Per conferire il premio Nobel per la pace a Ingrid Betancourt

betancourt

FINALMENTE LIBERA!!!

Il 3 luglio Ingrid e altri 14 ostaggi delle FARC sono stati liberati

Ora, più di prima, vi invitiamo a sottoscrivere l'invito di Maurizio Chierici di proporre Ingrid Betancourt come prossimo Nobel per la Pace.
Per aderire basta inviare una e-mail al quotidiano L'Unità che sta raccogliendo le firme.
Divulgate l'iniziativa.

Per salvare la Betancourt
di Maurizio Chierici

betancourt2Sono passati sei anni e cento giorni. Da cento giorni la testata dell'Unità propone ai lettori l'immagine del dolore di Ingrid Betancourt per ricordare il dramma di una donna sepolta nella foresta. Impossibile nasconderla sotto altre notizie. Sei anni e cento giorni, e non è successo niente. Noi dell'Unità chiediamo un gesto deciso alla comunità internazionale: il premio Nobel per la Pace può raccogliere attorno a Ingrid intellettuali e politici di ogni colore e tutti gli uomini di buona volontà. Solidarietà dovuta a una donna che sta affogando nel labirinto delle diplomazie. Soffre per aver creduto nella ragione mentre i protagonisti della violenza usano il suo dolore come merce di scambio. Ingrid dalla treccia sciolta, sguardo che lo sfinimento sembra rassegnare, è diventata simbolo non solo di una emarginazione insensata, ma dell'impegno civile che impaurisce chi non vuole restituirla alla vita: fantasmi dell'utopia armata, palazzi del potere. Nella lettera uscita dalla foresta fa capire di non essersi arresa. Determinazione che spaventa. Da sola, fuori dal mondo, non rinuncia alla sua guerra di pace contro la guerra delle armi e la stupidità dei protagonisti della rivoluzione impossibile. Dall'angolo nella quale è rinchiusa la Betancourt rilancia l'utopia che sei anni fa l'ha spinta a giocarsi la libertà. Ma è davvero un'utopia? Nella società delle donne soldato, resta una donna che ascolta la gente. Ripropone l'impegno di migliaia di donne senza nome. Non chiedono la luna, pretendono la dignità di una esistenza normale per ogni essere umano. Non si è piegata alla prigionia feroce. Scrive con gli occhi dei carcerieri addosso. Eppure non intimidisce. Insiste nel pretendere una società dove il buon senso prevalga sulle furbizie dei notabili dell'economia e della politica; condanna l'oscurità medioevale di chi affida alle armi ideologie svanite. Altre due donne che le somigliano nel coraggio hanno vissuto e continuano a sopportare il dolore dell'esclusione: Aung San Suu Kyi e Rigoberta Menchu. Myanmar e Guatemala, comunismo dogmatico e capitalismo selvaggio.

Il filo che le unisce è l'arroganza militare. Quel Nobel per la Pace ha evitato a Aunga San e a Rigoberta emarginazioni più dolorose delle rinunce che continuano a sopportare. Ha permesso alla semplicità della loro voce di rianimare speranze che sembravano perdute. Così diverse e così vicine. Come Ingrid, anche Aung San è cresciuta in una famiglia importante. Il padre ucciso dopo avere negoziato l'indipendenza della Birmania dall'Inghilterra. Madre che anima l'eredità politica; ambasciatrice che le fa respirare la cultura dei grandi paesi. Aung San cresce in India affascinata dall'insegnamento di Gandhi, si laurea ad Oxford, lavora per le Nazioni Unite. Torna in Birmania quando il generale Saw Maung impone il regime militare che ancora soffoca il paese. Non si scoraggia: fonda la Lega Nazionale della Democrazia. La dittatura la teme e le toglie la libertà, ma nel 1990 la Lega di Aung San Suu Kyl vince a sorpresa le elezioni. Il suo esempio dà coraggio alla gente, ma i generali non riconoscono il voto. Ecco che il Nobel per la Pace accende i riflettori non solo sulla sua pacifica caparbietà: illumina la tragedia di un paese dimenticato. Gli attentati provano ad eliminarla, come è successo alla Butho. Sopravvive, torna agli arresti domiciliari. Si affaccia fra il filo spinato che circonda la casa; continua a proporre il buon senso della non violenza. Le violenze che la minacciano non ne hanno ammorbidito l'impegno. Nella contrapposizione Cina- Stati Uniti, Washington la protegge ma non riesce a liberarla. Il delirio dei generali che massacrano i bonzi resiste sotto l'ombrello di Pechino.

Rigoberta Menchu è una protagonista molto amata in America Latina ed Europa. L'orazione di Norberto Bobbio ha accompagnato la cittadinanza onoraria di Torino e di altre città italiane. E' una storia di banale crudeltà. Crudeltà dei militari guardiani del potere economico che sconvolgono la sua vita. Padre bruciato vivo, madre e fratelli torturati ed uccisi. Persone, non braccia e il latifondo non le sopportava. Vent'anni di governi più o meno in divisa hanno seminato 200 mila morti in Guatemala. L'esercito dei poveri contro l'esercito industriale nutrito dalle multinazionali. Rigoberta non sopporta la rassegnazione dei popoli indiani divisi da lingue ed incomprensioni che affondano nei secoli. Dà voce ai senza voce. Minacciata, scappa in Messico dove sopravvivono nel limbo affamato i rifugiati della paura, 120 mila indigeni in salvo dai 400 villaggi che i militari hanno bruciato. E' il 1981. Racconta la sua via Crucis e Elisabeth Burgos, sociologa argentina, moglie di Regis Debray. < Mi chiamo Rigoberta Menchu > diventa il libro che le apre la strada al Nobel. Danielle Mitterand e la Francia socialista prendono a cuore l'impegno di Rigoberta. Col Nobel che la protegge e la signora Mitterand che l'accompagna, torna a casa. Nessun giornale, nessuna Tv del Guatemala democratico ne annunciano l'arrivo. Ma al tam tam dei sentimenti non servono informazioni ufficiali. Milioni di persone l'aspettano nelle strade della capitale. Il pericolo continua. Viaggia con scorte armate. Il frazionamento dei venti popoli Maya esaspera le polemiche che biografie scritte e stampate nell'altra America avvelenano con racconti di ricchezze nascoste e di tradimenti nell'ombra. Invenzioni pagate dalle solite mani. Anche Rigoberta continua a pagare.
I giovani hanno ragione quando rinfacciano ai padri di essere sopravissuti agli anni del benessere. La mancanza di innocenza – per ambizione, disattenzione, pigrizia – insospettisce i rapporti col mondo nuovo che ci cresce attorno. Loro non capiscono, noi ne siamo intimiditi. La lettera scritta da Ingrid nella prigione verde riunisce le generazioni in un messaggio di speranza. Ricominciamo, niente è perduto. Non è la consolazione di una voce tranquilla, ma la voce di una donna che dovrebbe essere disperata. Come Aung San Sun Kyi e Rigoberta Menchu, Ingrid sopravvive nella terra di nessuno. Nessuno dei carcerieri prova a capire le sue verità. Ne sono spaventati. Anche le autorità che dovrebbero liberarla non sopportano gli esami di coscienza. Perché Ingrid non ha mai misurato le parole sul metro della convenienza personale. Sfidava la società politica quando era un giovane deputato. Si è impegnata nella difesa dei diritti civili appena è diventata il senatore più votato della Colombia. Non importa il pericolo. Attentati che la sfioravano ad ogni passo. Deve scappare in Francia per mettere al sicuro i ragazzi. Gli amici di Parigi cercano di trattenerla: donna giovane che vive il secondo matrimonio con l'entusiasmo di chi ha sempre voglia di ricominciare, perché buttarsi via ? Invece Ingrid torna nella sua America per fondare un partito: < Oxigeno >, aria pulita contro la corruzione. Vuole scuotere uomini e donne; non solo borghesia dei quartieri alti ma uomini e donne abbandonate nelle strade dall'emarginazione. Scrive un libro che esorcizza la paura < La rage au coeur >: Sonzogno lo traduce in Italia con un titolo quasi profetico: < Forse mi uccideranno domani >. Non sopporta che le Farc e ogni altra guerriglia coinvolgano persone innocenti: < Rapire è il delitto più vergognoso. Mai più un rapimento >, slogan che vuole recitare guardando in faccia Tiro Fijio e gli altri della guerriglia. E' diventato il ritornello dello spot girato in Francia e che sta girando il mondo. Ingrid arrabbiata ripete: adesso basta.

Sei anni d'attesa. Quelli che aspettano non smettono di sperare. Yolanda Pulecio, la madre, Astrid la sorella, il marito, l'ex marito, i ragazzi cresciuti mentre lei non c'è, bussano alle porte del potere; Tv e giornali. Il caso ( parola opaca ) coinvolge la politica internazionale un'estate fa quando Chavez si mette d'accordo con Uribe, presidente della Colombia. Ma appena la mediazione imbocca una strada promettente, Uribe rompe il patto con scuse ridicole. Riprova una commissione internazionale guidata da Kirchner, presidente argentino che ha passato la presidenza alla moglie. Per giorni ai margini della foresta aspettano un segno dalla guerriglia, pronti a correre e a rischiare. Ma capiscono che i padroni non gradiscono la loro presenza. Vengono liquidati con un discorso pubblico di Uribe: nessuna interferenza esterna nei problemi colombiani. Allora parte Sarkozy, Ingrid è anche francese. Quando l'aereo ambulanza arriva in un aeroporto colombiano, Reyes, mediatore Farc, viene ucciso in Ecuador da un attacco dei rangers di Bogotà: attraversano il confine dell'Ecuador aprendo una crisi tra i due paesi mentre il presidente oscilla tra le parole di pace e l'invio di nuovi reparti per risolvere militarmente il sequestro di Ingrid ed ogni sequestro. La madre, la sorella, figli e marito non smettono di cercare aiuto, soprattutto fra la gente. Benedetto XVI ha ricevuto Yolanda Pulecio. La Roma di Veltroni consacra Ingrid cittadina onoraria. Tre mila firme e Conferrati replica l'onore a Bologna. Racconti, ore Tv, tanta commozione ma non basta.
Un giornalista può solo ricordare come il premio Nobel abbia salvato le vite ad Aung San e a Rigoberta, ma anche a Perez d'Esquivel, architetto argentino che i militari torturavano. Il Nobel è un faro acceso sugli occhi di tutti: nessuno può fingere di non vedere. Il Nobel potrebbe liberare Ingrid Betancourt per permetterle di ricostruire il progetto di pace che le armi e l'isolamento vogliono impedire. Ma il cammino del Nobel osserva regole da rispettare. Per entrare nello specchio di candidata inconsapevole, almeno cinque protagonisti del Nobel devono sottoscrivere la proposta da presentare a chi decide. Rigoberta è libera e può farlo; chissà se i militari di Rangoon permetteranno a Aung San di appoggiare con due righe la liberazione della Betancourt. Rita Levi Montalcini è un'altra donna che ha sofferto il dolore dell' esilio e l'angoscia di una vita sospesa ai passi sconosciuti che si avvicinavano alla sua porta. Ossessione delle legge sulla razza nell' Italia nera dei ragazzi di Salò. Ha fondato nel '98 la sezione italiana della Green Cross International, Ong riconosciuta dalle Nazioni Unite e presieduta da Gorbaciov, altro Nobel. Un giornalista non è autorizzato a mettere in fila i nomi di chi può aiutare la Betancourt: da Dario Fo a Garcia Marquez, ammirazione ed amicizie che le Farc hanno allontanato. Ma un testimone non può ripetere per anni lo stesso richiamo: attenzione, la stiamo perdendo. Parole immobili se lettori e protagonisti dei nostri giorni non le raccolgono.