Sostiene il mio amico

I vecchi subiscono le ingiurie degli anni,

non sanno distiguere il vero dai sogni.

( 'Un vecchio e un bambino', Francesco Guccini)

Sostiene il mio amico che oggi è l’anniversario della morte di Alzira. Lo lascio raccontare perché si è intristo, non tanto per la mesta ricorrenza, ma per il milione di anni trascorso da allora. Un milione di anni fa, racconta il mio amico, Alzira abitava in una casa di accoglienza. Nessuno sapeva bene da dove venisse né i particolari della sua vita. Ci si basava esclusivamente sui racconti di chi la conosceva e su qualche documento confuso, ingiallito da anni di incuria e abbandono. Faceva parte di un gruppo di circa venti signore con età compresa tra i cinquanta e i centocinquanta anni. La maggioranza di esse senza più famiglia o dimenticate da tutto e da tutti. Per fortuna, sostiene il mio amico, la Casa dove abitavano era idonea e gestita in modo da non far mancare nulla a chi dalla vita era già stato tanto maltrattato e adesso non aveva più forze. Sappiamo però come funzionano le cose, pur ricolma di buone intenzioni, la Casa non riusciva ad occuparsi di ciascuna delle ospiti come avrebbe voluto e dovuto, un po’ per la cronica mancanza di personale specializzato, un po’ perché funziona così dappertutto: una casa di accoglienza non sarà mai la tua casa. Sostiene il mio amico che comunque erano curate e assistite come Dio comanda. Lui, il mio amico, frequentava la Casa con una regolarità da certosino e decise così di occuparsi di loro, delle signore ospiti, cominciando da quelle che ai suoi occhi presentavano più difficoltà. Il mio amico, bravissimo fisioterapista, specializzato proprio nel lavoro con persone anziane, per la Casa e per ciascuna di loro, fu una manna dal cielo. Dopo qualche settimana era già padrone della situazione, le signore lo aspettavano con ansia e lo ricevevano con allegria. Sapevano che con lui si sarebbero divertite. Alzira invece no. Zitta, sguardo severo, immobile sulla panchina, non ne voleva sapere, né di lui – il mio amico – né di nessun altro. Il suo mondo rinchiuso in se stesso sembrava impermeabile ad ogni stimolo. Con una rapida occhiata il mio amico si rese conto della situazione, un ictus aveva lasciato disturbi seri che, mai trattati, le rendevano pressoché impossibile il camminare e il parlare: una gamba più corta dell’altra, un braccio semi paralizzato e una afasia devastante, rinchiudevano Alzira in un mondo tutto suo, impenetrabile agli stimoli. Parlava da sola, anzi, sostiene il mio amico, che oltre a parlare da sola potesse anche soffrire di vaghe allucinazioni o deliri che la facevano sprofondare sempre più nel suo soliloquio delirante. Il mio amico, consapevole della sua bravura e delle sue capacità, superbo e presuntuoso come tutti quelli che sono padroni di ciò che fanno, ha però un pregio: è pronto a ricredersi istantaneamente quando capisce che si è sbagliato. E così si accorse che il soliloquio di Alzira era causato molto più dalla sua difficoltà oggettiva di instaurare relazioni col mondo che dalla lesione cerebrale. Piano piano la convinse e con la scusa di spalmarle una crema sulla gamba, cominciò ad esercitare e stimolare muscoli atrofizzati e funzioni motorie dimenticate da anni. Alzira accettò. Il mio amico sostiene che, zoppicando, e tenendosi ben stretta al suo braccio, la signora entrava nella saletta di fisioterapia e accettava il “trattamento” e, continua a sostenere il mio amico, dopo qualche mese le sue condizioni cominciarono a migliorare, e anche il suo umore da scorbutico che era divenne gioviale. Il soliloquio poi cessò per trasformarsi in colloquio, difficile fin che vuoi, ma produttivo. Il mio amico ne annotava i progressi contento dei suoi successi. Suoi di chi? Della signora o suoi di lui? Non so, la modestia non è il suo forte, quindi non saprei rispondere. Sostiene il mio amico che spesso portava le signore in giardino e tra una chiacchiera e l’altra le faceva giocare. Facciamo un circolo – diceva – e adesso passiamo la palla a chi ci sta di fronte, chi la lascia cadere va in mezzo e deve cercare di prenderla al volo. Ovviamente chi era in grado di giocare, penso io, chi stava benone, il mio amico non è pazzo da fare una cosa simile con chi potrebbe scivolare, cadere, spaccarsi una gamba o rompersi l’osso del collo. Quel giorno, sostiene il mio amico, portò con sé sua figlia. Il giardino spazioso, il sole, gli alberi, lo spazio per pattinare, gente diversa dagli amici del cortile del suo palazzo, rendevano la Casa attraente anche per lei, bambinetta di sette, otto anni a cui, incredibile a dirsi, passare il sabato mattina accompagnando il padre al lavoro, piaceva molto. Volle anche lei, piccolina, occhialetti e vestitino a fiori, prendere parte al gioco: io lancio la palla a te e tu la lanci a me in circolo. Ecco che la bambina, sostiene il mio amico, invece di lanciare la palla come avrebbe dovuto, si gira verso la signora seduta sulla panchina, Alzira. Il mio amico prevede la pallonata fatale… Alzira che cade… sbatte la testa… la palla che le picchia in faccia, in bocca… il sangue… la bambina spaventata che piange…, non fa in tempo a fermare la figlia, la palla viaggia. Alzira alza le due braccia e blocca il lancio come farebbe Buffon in grande giornata. Sostiene il mio amico che dopo un momento di smarrimento generale, tutte le signore presenti, lui stesso e la bambina scoppiarono in un applauso da stadio. Io non ci credo. Penso che il mio amico adesso stia esagerando. Credo invece che la signora allungò si le braccia, bloccò al volo la palla e che la lanciò indietro alla bambina che intese quel gesto come un invito a ripetere il gioco. Sostiene il mio amico che Alzira sorrise. E continuò a sorridere ogni volta che vedeva la piccolina tornare a visitarla. Il mio amico capì che la signora poteva muovere il braccio paralitico, anzi, lo riusciva ad alzare fin sopra alla testa; certo, non sempre, solamente quando ne aveva voglia, quando giocava a palla con la bambina.

Qualche tempo dopo si ammalò gravemente e non si riprese più. Sostiene il mio amico che fu lui a dare la notizia della morte alle altre signore della Casa. Sostiene inoltre che una di loro gli chiese se sua figlia era triste.

Un milione di anni fa, Alzira, centocinquant’anni, paralitica, mentre gioca a palla, sorride. Forse, sostiene il mio amico, sogna.