Paolo Barnard, Report e la RAI

Paolo Barnard, giornalista freelance, sta attraversando un bruttissimo periodo. Dopo aver preparato per la RAI e la trasmissione Report degli ottimi servizi di denuncia si trova abbandonato da tutti davanti ad un tribunale, per un servizio che la RAI ha mandato in onda e che ora fa ricadere su di lui ogni responsabilità. Una forma sottile per far zittire le voci libere… [leggi]

Di seguito la risposta di Milena Gabanelli e i commenti di Alex Zanotelli e Gherardo Colombo

Ogni azienda, giornale o tv fornisce l'assistenza legale (ovvero paga l'avvocato) ai propri dipendenti, non ai collaboratori. Quando abbiamo iniziato (1997)nessuno di noi si era posto il problema, che invece abbiamo affrontato quando sono arrivate le prime cause (2000). Si trattava di querele per diffamazione. La sottoscritta e il direttore di allora chiedemmo assistenza legale e ci fu concessa. Fatto che si verificò in tutti i successivi procedimenti penali. Le prime cause civili arrivarono nel 2004, e lì scoprimmo che invece non ci sarebbe stata copertura legale. La tutela veniva fornita a me in virtù del contratto di collaborazione con la rai, ma "a discrezione", ovvero dovevo presentare una memoria difensiva con la quale dimostravo, punto per punto, di aver agito bene. Non avendo l'autore del servizio nessun contratto di collaborazione con la rai (pochè vende il pezzo), si assume i rischi in caso di richiesta di risarcimento danni. La realtà era questa: o prendere, o lasciare. Gli autori furono messi a conoscenza della questione e tutti decisero di continuare "l'avventura" con Report. Con tutte le angoscie del caso, ma a dominare è stata la convinzione di tutti noi che lavorando bene alla fine le cause si vincono e il soccombente dovrà pure pagare le spese. Da parte mia ho iniziato una lunga battaglia per poter avere ciò che nessuna azienda normalmente fornisce ai non dipendenti: l'assistenza di un avvocato in caso di causa civile (nel penale, come ho già detto, ci è stata fornita fin dall'inizio). Dal 2004 in poi la tendenza è stata quella di farci prevalentemente cause civili, con tutto quel che ne consegue in termini di stress, tempo che perdi, e paure che ti assalgono. E' bene sapere che quando si va in giudizio ognuno risponde per la parte che gli compete: gli autori rispondono del loro pezzo, la sottoscritta per tutti i pezzi (in qualità di responsabile del programma), la rai in quanto network che diffonde la messa in onda. Qualora il giudice dovesse stabilire che c'è stato dolo da parte dell'autore, a pagare saranno tutti i soggetti coinvolti (la rai, la sottoscritta, l'autore). E questo vale per tutti, anche i dipendenti. La differenza è che prima di arrivare alla sentenza nessuno ti paga l'avvocato. Nel 2007 le cause arrivano ad un numero talmente elevato che passo più tempo a difendere me e i miei colleghi che non a lavorare. Ma a luglio 2007 il direttore generale Cappon chiede all'ufficio legale della rai di garantire la piena assistenza legale a tutti gli autori di Report. Questo non ci toglie le ansie (finchè non c'è una sentenza non sai di che morte muori), però almeno sai che alle tue spalle c'è un'azienda che ha riconosciuto il valore del tuo lavoro e ti paga l'avvocato. E' stato difficile ottenere questo risultato, ma c'è stato e questo è oggi quello che conta.
Certo, se su ogni puntata vieni trascinato in tribunale, alla fine può darsi che lasci la partita perchè non riesci più a reggere fisicamente. Ma questo non è colpa della rai di turno, bensì di un sistema giudiziario che permette a chiunque di fare cause pretestuose, senza che ci sia a monte un filtro (come avviene invece nelle cause penali) che valuti l'eventuale inconsistenza della causa stessa.
Paolo Barnard. E' un professionista che stimo molto, ma purtroppo l'incompatibilità ad un certo punto era diventata ingestibile, e così a fine 2003 le strade si sono separate. Per quel che riguarda la questione legale che lo coinvolge, sono convinta della bontà della sua inchiesta e penso che alla fine ci sarà una sentenza favorevole. Ci credo al punto tale da aver firmato a suo tempo un atto (che lui possiede e pure il suo avvocato) nel quale mi impegno a pagare di tasca mia anche la parte sua in caso di soccombenza. Non saprei che altro fare.
Non ho il potere di cambiare le regole di un'azienda come la Rai, credo di aver fatto tutto quello che è nelle mie modeste capacità. Il lavoro che io e gli altri colleghi di report abbiamo deciso fin qui di fare non ce lo ha imposto nessuno. E' un mestiere complesso che comporta molti rischi, anche sul piano personale. Si può decidere di correrli oppure no, dipende dalla capcità di tenuta, dal carattere e dagli obiettivi che ognuno di noi si da nella vita. Il resto sono polemiche che non portano da nessuna parte e sottragono inutilmente energie.
Un caro saluto a tutti.
Milena Gabanelli

pubblicato su http://www.forum.rai.it il 10 Feb 2008, 21:16

 

APPELLO DI ALEX ZANOTELLI PER IL GIORNALISTA PAOLO BARNARD

Rimango esterrefatto per quanto è avvenuto al giornalista Paolo Barnard abbandonato a sé stesso dalla RAI e dalla stessa Milena Gabanelli, la conduttrice di Report.
Ho sempre ammirato il lavoro giornalistico di Paolo Barnard. Penso che le sue puntate su Report siano le più belle del giornalismo italiano.
Ora Paolo Barnard è stato portato in tribunale per la puntata ("Little Pharma & Big Pharma") del 11/10/2001 e ripetuta, su richiesta del pubblico, il 15 /02/ 2003. Per quella inchiesta la RAI e la Gabanelli furono citati in giudizio il 16/11/2004. Nonostante le assicurazioni da parte della RAI, Paolo Barnard è ora abbandonato al suo destino. Questo è un comportamento a dir poco criminoso. E questo non solo perché tocca a Paolo Barnard , ma perché vengono così messi a tacere tanti giornalisti che troveranno così sempre più difficile fare giornalismo serio.
So che sempre più telegiornali sia della Rai che di Berlusconi escono con notizie decurtate dagli uffici Affari Legali delle rispettive aziende. Questo anche per la stampa e radio.
Chiedo che gli editori difendano i loro giornalisti che rischiano per il pubblico interesse, e che si impegnino a togliere le clausole di manleva dai contratti che gli stessi giornalisti sono obbligati a firmare.
Questo bavaglio ha e avrà sempre più potere paralizzante sulla denuncia dei misfatti italiani a mezzo stampa o Tv.
Questa è una lotta per la libertà di stampa , colonna portante di qualsiasi democrazia.

Alex Zanotelli

COMMENTO DI GHERARDO COLOMBO SU CENSURA LEGALE

Ho seguito con attenzione il dibattito Barnard – Gabanelli sui limiti della tutela legale che la RAI garantisce ai propri collaboratori.

Non voglio entrare nel merito della vicenda specifica, che del resto è stata rappresentata attraverso il contraddittorio dei due
protagonisti in modo che ciascuno è in grado di farsene un'opinione, e ciò a prescindere dal giudizio del Tribunale di Roma sulla
lesività o meno del contenuto dell'inchiesta nei confronti di chi se n'è sentito offeso.

Ma mi interessa molto il problema che dalle dichiarazioni di entrambi i giornalisti sembra affiorare: quello della censura indiretta verso l'informazione, magari approfondita e veridica, ma proprio per questo spesso scomoda, che si attua semplicemente utilizzando il timore dei giornalisti di essere non tanto chiamati a rispondere della correttezza del loro lavoro, ma costretti a sostenere da soli tutte le spese legali a ciò necessarie, trovandosi magari paradossalmente contrapposti allo stesso ente che liberamente si è avvalso dei loro reportages.

Emerge che questa censura non ha bisogno neppure di dichiarazioni o di dinieghi, perchè si maschera dietro un meccanismo legale capace di far leva sul timore delle conseguenze personali e familiari che un'inchiesta o un reportage può innescare; si avvale più o meno consapevolmente di autolimitazioni, del buon senso che spinge soprattutto chi tiene famiglia a chiedersi se ne valga la pena.

Mi viene in mente che ad analoghi risultati in termini di carenza di completezza e libertà di informazione può condurre il diffuso
precariato anche nel mondo giornalistico.

Mi chiedo se stante la centralità del ruolo dell'informazione per l'effettività di una società democratica, dove la chiave del potere di scegliere sta nella nella reale possibilità di conoscere, non sia il momento di dare statura costituzionale a regole essenziali che garantiscano l'indipendenza dell'informazione, che mi pare sia divenuta, con l'esplosione dei mass media, una guarentigia non meno importante di quella dell'ordine giudiziario, perchè è pur sempre di controllo dell'esercizio del potere nelle sue più varie forme di espressione che si tratta.

Forse la migliore risposta al dibattito in atto tra due persone molto stimate nella società civile, e alle domande che in molti si sono sollevate, sarebbe un approfondimento propio televisivo del tema, una riflessione sincera su quanto il motivato timore dei singoli, stanti le regole del sistema, finisce per pesare sulla dose di verità e completezza dell'informazione RAI; e non solo.

Gherardo Colombo