Ottomani 2

CASA, DOLCE CASA

La casa. Per noi, non solo una costruzione, un tetto sotto cui ripararci, un angolo caldo d'inverno e fresco d'estate. Per noi, un luogo in cui mettere radici, in cui creare ricordi. Il luogo dei nostri affetti, della nostra famiglia, dei figli e dei genitori. Da noi, il primo grosso investimento che una coppia fa al suo formarsi. La casa poi cresce a nostra immagine, la personalizziamo con i nostri colori preferiti, con oggetti, con arredi che sono a nostra misura…

A casa si torna stanchi la sera, vi si trova conforto, pace, trambusto, rumore, suoni, affetti….

Siamo arrivati dall'Italia con questo concetto di casa nel nostro pensiero e nel cuore… anche perché l'abbiamo lasciata al di là dell'oceano.

Ciò che abbiamo visto qui ci ha colpito, ci ha angosciato, ci ha sconvolto.

Ha un bel dire Anna Maria: "Lasciate a casa le vostre categorie mentali, qui è un altro mondo". Non è facile. Soprattutto perché continuiamo a fare confronti e non riusciamo a capire. Ci risulta anche difficile spiegarci.

Allora proviamo a descrivere.

Prima esperienza. Uno dei primi giorni qui, facciamo un'escursione a Tarata, un centro a una trentina di km da Cochabamba, una bella cittadina costruita in stile coloniale spagnolo, una bella piazza, una chiesa interessante e soprattutto un imponente monastero francescano in restauro. Poco lontano dalla cittadina "leggiamo nella guida" c'è un paesino famoso per la produzione di ceramica. Si chiama Huayculi. Ci mettiamo a cercare. La strada asfaltata diventa sterrata, la case sono costruite in adobe (mattoni di terra e paglia messi a seccare al sole) e coperte di lamierini, al centro del paese, la piazza, su cui si danno convegno … i tacchini.

Finalmente troviamo un laboratorio. Ci fanno entrare. Siamo in un polveroso cortile in terra battuta, chiuso da muri di adobe. Vediamo ammonticchiati vasi e ciotole di foggia e misure diverse. In fondo al cortile, il vasaio, al tornio. Ci fa una dimostrazione del suo lavoro. Costruisce per noi, con orgoglio e abilità, un vaso e un portacenere.

Il cortile pullula di gente, donne di varia età, uomini, bambini che corrono e giocano scalzi, rotolando nella polvere, e qualche animale. Un bimbo si avvicina alla mamma e si attacca al seno, piuttosto avvizzito, per succhiare. Una donna anziana si avvicina per offrirci la chicha, un liquore a base di mais fermentato, che non abbiamo coraggio di accettare.

Quando ci avviciniamo per fare acquisti, notiamo la casa in cui tutte queste persone vivono. Si tratta di una serie di stanze buie, una accanto all'altra, tutte solo al pianterreno, con il pavimento in terra battuta, senza finestre, che prendono luce solo dalle porte che si affacciano sul cortile. Stanze disadorne, vuote, letteralmente vuote. Nessun arredo, qualche suppellettile. Un acre odore di chicha. Le persone che sono all'interno, sono sedute o accovacciate per terra, in mezzo allo sporco, così come lo sono le persone in cortile. E questa è la casa di un artigiano, che ci racconta di essere stato anche a Buenos Aires a tenere corsi di ceramica!

Ce ne andiamo sconvolti.

Seconda esperienza. Questa volta siamo a Tablas Monte, un grosso centro da cui provengono alcune delle ragazze ospitate nella Casa Estudiantil di Colomi. Il pueblo (il paese) è piuttosto sparpagliato, con frazioni anche lontane. E' davvero fuori dal mondo: da Colomi una quarantina di km di strada sterrata che si inoltra nella foresta tropicale. Ha due scuole (elementari e medie) e una chiesetta " visitata circa una volta all'anno dal parroco, che in quell'occasione amministra tutti i sacramenti arretrati, battesimi, cresime, matrimoni… Le case, per la maggior parte qui sono di legno, piccole "baracche" ad un solo piano, una porta di ingresso, qualche piccola finestra.

E' con noi una "chica" che portiamo in visita alla sua famiglia (non torna da oltre due mesi). Vediamo la sua casa, dal di fuori. Un cortile, stavolta non chiuso, solo un prato, su cui pascolano galline e un maialino, un piccolo edificio laterale dove cucinano, un gabinetto esterno. C'è la luce, arrivano i fili. L'acqua, se arriva, è inquinata. Vediamo però che le donne lavano al fiume e che le mucche che pascolano nei pressi vi si abbeverano.

Non entriamo in casa, ma possiamo invece visitare la piccola scuola materna locale. Un edificio in muratura. Una piccola cucina, un piccolissimo refettorio, un dormitorio e una stanza per i giochi. Detto così, sembra idilliaco. Invece. Invece, la stanza per i pasti non ha finestre, solo la solita porta d'entrata, quattro tavolini e un po' di sedie (e i bimbi ospitati possono essere una settantina). Il dormitorio contiene due materassi stesi a terra e nient'altro. La stanza dei giochi, anch'essa senza finestre, è totalmente, desolatamente vuota. Solo il pavimento di cemento. Non c'è neanche l'infisso nel vano della porta. Non ci sono i gabinetti.

Vediamo i bimbi, sono presenti una quarantina, giocano e mangiano seduti per terra nel cortile della chiesa. Si servono con le mani, prendendo riso o patate lesse (tutti insieme) da una grande ciotola. Parliamo con la maestra, più una sorvegliante che un'insegnante. E' lei che ci fa vedere la sua scuola. Non sembra scandalizzata dalla situazione in cui opera.

Noi,invece, siamo esterrefatti. Proprio senza parole.

In una bella calda giornata di sole, poi, incontriamo Suor Mariangela. Suora dorotea, lascerà fra poco la Bolivia per assumere un incarico importante a Roma. E' italiana, anzi vicentina, in Bolivia da una vita. E' a nostra disposizione per rispondere alle nostre domande. Ed effettivamente chiarisce molti punti, con acutezza e perspicacia.

Le diciamo del nostro disagio, della incapacità di capire, accettare questo modo di vivere. E le sue spiegazioni ci lasciano ancora più sorpresi, perché ribaltano il nostro punto di vista.

Per esempio, chiarisce il rapporto tra i campesinos e la loro casa. Spiega che nei villaggi essi lavorano la terra, allevano bestie, crescono i figli, molti figli e svolgono quasi tutte queste attività all'aperto, fuori dalla casa. Mangiano anche fuori, seduti per terra. A casa tornano a sera per dormirvi, spesso per terra, avvolti nel loro aguayo.

Ci colpiscono le sue parole: "La casa, per loro, non è una priorità. Non rappresenta per loro ciò che è per noi. Per loro è una "tana", nel senso letterale, serve come riparo per dormire la notte. Tanto è vero che di giorno vivono sempre fuori."

Le parole di suor Mariangela ci hanno fatto capire che il nostro atteggiamento , qui in Bolivia, deve essere quello di osservare, ascoltare, rispettare una cultura diversa dalla nostra, con valori e concezioni di vita proprie.

E comunque, al di là dello sgomento e del disagio, le visite a Huayculi e a Tablas Monte ci hanno arricchito di sensazioni, emozioni, sentimenti che danno spessore al nostro viaggio.

Il Progetto offre alle ragazze che provengono dal campo una "casa": la Casa Estudiantil. Ma questa casa, come vi racconteremo nella prossima lettera, non si propone in opposizione (o sovrapposizione) alla cultura del campo. Non vuole affatto mettere in crisi i valori di riferimento delle chicas… E' uno spazio dove possono trovare stimoli e aiuti per diventare donne, madri, maestre, infermiere. Libere di scegliere, consapevoli di quanto valgono.