M.M.& R.

Il viaggio durerà circa sei ore, sei ore e mezza, se tutto va bene. Faremo una piccola sosta nei pressi di Aparecida. Raccomandiamo ai passeggeri l’uso della cintura di sicurezza e ringraziamo per aver scelto la nostra compagnia. Che il Signore stenda la sua mono su di noi e ci protegga da ogni male, dalle avversità della vita e ci preservi da ogni pericolo durante questo lungo viggio, in nome di Gesù.

A queste invocazioni proferite dall’autista i presenti rispondono con un sonoro e corale “Amen, Alleluia Senhor”.

Io, comincio a chiedermi che razza di pericoli e quali avversità dovremo affrontare in questo lungo viaggio. La corriera, sbuffante pachiderma, si immerge nel mostruoso traffico cittadino. Uscire da São Paulo è un’impresa, l’ingorgo perenne fa sembrare la destinazione del mio viaggio ancora più lontana. Normalmente prendo l’aereo e in quarantacinque minuti atterro a Rio, così vicino al centro della città che ci potrei andare a piedi. Oggi, vista l’attuale congiuntura economica e il crollo di Wall Street, prendo la corriera. Però, ad esclusione del traffico in sè, non immaginavo neanche l’esistenza di pericoli e avversità: nessun comandate di aereo ne aveva mai parlato prima. Decido allora di non leggere, di non dormire, di stare attentissimo ad ogni sobbalzo, ad ogni curva, ad ogni frenata, ad ogni sorpasso: sei ore, sei ore, sei ore… Ma sono contento lo stesso, penso al mio amico, alla sua sonora risata, ai suoi occhi allegri e di come mi abbraccerà domani, quando ci vedremo. Stasera sarò troppo stanco, preferisco cercami una stanza in un alberghetto, non avrò la minima condizione di vedere nessuno, sarò sudato, schiena a pezzi, stravolto, mal di testa da spaccarmi in due. A casa sua c’è spazio, lo so, anche se non ho confermato il mio viaggio, so che a casa sua di spazio ce n’è per tutti. È lo stesso: panino, birretta e alberghetto. Appena arrivo gli telefono e glielo spiego, resisterò alle sue proteste.

Il mio amico si sposa. Anzi, ufficialmente si è già sposato ieri. Domani c’è la festa. In tutti questi anni ci siamo sempre visti a São Paulo, a casa mia o per la strada. A Rio mai, sarà la prima volta. Ricordo quando ci siamo conosciuti un milione di anni fa sulla spiaggia a Salvador. Spiaggia…, sì va bene, chiamiamola spiaggia! Come se Itapuã potrebbe chiamarsi semplicemente “spiaggia” come Cesenatico o Pinarella! Lui veneto, io emiliano, accomunati dalla passione per questo paese, sulla spiaggia di Itapuã a migliaia di chilometri da casa. Ma lui, il mio amico, è fantastico, con il suo modo di fare e di essere, riesce a trasformare in casa sua qualunque posto dove in quel dato momento si trovi. E allora là, sulla sabbia bianca di Itapuã, all’ombra delle palme, eravamo in casa. Quando venne con me a lavorare in un tugurio di favela, eravamo in casa. Il mio amico è così. Non per niente lo abbiamo soprannominato Maluco-Beleza, Pazzo-Bellezza. E da quel giorno sulla spiaggia si trasformò nel nostro più grande consigliere e incentivatore, tanto da portarci in giro per il mondo per farci conoscere da tutti. Insomma, a lui, ci lega un vincolo importante, un vincolo di idee e ideali comuni.

Il mio amico si sposa, io vado alla festa. Resterò poche ore, devo tornare a São Paulo in giornata, non potrò restare fino alla fine. Lui insisterà, io partirò.

Delle avversità e dei pericoli me ne accorgo soltanto nelle curve della Serra das Araras: tornanti a gomito in una inclinazione da pista di sci. La corriera in uno slalom olimpico tra camion e precipizi senza fondo. Che il Signore stenda la sua mano. Siamo sulla via Dutra, la principale arteria nazionale, il collegamento tra São Paulo e Rio, praticamente l’unico. La strada litoranea è troppo lunga e accidentata, vale per un viaggio di turismo, per godersi paesaggi da sogno, foreste e spiagge tropicali. Questo invece è il tragitto delle industrie, del commercio, della fretta di un paese che ha abbandonato la ferrovia dedicandosi esclusivamente al trasporto su strada: non esiste alternativa, o l’aereo o la corriera. Finite le curve e i precipizi, si apre davanti a noi la Baixada Fluminesie, inizia la smisurata periferia di Rio. Decine di città, quartieri e paesi in un unico agglomerato urbano, inferiore per numero di abitanti solamente a São Paulo. Sono le sei di sera, siamo partiti a mezzogiorno. Secondo l’informazione dell’autista dovremmo essere arrivati. Invece è meglio rassegnarsi, dormicchiare, aspettare. L’ingorgo è mostruoso, si va a passo d’uomo. È l’unica via di accesso alla città. L’intera Baixada Fluminese si è data appuntamento oggi, qui. Non ho altro da fare che guardare l’insolito paesaggio. Le fermate di autobus traboccanti di gente e venditori ambulanti, le casupole di mattoni, le baracche a perdita d’occhio, la vegetazione che si infiltra tra muri e crepe, le montagne di Rio che nonostante tutto continuano vergini.

La stazione delle corriere alle sette di sera è un formicaio umano, guadagno l’uscita e la fermata dell’autobus grazie a solerti indicazioni di una signorina dal sorriso carioca – che a São Paulo un sorriso così manco te lo sogni. La tentazione del taxi è enorme. Ma dove andrei? È tutto fermo, tutto bloccato, spenderei un patrimonio. Autobus. Siedo vicino all’autista, così mi avvisa quando siamo vicini alla metropolitana. Siedo e mi rialzo. Uno scarafaggio amazzonico grosso un palmo mi guarda fisso, appoggiato sulla parte interna del finestrino. O io o lui. E allora mi appendo agli appositi sostegni come Tarzan e con un salto acrobatico lo schiaccio seduta stante. Lui rimane appiccicato, spiaccicato al vetro, intestini sparpagliati, sangue (ce l’hanno il sangue gli scarafaggi?) e interiora in bella mostra. Passa un minuto e un nuovo scarafaggio si avvicina da terra. Ormai è guerra. Dopo sette ore di viaggio e le sue avversità, mi sono trasformato in una bestia, il più grande sterminatore di scarafaggi del mondo. Ne ho fatti fuori tre. Erano grossi, cannibali, con antenne filiformi, alieni di un altro mondo, un altro tempo: vengo da São Paulo, io! anzi da Cesenatico! Bacarozzi maledetti! Tiè, ciapa su! Cani dell’inferno!

In albergo penso che l’ometto del bar voleva fregarmi. Mi ha visto straniero e sul conto ha scritto centocinquanta invece di quindici, semplicemente uno zero in più. Ecco il cretino di Cesenatico, avrà pensato e zac, uno zero in più. Ma io la so lunga, sette ore di viaggio e tre scarafaggi morti! Ei, dico, sai dove te lo puoi infilare sto zero in più?… Telefono a casa: sono vivo. Telefono al mio amico: ci vediamo domattina, sono impresentabile, ho sangue di bacarozzo dappertutto, ci vediamo domani.

E quando finalmente ci incontriamo, il suo abbraccio è quello di sempre. E, sorpresa delle sorprese, è lui che fa un regalo a me, lui che si sposa e lui che fa i regali agli altri: un libro stupendo, l’autobiografia di Marcos Ana, poeta spagnolo, prigioniero nelle carceri di Franco per decenni. Il mio amico ha pensato a me. Sapeva che sarei venuto, con grande sprezzo di avversità e pericoli, sarei venuto lo stesso. Finalmente conosco la moglie e il suo simpaticissimo figlio.

La festa è un incontro tra amici. Alcuni dei presenti sono chiamati a parlare degli sposi. Parla il padre della sposa, il fratello, un’amica. Parlano un paio di amici del mio amico e anch’io dico due parole. In un clima di grande emozione, tra me e me penso che il mio amico vale il viaggio, le avversità, i bacarozzi perchè… perchè è mio amico e basta; ma ad alta voce dico che il mio amico è una persona speciale perchè non ha paura, non si tira indietro e dice sempre Sì.

In seguito è lui a parlare, dice che la sua famiglia italiana oggi è lontana, che qui ne ha trovato una nuova. Anche la moglie vuole esprime la sua gratitudine ai presenti e, rivolta al marito dice che lui le ha illuminato gli occhi e il cuore.

Mauro, il mio amico Maluco-Beleza, dall’entusiasmo do tamanho do mundo, grande come il mondo, abbraccia la bellissima Milse e il piccolo Rafael tra gli applausi di tutti noi.

Grazie Milse, grazie Mauro.