizoni precise, non puoi fare di testa tua solo perché sei tormentato da dubbi esistenziali.

– Paolo, ma queste parole pragmatiche che mi dici, sono concetti da grande lombardo, potrei dirli io, anzi ogni volta che lo faccio tu mi critichi sempre e mi definisci, senza mezzi termini, come un delirante stakanovista…, lo vedi, in fondo in fondo, alla fine ci assomigliamo un po’.

– Me ne vado!

– Aspetta, non ho ancora finito. La sera piovosa né calda e né fredda, immersa in una umidità senza fine, mi faceva pensare al mio ritorno a casa, arrivare alla metropolitana strisciando lungo i muri. Senza ombrello. Dopo una giornata di lavoro, pure la beffa della pioggia. Intanto li guardavo bene, uno per uno, li guardavo negli occhi da vicino, trenta centimetri al massimo. Li facevo passare uno alla volta da una maledetta porta di ferro, che in realtà era una porticina da niente se paragonata all’enorme portone di cui faceva parte. Io immobile sotto il portico sul lato di dentro, loro, massa informe e deforme, fuori, in fila, pecoroni ordinati e servili sul marciapiede a ridosso del muro esterno del salone, a passare ad uno ad uno tra me e lo stipite di ferro di una maledetta porta. Io a guardarli. Negli occhi. Right Between the Eyes. Dentro, al coperto, cercando di arrivare nella loro anima, dicendo un buonasera viscido quanto l’umidità di quella pioggia che bagnava le lacere coperte che coprivano i laceri vestiti dei 30 gradi…

– Ehi, non ti perdere, non divagare, continua.

– Dicevo, dunque, che quando passavano tra me e lo stipite, oltre a guardarli in faccia, salutavo pure con un buonasera sordido. L’unica sua finalità era far sì che chiunque dovesse guardarmi e rispondere. La mia faccia, lo sai bene caro Paolo, riesce ad ingannare chicchessia: sorridente, solare, allegra. Nessuno può resistere al mio contagiante sorriso, neanche loro. E mi rispondevano, uno per uno, mi rispondevano, buonasera. Così nello spazio esiguo tra me e lo stipite potevo, oltre a guardarli negli occhi, arrivare nel fondo dell’anima, potevo sentirne l’alito.

– Oddio, che schifo!

– Ti ricordi le disposizioni di cui parlavo prima? Ebbene c’era anche questa.

– Sentire l’alito? Aspetta che mi viene da vomitare. Sentire l’alito di centinaia di miserabili, barboni con le coperte e i vestiti laceri… Guardarli negli occhi e sentire l’alito. Ma perché? Che razza di disposizioni sono queste?

– Ascolta. Una casa di accoglienza notturna per uomini di strada, non può certo far entrare gente ubriaca. Te lo imagini cosa potrebbe succedere? Era una regola sulla quale non si può che essere d’accordo. Una regola, rigida fin che vuoi, ma necessaria per mantenere dignità e ordine. Dignità sissignore! Non fare quella faccia, Paolo, quella faccia scandalizzata pensando al concetto astratto di dignità. Quella era una situazione concreta, specifica. Guardarli in faccia, sentire l’alito e impedire l’entrata di gente ubriaca, era un modo per proteggere, non solo la casa ma anche ognuno di loro, gli ubriachi. Proteggerli prima di tutto da possibili investite di colleghi, poi da loro stessi, in modo da creare una specie di limite che distinguesse la casa dalla strada. In questa disposizione, non esisteva malignità, cattiveria, razzismo.

– E allora non ti capisco. Dov’è il dramma? Se stavi lì e accettavi il lavoro, perché tante storie?

– Lo vedi come sei insensibile. E poi parli di me. Sei tu il mostro. Il dramma. Ma quale dramma. Il dramma non era certo mio. Se per caso mi accorgessi che uno era ubriaco, lo chiamavo da parte e gli dicevo sottovoce (chiamandolo per nome) (ricordati che mi conoscevano tutti) (ed io conoscevo ciascuno di loro, anche se erano centinaia e centinaia) “non ti vedo bene oggi, cosa ti è successo? Adesso sono occupato, non posso parlare, fatti un giretto e più tardi quando torni mi racconti”. All’inizio funzionava. Ma il trucco è durato poco. Anche se ero gentile e più tardi veramente restavo con loro ad ascoltarne i racconti e respirarne l’alito, capivano che in sostanza li tenevo fuori dalla porta, non li facevo entrare, che avrebbero dovuto aspettare la fine della sbronza fuori, sotto i 30 gradi di pioggia e le coperte e i vestiti laceri, in attesa che i sorveglianti del turno della notte facessero una nuova cernita, un nuovo controllo di occhi e alito ma senza tanti trucchetti e senza tanti complimenti: “oggi no, João, oggi resti fuori, non posso farti entrare, sei sbronzo come un cosacco, oggi no.” Sai, Paolo, erano semplici sorveglianti, istruiti fin che vuoi dalla direzione ad essere gentili ma allo stesso tempo decisi, non erano come me, Lombardi e belli.

– Lombardi e belli…

– Sì, perché anche se hanno detto che gli uomini son tutti uguali, sappiamo che non è vero. Sappiamo che esistono delle differenze. Che se anche nessuno le vede, lo sappiamo noi, dentro di noi lo sappiamo. Lo sapevo e lo so io che non sono uguale a nessuno di quei barboni là, che ho letto Rilke e loro no. E lo sapevano e lo sanno anche loro mentre mi alitavano in faccia raccontandomi i loro guai e le loro orribili storie di vite distrutte. Lo sapevano benissimo. Io avevo il potere di tenerli fuori, di notte sotto la pioggia. Io avevo il potere, io, io, io. Hai capito?

– Stai buono, calmati, finisci il racconto che è tardi.

– Il potere, hai capito Paolo, il potere di un’occhiata, di un'alitata. Il potere di decidere sulla vita di una persona, il potere di agire deliberatamente sulla vita di una persona.

– Non esagerare, dai. Tu solamente dicevi a loro di tornare più tardi, di farsi un giro per far passare la sbronza. Ma quale potere, ma che discorsi fai, non essere megalomane, non darti più importanza di quella che effettivamente avevi.

– Sì, e se mentre facevano il giretto fossero stati investiti da una macchina, se gli fosse venuto un colpo, se avessero litigato tra loro e si fossero presi a coltellate… Avevo il potere, il potere di decidere, come gli aguzzini di Aushwitz, quando aprivano le porte dei vagoni e con una occhiata, un'alitata, decidevano chi viveva e chi andava alla camera a gas.

– La Storia non è fatta e non si fa con i SE, la storia si fa coi fatti. E il fatto è che non è successo niente di tutto questo, si facevano un giretto e basta, poi tornavano e passavano sotto la giurisdizione dei sorveglianti notturni e tu andavi a casa.

– Sì, va bene, forse hai ragione tu. Proprio quel giorno, pioggia e umidità, all’aprire la porta di uscita, venni insultato da un gruppo che avevo lasciato fuori. Bonariamente insultato. Mi fermai e cercavo di spiegare le mie ragioni. Spiegare le mie ragioni ad un branco di barboni ubriachi, tra puzza e merda.

– Ma come parli, dai, modera i termini, calmati.

– Fin quando uno di loro: “dottore, ma dove va a quest’ora?” “A casa” risposi. “A piedi? Dov’è la sua macchina?” “Prendo la metropolitana” “A quest’ora, va fino alla metropolitana a piedi, sotto la pioggia?” “Ma è vicino, due passi” “Dottore, lei non lo sa, ma qui è pericoloso, è una zona piena di delinquenti, di barboni, di ubriachi, non può andare da solo, è molto pericoloso. L’accompagnamo noi, ecco, venga qui si accomodi sotto la coperta. Andiamo ragazzi, portiamo il dottore alla metropolitana.” E fu così che ci incaminammo lungo la notte.

– Incredibile, un gruppo di barboni stracciati-immondi-alito-di-piombo e occhi rossi ad accompagnarti, magari abbracciati a te, strisciando lungo i muri, riparati da una coperta lurida, anzi, lacera, il Grande Lombardo trasformato in Rex Verminosus, anzi in Rex Verminorum! Non ci posso credere. Avrai realizzato il tuo sogno, miserabile tra i miserabili, agnello sacrificale finalmente sacrificato! I Quaderni di Malte improvvisamente materializzati e dimostrati come una tesi, un corollario. Scarafaggio tra scarafaggi, ultimo tra gli ultimi. Sei fantastico, Lombardo mio, non ho mai riso tanto come oggi. Ma come fai a inventare storie come queste, ma dove le vai a trovare… dai… che ridere… mi scompiscio… ho il potere, right between the eyes, ma lascia perdere…Ehi, cosa fai, te ne vai… ma ando’ vai se la banana non ce l’hai… cretino… ma che ridere… le risate!… sce-mo, sce-mo, sce-mo… li mortacci tua… a ‘mammete… ma mi faccia il piacere! …. C’è da schiattà dal ridere… mo’ me piscio addosso… ma dove vai… torna… torna…