Storia naturale della distruzione

Il titolo lo prendo in prestito dal giornalista inglese Solly Zuckerman che cercò di descrivere l'inumana distruzione di Colonia durante la seconda guerra mondiale. Col medesimo titolo lo studioso tedesco W.G. Sebald riprende l'argomento in un magnifico libro.
Ho negli occhi e nel cuore tutto il vissuto in un mese di ferie in Italia: famiglia, amici, viaggi. Ho negli occhi e nel cuore tutto quello che non avrei mai voluto vedere in un mese di ferie in Italia.
W.G. Sebald si interroga su come sia calata, tra la gente tedesca, una sorta di rimozione collettiva del ricordo della immane ecatombe delle città sotto tonnellate di bombe incendiarie. Pochissimi autori si cimentarono nel tentativo di descriverla, alcuni libri emblematici sull'argomento, scritti in quegli anni, vennero pubblicati a decenni di distanza. In un attacco di immodestia cito Borges che dice: il vero perdono è l'oblio. Chissà. Solamente dimenticandoselo, si può perdonare l'orrore. Non lo so, magari invece è il contrario. Io, tra un Botticelli e un Brunelleschi, tra una basilica di San Petronio e un San Giovese D.O.C. mi guardo intorno e constato che forse è vero che duemila anni di civiltà, duemila anni di Cristianesimo non sono serviti a niente.
Quanti sono naufragati al largo della Sicilia? Quanti. Qualcuno se ne ricorda? Quanti sono affogati mentre ci lamentavamo del caldo insopportabile e che son finite le mezze stagioni e che Donadoni ha sbagliato tutto?
Io non sono come Borges, ricordo tutto e non perdono niente. Lasciamo che centinaia di persone affoghino davanti alle spiagge della Sicilia, tra un rigore sbagliato e il ritorno di Lippi salvatore dell'onore della patria offesa. La storia naturale della distruzione la scriviamo ogni giorno tra show televisivi immorali con chiapponi, coscioni, soldi a palate e i rantoli degli affogati.
Definisco i miei giorni italiani rubando dal filosofo Pietro Barcellona la definizione: l'epoca del postumano. Postumano; infraumano, inumano, disumano, aggiungo io.
Torno in Brasile e le notizie delle solite brutalità degli organi di sicurezza contro la popolazione civile a Rio de Janeiro e São Paulo, riempiono il monitor davanti ai miei occhi. Postumano, infra, in, dis. Forse sono stanco ma ho una gran voglia di vomitare. Duemila anni di Cristianesimo, di civiltà… post infra in dis. Storia naturale della distruzione. I soldati, chiamati per dare sicurezza ai lavori del PAC, il piano di accelerazione della crescita, fiore all'occhiello del grande buffone, consegnano ad un gruppo di trafficanti tre ragazzotti fermati poco prima. Li ritrovano dilaniati in un terreno abbandonato. I soldati si giustificano: non dovevano ucciderli, non erano questi gli accordi, dovevano solamente dargli una lezione, un paio di legnate, nulla più.
E dall'altra parte del mondo, tra i Santi Petronio e Giovese, vogliamo schedare i bambini. Impronte digitali per sapere chi sono e di chi son figli. (E pensare che con un abilissimo giro di parole, si potrebbe anche dire che è per il loro bene per proteggerli dallo sfruttamento di persone senza scrupoli, sfruttatori, post infra in dis. D'altronde, la rettorica è una invenzione tutta italiana!).
Un milione di anni fa il colonnello capo della polizia militare, in un gesto di grande afflato umanistico, convocò i massimi esperti, tra cui il mio amico Grande Lombardo e la Tia Edith, per elaborare un piano di intervento sul "problema dos meninos de rua" (e per l'ennesima volta si inquadravano i bambini alla voce di: "problema di pubblica sicurezza"). La sua proposta, applaudita dall'auditorio delle grandi occasioni, era quella di fare un grande censimento (di nuovo, un altro, l'ennesimo) dei mostriciattoli, per sapere esattamente chi fossero e da dove venivano. Viva il colonnello, bravo bene bis. Tra le misure da mettere subito in pratica vi era quella di prendere (delicatamente) a ciascuno di loro le impronte digitali. E bravo il mio colonnello! Meno male che la cosa morì lì o poco dopo. La legge lo vieta. Lo Estatuto da Criança e do Adolescente, lo vieta. Il buon senso lo vieta. Duemila anni di civiltà lo vietano. Andateglielo a dire a quelli, quelli lì che vi trovate tutti i giorni in prima pagina, coi loro capelli trapiantati, i loro baffi da bar sport, le barbette da Italo Balbo, e la parlantina da borgataro, andateglielo a dire che Brunelleschi, San Giovese e i duemila anni a qualcosa devono pur servire.
Cara Mamma, ti ho detto che tornerò in Italia tra dieci anni… Dài, su, non fare quella faccia, lo sai che non è vero. Anche se mi sento brasiliano, anche se tornare a volte fa più male che bene, tra Petronio e Giovese ci sono nato, e poi, ragazzi, l'Italia è bellissima.