Lula e la politica in Brasile

Chiedo venia per trattare un tema poco consono ai miei interessi culturali, religiosi e… poetici. Ma, come diceva Terenzio, niente di ciò che è umano mi è estraneo.

Sono molti gli amici che chiedono il mio parere su Lula. Di fatto Lula è un simbolo del Brasile, accanto al pallone e al carnevale. Cerco di rispondere partendo da lontano.

In Brasile – come in Italia – si pensava che il nutritore di tutti gli uomini è Dio, e il loro affamatore è lo Stato (W. Benjamin). Quando poi le comunità di base adottarono il metodo di “vedere, giudicare e agire” la cosa diventò anche più evidente. Il Brasile ha problemi seri di sperequazione con miseria vicino al lusso, favelas a ridosso di splendidi grattacieli, semterra a fianco di latifondisti, e i governanti avevano la loro parte di colpa in tutto ciò perché governavano in vantaggio proprio contro il bene comune, tra scandali, corruzione e servilismo al capitale straniero (è questa la congiuntura da “vedere”); ma Dio non vuole tutto ciò: Dio ha fatto il Brasile grande e prospero per essere un giardino o un regno celeste, dove tutti abbiano vita abbondante (ecco la Parola di Dio con la quale possiamo-dobbiamo “giudicare” la realtà); quindi bisogna rimboccarsi le maniche e, in quanto cittadini e cristiani, trasformare la situazione (si tratta di “agire”, correggendo la realtà). Gramsci parlerebbe di pessimismo dell’intelligenza perché l’analisi è amara e ottimismo della volontà perché c’è speranza di cambiamento.

Le comunità ecclesiali, schierate all’opposizione, hanno ottenuto trasformazioni parziali. Ma fin dall’inizio hanno capito che tali trasformazioni non erano paragonabili alla trasformazione globale che si sarebbe ottenuta qualora il potere passasse nelle mani di persone socialmente sensibili, magari nelle mani di un figlio del popolo.

Il sogno si è avverato nel 2002: Lula – figlio di migranti “nordestini” e con il solo titolo di studio di tornitore meccanico – vinse le elezioni e assunse la presidenza della Repubblica. Facile immaginare l’entusiasmo per quella vittoria popolare: sem medo de ser felizes (senza più paura di essere felici), con la stella del Partido dos Trabalhadores-PT brillando sull’Altopiano di Brasilia. Ma oggi, dopo sei anni, l’entusiasmo si è sgonfiato, la stella è impallidita, la grande svolta non c’è stata.

Va detto che la svolta non era facile, a causa della globalizzazione neo-liberale che impone a tutti i Paesi un programma di estrema destra, voltato a consolidare la crescita della ricchezza, noncurante delle persone e dell’ecologia. Ma se i piccoli Paesi, come l’Italia, non possono che fare un governo di destra, i grandi Paesi possono ribellarsi. Gli idealisti italiani, non potendo aspettarsi più di tanto dal governo dell’onesto Prodi, hanno ravvisata una bandiera in Lula, grazie anche al suo passato. In realtà come capo di un Paese ricchissimo Lula poteva sfidare la logica della globalizzazione neoliberale. Non l’ha fatto. All’inizio, io credo, perché col suo fiuto politico l’ha considerato troppo rischioso per la sua immagine e per il Brasile: Lula non voleva dare un’immagine di demagogo simile a Chavez; e sapeva che ogni voce “fuori del coro neoliberale” sarebbe costata ricatti alla nazione. Mi viene alla mente un caso molto simile: Mandela come presidente della Repubblica del Sudafrica ha continuato a pagare gli ingiusti interessi sul debito estero, perché – come disse – la ricusa avrebbe provocato una pesantissima svalorizzazione della moneta del suo paese nel mercato internazionale.

Ma, tornando a Lula, sono stati molti fin dall’inizio i militanti del suo partito, a dire che lui si mostrava troppo cauto. Lula si difendeva dicendo che era presidente del Brasile non per rivoluzione ma per elezione democratica e quindi doveva attenersi al gioco democratico (e… ai condizionamenti imposti dagli alleati). Parlava di gradualità e chiedeva pazienza.

Oggi abbiamo più elementi per tentare un giudizio. C’è un’affermazione estrema: Lula è morto, e sopravvive un presidente del Brasile chiamato Luiz Inácio da Silva. Tale affermazione pare si debba sottoscrivere più che sconfessare. Si direbbe che il candidato del Frente Popular del 1989 non è l’attuale Presidente della Repubblica. Quel candidato voleva la partecipazione della società civile organizzata nella definizione delle politiche del governo, senza escludere il dialogo aperto con i settori sociali scontenti; voleva che il Brasile superasse le strutture coloniali e marcasse presenza in posizione non subalterna nel sistema economico internazionale; voleva la revisione del sistema fondiario con la riforma agraria; voleva sbarrare gli interessi economici e finanziari dei magnati e rilanciare la produzione; era determinato a mettere fine al clientelismo in politica. Il presidente di oggi non vuole nessuna di tali cose.

Forse per il presidente la sua attitudine è “realismo politico”, in questo s’assomiglia a F.H. Cardoso, suo predecessore, professore di sociologia, secondo il quale il nostro tempo ha decretato la morte delle ideologie e l’avvento della ragion pratica o, meglio, l’ideologia senza ideologie, fatta di privatizzazioni e compromessi.

Di fronte a Luiz Inácio Lula da Silva e al suo governo registriamo quattro reazioni o “correnti”. La prima corrente è la “maggioranza silenziosa”: essa è favorevole al governo Lula e aspetta-e-spera sempre qualcosa di più dalle varie “ceste” della previdenza sociale. Questa corrente non è neppure propriamente tale: non reagisce, non manifesta; ha peso politico solo nel periodo elettorale.

Una seconda corrente è quella dei settori conservatori, che per diverse ragioni vorrebbero un’altra persona alla Presidenza della Repubblica, più di destra e più “presentabile”. Ha tentato di articolare un movimento: “Cansei” (Mi sono stufato). Questa corrente ricorre molto ai media: con editoriali e commenti nei giornali e nella Tv responsabilizza il presidente di tutti i mali del paese: per esempio, ha attaccato duramente il governo Lula in occasione dell’incidente aereo che in luglio u.s. ha fatto quasi duecento morti, a São Paulo. In questi giorni sta creando isteria nel popolo con una epidemia di febbre amarela (ma le vittime sono 7, mentre nel 2000 furono 42 e nel 2003 23). I conservatori criticano sia le politiche sociali del governo, che – soprattutto – il modo adottato da Lula per governare: con corruzione, spese esorbitanti, cattiva amministrazione dei fondi, eccesso di tasse, clientelismi… Non hanno proposte, ma il proposito di frustrare il governo (o di un golpe?) e fargli sprecare energie a difendere la propria immagine, mostrando la vera faccia del suo operato o smascherando le calunnie.

La terza corrente è formata da persone e gruppi che credono nella proposta politica di Lula e del PT, vi credono sinceramente, nel senso che non hanno interessi immediati perché non sono dentro all’apparato statale. Tale corrente, che si va riducendo, è critica ma rispettosa. Difendendo il governo, controbilancia la seconda corrente come yin-yang. Accentua i punti positivi, specie nell’assistenza sociale; e si astiene dal giudicare in campo economico, dicendosi impreparata in tale materia sempre più complessa.

La quarta corrente è una dissidenza della terza. Ci sono persone e gruppi che credevano nella proposta rappresentata da Lula e oggi non vi credono più: hanno perso la fiducia man mano che il governo definiva la sua direzione e i suoi obiettivi. Si direbbe che il punto cruciale è stato percepire che al governo stava a cuore non la riforma agraria ma l’industria agropecuaria: insomma ha capito che questo governo non farà la riforma agraria.

Io dico la mia impressione, dopo gli undici anni passati fuori del Brasile: quando Lula appare nel piccolo schermo, si ha l’impressione di una persona che si sente a proprio agio: ha imparato il mestiere e tratta i problemi con disinvoltura, nonostante nel 2007 abbia registrato due sconfitte: il Supremo Tribunale ha accolto la denuncia contro i politici (specialmente del PT) coinvolti nella megatruffa dei “mensalões”; e il parlamento ha bocciato la proposta di prorogare la CPMF (Contribuzione Provvisoria sui Movimenti Finanziari). Sia chiaro che la CPMF non era una “Tobin Tax”: il grande capitale finanziario continua esente di tasse, e i grandi proprietari hanno ottenuto il condono dei debiti. Ma la CPMF, tassa che le banche ripassavano ai clienti, forniva al governo 40 bi di reali (ca. 20 miliardi di dollari).

Si direbbe che Lula sa dove vuole arrivare. Ma dove vuole arrivare? Pare si sia lasciato convincere che il capitalismo è una tigre che si può cavalcare e che offre di fatto un posto stabile al Brasile nell’economia globalizzata. A chi gli obietta che si tratta di un posto subalterno, Lula risponde che l’economia brasiliana gode un’invidiabile buona salute: in realtà, oggi in Brasile circola più denaro e non c’è inflazione. Allora Lula è un buon politico (se la politica è la scienza del possibile), ma non un grande statista perché ha accettato l’eredità coloniale del Brasile, a servizio del primo mondo.

Vediamo. Il primo mondo ha accelerato il consumo energetico con la tecno-scienza; ha imposto la “cultura” del mercato globale e del consumismo; ha comandato il libero flusso dei capitali. E definisce come meri “effetti collaterali” la devastazione generalizzata del pianeta, la crescente disuguaglianza sociale, il flusso dei capitali investiti al 96% nella speculazione o finanza (e solo 4% nella produzione). Tale sistema perverso ha estremo bisogno di due cose: beni (fonti energetiche, materie prime e alimenti) e paradisi speculativi. Lula sta al gioco e risponde: Presente! Gli andrà bene, almeno fintanto che l’economia mondiale è accelerata o riscaldata.

Il Brasile sta offrendo sul mercato tutto quello che oggi è più appetibile, tenendo anche presente la crescente domanda che viene dalla Cina e dall’India: soia, carne, prodotti forestali, zucchero, alcool (con una sola parola “agronegócio”), minerali, ghisa e perfino acqua. Ma tale scelta prioritaria dell’agropecuaria e della minerazione non ha causato quella impennata produttiva e occupazionale che ci si aspettava. Infatti tali prodotti hanno un costo ecologico molto alto e poco “valore aggregato” perché il lavoro umano è minimo, in certi casi solo estrattivo. La stessa canna da zucchero (per l’alcool, combustibile rinnovabile e poco inquinante) esige poco lavoro: dà fino a tre raccolti senza doverla ripiantare, non abbisogna di cure perché è resistente alle malattie, richiede solo il lavoro del mietitore; e anche con le peggiori avversità atmosferiche non si perde del tutto l’annata. Ma la canna desertìfica gradualmente il terreno e ha trasformato il contadino in stagionale, boia-fria (rancio-freddo) com’è chiamato il tagliatore di canna.

A complicare c’è il discorso del mercato finanziario-speculativo: il Brasile, a cominciare dal governo Collor, ha deciso di attrarre capitali stranieri offrendo interessi molto alti. È quello che fanno molti Paesi, ma il Brasile offre garanzie contro eventuali crolli. Insomma in Brasile gli investitori stranieri lucrano di più e rischiano di meno: un “ossimoro” in economia. Ma dal momento che i capitali vengono, si potrebbe esigere il loro investimento nella produzione, per garantire la crescita e il livello occupazionale (cosa che, per esempio, il FED, banca centrale degli USA, sta facendo). Il governo brasiliano però ha rinunciato al controllo sulla Banca Centrale e non ha la volontà politica di obbligare gli investimenti della produzione. Teniamo anche presente che le riserve cambiali del Brasile sono investite in titoli del Tesoro degli USA con interessi irrisori. Che le riserve cambiali hanno raggiunto i 160 miliardi di reali, ma la stessa cifra hanno sommato gli interessi del 2006 da pagare sul debito estero… Abbiamo così il quadro dell’attuale mondo economico che io non capisco e mi rifiuto di capire!

Qualcuno ha concluso che la globalizzazione, come la mafia, rassicura il Brasile che tutto gli andrà bene, che la sua economia è “blindata”… fintanto che paghi il pizzo di restare al suo posto funzionale, vendendo i suoi prodotti e le sue ricchezze, e facendo che il PIL nazionale lieviti grazie a imposte e tasse sulla popolazione, che oggi incidono in ragione del 40%.

Lula mostra di essere allineato anche al comandamento neoliberale di privatizzare. Il governo brasiliano ha privatizzato perfino la Vale do Rio Doce che lavora col sottosuolo del Paese. Si tratta di una compagnia strategica che attua in 14 Stati, possiede novemila km di ferrovie e dieci porti, ed è presente nei cinque continenti. È stata privatizzata-alienata per 3,3 miliardi di reali, mentre ne vale almeno 100. Il popolo brasiliano è stato escluso da tutta la transazione e la richiesta di re-nazionalizzazione non è stata minimamente considerata.

Anche più indicativo è il discorso dell’alcool-etanol. Ho scritto in passato che il Brasile ha vocazione agricola. Ma ora egli ha scoperto la vocazione all’etanol che si prospetta un grande affare. Oggi c’è una forte domanda di energia alternativa che sia rinnovabile e poco inquinante: per rispondervi il Memorando Bush-Lula prevede una produzione massiccia di etanol, ottenuto dal mais negli USA e dalla canna da zucchero in Brasile. Oggi il Brasile produce 17 miliardi e mezzo di litri di alcool, ma può arrivare a 110 miliardi (50% del mercato mondiale) sfruttando 90 milioni di ettari coltivabili. Per disporre di tanto terreno il governo è disposto a tutto, anche a sviare fiumi e disboscare foreste. C’è il precedente asiatico della Malesia dove le foreste furono disboscate all’87%, i contadini furono espulsi dalle loro terre e i terreni sottratti alla produzione di alimenti.

La ormai famosa trasposizione delle acque del Rio S. Francisco si iscrive in questo panorama. Ufficialmente si parla della “rivitalizzazione” del Rio S. Francisco e dell’integrazione dei suoi bacini idrici che beneficerebbero 12 milioni di persone in quattro Stati dell’arido e semiarido: Paraiba, Cearà, Rio Grande do Norte e Pernambuco. Dom Aldo Pagotto, Metropolitano dello Stato di Paraiba, sostiene questo megaprogetto di 6,6 miliardi di reali (oltre 3 miliardi di dollari), definendolo provvidenziale e dicendo che la parte tecnico-scientifica e amministrativo-economica sono di esclusiva competenza del governo. Ma molti segmenti della società civile e della chiesa si oppongono: studi alternativi provano che a un prezzo di 3,6 miliardi di reali è possibile fare opere in beneficio di 44 milioni di persone in 10 Stati: i 4 di sopra, più Alagoas, Sergipe, Bahía, Maranhão, Piaui e Minas Gerais. Lo spirito del progetto alternativo è che bisogna convivere col semiarido (sull’esempio dello Stato di Israele) e avere come finalità il rifornimento di acqua per persone e animali dei centri urbani e delle zone rurali, e per la produzione agricola sostenibile. Non così il megaprogetto del governo che vuole destinare il 70% delle acque sviate all’irrigazione, per allevamenti, o uso industriale, o per l’alcool… Questo provocherebbe danni irreparabili, anche perché l’acqua del Rio São Francisco è scarsa. Provocherebbe, inoltre, scompensi ambientali e umani con popolazioni indigene e “rivierasche” di pescatori.

Un vescovo della regione, il francescano Luiz Flavio Cappio già nel 2005 aveva fatto uno sciopero della fame o, come lui preferisce dire, un digiuno-e-prehiera, per fermare il megaprogetto. In quell’occasione Lula aveva promesso di riconsiderare il progetto e di rispettare le molte regole istituzionali e democratiche che erano state calpestate nella fretta della sua realizzazione. Ma i lavori, sospesi per qualche tempo, sono stati ripresi con l’esercito a difendere i cantieri. Mons. Cappio riprese il digiuno-e-preghiera in Novembre ‘07 e lo interruppe solo quando venne internato con pericolo di vita. Lula si trincera dietro gli studi lacunosi e tendenziosi dei suoi tecnici e ironizza che la chiesa non è forte in analisi scientifiche. È una menzogna, perché è tipico della chiesa brasiliana ricorrere a esperti e a studi di rigore scientifico.

Sarebbe però ingiusto bocciare Lula su tutta la linea. Il suo governo ha fissato il salario base o minimo a un livello migliore; ha dato incentivi all’agricoltura a livello famigliare, ha investito nel settore energetico e della sanità, ha incentivato le scuole tecniche, aiutato fabbriche in crisi (attraverso il BNDES), mantenuto fino ad ora la base delle pensioni; ha favorito maggior accesso della donna nelle politiche pubbliche; ha promosso l’uguaglianza delle etnie, e l’avanzamento nella politica dei Diritti Umani (per esempio, ultimamente ha chiesto chiarezza sul coinvolgimento dei brasiliani nei casi dei desaparecidos politici dell’Argentina). Ci sono poi le politiche sociali per stemperare gli animi, dando “borse” o “ceste” di aiuto ai più poveri…

C’è chi ironizza e lo definisce il padre dei poveri… ma la madre dei capitalisti. Dice che lui vuole il bene della “casagrande” e della “senzala”, cioè della villa padronale e delle barchesse della servitù. Il che mi lascia alquanto perplesso.

Dato che ho accennato all’Italia, vorrei ricordare qualche peculiarità degli italiani. Come direbbe Leopardi, essi “sono sempre scontenti perché sono sempre infelici. Perciò sono scontenti del loro stato, perciò medesimo di chi li governa”. Noi italiani ci lamentiamo anche quando stiamo bene. Gridiamo “al lupo!” per gioco o per scaramanzia. E più grida chi meno ne avrebbe il motivo. Ora che il lupo (neoliberale) è venuto, chi ci crede più se gridiamo?

L’Italia da sempre manca di civismo: il governo è considerato nemico comune; il motto è Ciascuno per sé e tutti contro il governo; oppure Piove, governo ladro! Di qui l’analfabetismo politico.

Oggi s’è aggiunta un’epidemia di individualismo corporativista: “Il governo faccia tutte le migliorie che vuole e tutti i tagli necessari, ma non tocchi gli interessi miei e della mia categoria, quand’anche io avessi evidenti privilegi insostenibili”. Di conseguenza vengono colpite le “corporazioni” più deboli: i giovani, i lavoratori di basso reddito e gli immigrati.

Gli italiani sono poi condannati a non conoscere la verità in campo socio-politico, dal momento che il capo dell’opposizione ha praticamente il monopolio dei mezzi di comunicazione e può fare un “mix” molto convincente di menzogne e mezze verità. Egli vuole ritornare al governo perché la pipa del potere lascia la bocca torta e perché i suoi affari ne hanno bisogno. Quindi critica e “fritta” il centro-sinistra nonostante questi faccia un governo di destra: oltre al danno, le beffe.