Omero

Quando il potente col minor s’adira,
Reprime ei, sì, del suo rancor la vampa
Per alcun tempo, ma nel cor la cova,
Finché prorompa alla vendetta.

(Omero – Iliade – Libro primo, v. 106)

Aveva già detto tutto, fin da quei tempi là. Basterebbe questa citazione e mi risparmierei le pagine a seguire.

E mentre il dibattito nazionale gira intorno ad un eventuale terzo mandato del presidente Lula, passavo trafelato come sempre per la “rua sete de abril” in pieno centro. Mi dirigevo dal terminal di autobus alla metropolitana. Marco mi mette tra le mani un foglietto: la propaganda di un investigatore privato che promette svelare i segreti che il tuo coniuge nasconde. Marco aspetta paziente che lo riconosca. Marco. Quanto tempo, amico mio, quanto tempo.
Ricordo il giorno che lo incontrai vestito di sacco, il sacco nero delle immondizie, ad inveire contro i passanti, fradicio, immondo barbone, preda di fumi e allucinazioni. Vigliacco, non mi fermai neanche un attimo, lo abbandonai vittima di se stesso ad un destino incerto. Ricordo anche quando frequentava le riunioni, non ne perdeva una. Trovava lo stratagemma per partecipare sempre, ogni settimana me lo rivedevo davanti, in prima fila. Marco ma…, Dottore non mi cacci via… . Ci legava, oltre ad una simpatia reciproca, anche il fatto di avere origini comuni. Italiano di Ancona, cinquant’anni ben portati, baffi. Una infinita serie di disavventure familiari e personali lo scaraventarono sulla strada. E uscirne è la cosa più difficile. Le ricadute erano seguite da piccole riprese e viceversa. Fino a che le piccole riprese diventarono insufficienti per poter risollevarsi dal baratro in cui con le proprie mani si era infilato. Marco. Oggi distribuisce foglietti pubblicitari, guadagna qualche soldo per mangiare. Sono pulito, dottore. Significa: non bevo più. Bravo Marco, racconta, dimmi, come stai, cosa fai… Rallento il passo, tanto quello che dovevo fare adesso posso farlo benissimo domani. Marco racconta e a domanda risponde. Si stupisce quando dico che non conosco “o quebra ossos”, il rompi ossa.

E mentre il dibattito nazionale gira intorno ad un eventuale terzo mandato del presidente Lula che, detto tra noi, non è ancora arrivato alla metà del secondo, è doveroso informare che negli ultimi due anni il Brasile ha avuto 489 “surtos” di malattie gravissime. “Surtos” significa, in questo caso, “attacchi localizzati”.  Traduco dal giornale “Estado de São Paulo” del 6 aprile scorso: “Il Centro di Informazioni Strategiche della Vigilanza Sanitaria calcola che negli ultimi due anni quarantamila persone sono state vittima di “surtos”. È bene informare i viaggianti che molte di queste malattie, in Europa o sono completamente sconosciute o sono ormai debellate da molti anni.

     Dengue. Febbre, dolori generalizzati, emorragie, problemi epatici e neurologici. È una specie di febbre emorragica trasmessa dalla zanzara Aedes aegypty. Rio de Janeiro è la città che in questo momento soffre di più. Da gennaio fino ad oggi sono decine di migliaia di persone contaminate e 86 morti. È intervenuta la Forza Nazionale per aiutare a distruggere i focolai di zanzare che proliferano in acqua stagnante. Non esiste un vaccino.
    Febbre Gialla. Febbre, itterizia ed emorragie. Da gennaio fino ad oggi 21 morti.
    Malaria. Cinquecento mila casi. 500000 (cinquecento mila casi). Cinquecentomila.
    Meningite. Quest’anno si è avuto un grande “surto” nelle favelas di Guarujá, sul litorale di São Paolo. Guarujá è, come dire…, la Milano Marittima della città di San Paolo. Se non hai una casa o se non passi le vacanze a Guarujá, sei out. E ogni lusso ha bisogno della sua fogna. La favela.
   Chagas. Infiammazione cardiaca e intestinale cronica. Trasmessa da un insetto, una specie di cimice chiamato barbeiro che si è contaminato col sangue di animali infettati.
   Beri-Beri. Problemi neurologici legati alla motricità. È una malattia della sottonutrizione, della mancanza di vitamina B1 associata ad una tossina presente nel riso (il piatto nazionale) che ne impedisce l’assorbimento. L’anno scorso si sono registrati 38 morti.
    Leishmaniose. Attacca milza e fegato causando aumento del volume addominale. Causata da un protozoo trasmesso attraverso il mosquito-palha, una specie di zanzara, che nell’ambiente urbano acquista l’agente al contaminarsi col sangue dei cani. 3500 casi registrati in un anno e mortalità in forte aumento.
    Tubercolosi. Sull’autobus che tutte le mattine mi porta alla Avenida Paulista c’è un poster: Se tossisci da più di due settimane, stai attento, vai subito all’ospedale, può essere un attacco di tubercolosi. Siamo il 16º paese al mondo.
    Hanseniase. Lebbra. Forse la malattia più antica dell’umanità. Dopo l’India, ci siamo noi.

Marco mi convince ad accompagnarlo a casa. Il “rompi ossa” è l’entrata della sua casa dove vive con altre decine di persone, forse centinaia. Chi si dirige verso la zona est della città, a pochi passi dalla piazza principale, attraversa una zona di grandi strade ed enormi cavalcavia. È Parque Dom Pedro. Originalmente una zona acquitrinosa, poi trasformata in giardino pubblico, oggi cementata, asfaltata e abbandonata dall’uomo in favore di un traffico intensissimo in cui si incrociano le direzioni nord-sud, est-ovest. Nell’intercapedine del viadotto, tra la terra e l’asfalto, un buco in cui ci si cala strisciandosi per terra, conduce ad una grotta il cui soffitto è il ponte e il pavimento la nuda terra. L’aria entra dalle fessure dell’asfalto del cavalcavia, così la luce. Cinquanta metri per trenta, o forse più. Una caverna, una grotta, un buco nel cuore della città. Marco abita qui. Per separare il territorio, per mantenere una parvenza di intimità, vengono adoperate assi e scatole di cartone. In fondo, laggiù, un buco per terra. È il pozzo nero, la fossa. Tre bambini piccoli siedono accanto alla madre sdraiata avvolta in stracci. Il padre prepara in un fornello qualcosa che assomiglia ad una zuppa. Pane rancido riposa sopra lo scatolone. Marco dice che la signora sdraiata ha una di quelle malattie lì. Intuisco topi, pidocchi e scarafaggi di dimensioni preistoriche. Marco dice che molta di questa gente abitava a crackolandia. Marco dice che il Comune è venuto ed hanno portato fuori tutti, ed hanno chiuso l’ingresso principale che era un tombino. Me lo fa vedere: cementato. Marco dice che la sera stessa hanno aperto il “rompi ossa” come entrata alternativa – il buco dal quale sono appena passato – per ritornare nella caverna e prendere quello che era rimasto dentro. Marco dice che le baracche di tela che ho visto davanti all’entrata sono perché dentro la grotta non c’è più posto. È meglio dentro. Dentro ci facciamo entrare solo chi vogliamo. Marco dice che la cattedrale è a duecento metri da qui. Marco dice che è molto contento di vedermi e che mi trova bene, anche un po’ ingrassato. Marco dice ridendo che adesso lavora nel ramo della pubblicità. Adesso sai dove abito, vieni a trovarmi quando vuoi.

E mentre il dibattito nazionale gira intorno ad un eventuale terzo mandato del presidente Lula, il paese, abbacinato da una crescita economica misurata dalla quantità di elettrodomestici venduti, continua ad ammalarsi di malattie come il Beri-Beri, il cui primo registro è dell’epoca del traffico di schiavi. Di Lebbra. Tubercolosi. Dengue. Ma il PAC, piano di accelerazione della crescita, prevede la costruzione di un ascensore, magari con vista panoramica e aria condizionata, alle pendici della montagna sulle cui sponde si ammucchiano le favelas. Il “surto” di dengue a Rio causa una mobilizzazione nazionale. 86 morti in quattro mesi. La zanzara può beccare tutti, bianchi e neri, poveri e ricchi. Forse, la zanzara, è la vera forma di integrazione nazionale, razziale, economica, forse è la vendetta della miseria. Ma adesso non importa. Abbiamo perso troppo tempo a parlare di malattie, di caverne, del mio amico Marco. Il dibattito nazionale incombe.