Racconto (vero) di Natale

sp1Il giro è sempre quello: il centro, le piazze, il terrazzo del grattacielo più alto, il panorama a perdita d’occhio, la foresta di cemento, la moltitudine perennemente in movimento, l’inquinamento da record, il traffico apocalittico. In poche ore è necessario riassumere secoli di Storia e di storie, spiegazioni sociologiche, politiche e considerazioni filosofiche. sp1In una manciata di minuti lo sguardo deve farsi selettivo e feroce: questo interessa, questo no. Per i due amici italiani che sto accompagnando in giro è il primo contatto con la nostra città. La sera mi confessavano che sì, gli è piaciuta ma l’hanno trovata caotica assai. Giusto! Sono d’accordo. Caotica assai.sp1

Ma è proprio qui che sta il busillis! Infatti si dice che la nostra città è un posto in cui le terminazioni nervose vibrano più che in qualunque altro, São Paulo não é pra qualquer um, San Paolo non è per chiunque, São Paulo è uma cidade para heroes, San Paolo è una città da eroi. Sopravvivere a San Paolo non è cosa da poco, come non lo è avere un nome, un indirizzo. Sterminate favelas, milioni di persone, trasformate in massa amorfa. Riuscire a non soccombere, a San Paolo è un atto epico degno delle gesta ancestrali di un mito fondatore. Qualcuno ci riesce, altri si accontentano, altri rinunciano, altri altri ancora, continuano a sperare.

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Durante il nostro giro, a passare nella grande piazza, a cui fa da sfondo una enorme fontana senza neppure il ricordo dell’acqua, una fontana prosciugata per paura della zanzara che trasmette la dengue, sotto la truculenza del sole, si avvicina uno di loro. Uno di quei cittadini un po’ così, sporco ma non troppo, allegretto, forse allegrotto, tra lo sbruffone e il prepotente. Arriva da un angolo dimenticato in fondo alla piazza, lontano dalle cattedrale e dalla passeggiata, un angoletto che ci vai proprio perchè ci vuoi andare, altrimenti non ci vai e non ci passi perchè potresti benissimo passare da un’altra parte: panchine deserte, fontana prosciugata, sole da film messicano. Chi fa il giretto come noi passa di là. E là ci stanno loro, nonostante i restauri, nonostante la polizia che gira e rigira, là ci stanno loro. È l’ora di pranzo, un fuoco e una pentola. L’uomo allegrotto arriva e chiede un po’ di soldi per aiutarlo a comprare la “mistura”, ossia un qualcosa che accompagni il riso e i fagioli che bollono in pentola. Io ci scherzo su, solo se mi inviti a pranzo, rispondo. Venga pure dottore, si accomodi, faccia come se fosse a casa sua, ribatte enfatico e formale come un cameriere dell’Hilton. Domani, vengo domani, rispondo. I due miei amici, e neanche lui, possono immaginare che domani, ci andrò davvero. Un invito a pranzo non lo rifiuto mai. Eccomi in piazza, dunque. Sole a picco e uomo allegrotto. Mi vede da lontano, stavolta solo. Sta per avvicinarsi, vuole chiedere qualche soldo… mi riconosce, sorride: È venuto dottore, è venuto a mangiare! Purtroppo non ho più la pentola, me l’hanno portata via ieri sera, è passata la ronda. Ora dovrò rivolgermi alle mense popolari. Il problema è che con il cane non mi fanno entrare e a lasciarlo solo sul marciapiede ho paura. Dottore, era meglio se a mangiare si fosse fermato ieri, oggi non ho più niente, non le posso offrire neanche un goccio di pinga. Sediamo qualche minuto sul muretto, lui imbarazzato per non avere niente da offrirmi, io contento, forse, del fatto di non poter bere niente, neanche un goccio di pinga. Passiamo una decina di minuti a chiacchierare un po’, a riposarci dalla calura, a pensare al Natale alle porte. Racconta che la famiglia è lontana, nello stato del Parà. Non vede i genitori da molti anni e non sa la fine che hanno fatto. Dovettero abbandonare la loro casa, espulsi dai pistoleiros delle fazendas che espandevano senza tanti complimenti il loro territorio. Basta minacciare come si deve e la famiglia che vive di riso fagioli e mandioca se ne va il giorno dopo. I genitori e le sorelle trovarono alloggio presso parenti, lui, invece tentò la fortuna a San Paolo, città da eroi. Sopravvivere, dottore, dipende dall’occhio di Dio, spiega il mio amico. Sì, se Dio si distrae un attimo… Fino ad oggi Dio mi ha sempre guardato da vicino, lo vede, dottore, sono qui, che parlo con lei, vivo. Sono vivo, graças a Deus, grazie a Dio. E anche lei dottore, si vede che Dio la tiene d’occhio da un pezzo, ecco, lo vede, guardi qua, è vivo, qui con me, come me, è vivo, graças a Deus. Dio è così vicino, dottore, che non ce ne accorgiamo più e pensiamo che sia oltre noi, fatto di spirito. No, lui ci guarda con gli occhi come io sto guardando lei adesso. Io sono la prova viva che Dio c’è, dottore. Dio c’è e mi ha salvato la vita cento volte. Non è lontano, non è spirito, vento. Se così fosse non sarebbe nato vissuto e morto e risorto, non è vero dottore?

Devo andare, ci salutiamo con un abbraccio e con la frase di cortesia che tutti i brasiliani dicono al congedarsi dai loro ospiti: volte sempre, torna sempre!

Dopo qualche passo istintivamente guardo indietro, E Feliz Natal, grida sorridendo. Da lontano lo saluto con un accenno del braccio e lui col dito indica il cielo e poi i suoi occhi e poi me. Capisco. È un augurio: che lo sguardo di Dio mi accompagni.

Oggi ho incontrato un eroe, vivo, che, nella moltitudine senza senso intenta alle feste di fine d’anno, ringraziava Dio.

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E io sono perfettamente d’accordo con l’amico della piazza. Dio ci è così vicino che molte volte non ce ne accorgimo più. Imbottiti di concetti e idee, dimentichiamo l’esperienza sensibile, dimentichiamo il tocco, la pelle, l’odore e il pianto di Dio. Meno male che esiste il Natale che ci fa ricordare la concretezza di Dio. Il tocco, l’odore, il pianto di Dio. Il Signore che si fa così piccolo e così fragile, il Signore che si fa così infimo, impotente. Il Signore che si affida a me e a tutti noi. L’amico della piazza non ha alcun dubbio: siamo vivi grazie a Dio. E davanti a queste parole tutta la nostra teologia evapora nel vento dell’inutilità. Grazie a Dio. Ed è tutto. Il resto tocca a noi, Lui ha già fatto la sua parte, il resto tocca a noi.

Feliz Natal

Edith Moniz e Paolo D’Aprile

São Paulo, Brasil, Natale 2008

E eu concordo com o amigo da praça. Deus está tão perto que muitas vezes não o percebemos mais. Repletos de conceitos e de idéias, esquecemos a experiência sensível, esquecemos do toque, da pele, do cheiro e do choro de Deus. Ainda bem que existe o Natal para podermos lembrar a concretude de Deus. Do toque, do cheiro, do choro de Deus. O Senhor que se faz tão pequeno e tão frágil, o Senhor que se faz tão ínfimo, impotente. O Senhor que confia em mim e em todos nós.

O amigo da praça não tem dúvida alguma: estamos vivos graças a Deus. E na frente destas palavras toda a nossa teologia evapora no vento da inutilidade. Graças a Deus. E só. O resto cabe a nós, Ele já fez a sua parte, o resto cabe a nós. Feliz Natal.