Tà-tà e bonasera

Non mi si chieda il motivo, non saprei rispondere. È probabile che sia frutto di una strampalata associazione di idee. Oppure no. Sono fatto così, ho la testa fra le nuvole e anche nei momenti più inopportuni, dentro di me, trasformo immagini in musica. Tè, ti matt… mi diceva mia nonna in dialetto bolognese, tu sei matto.
È una composizione che permette al solista, un violino, di passeggiare liberamente sul palco in cui sono disposti da otto a dieci leggii con altrettante partiture. Ogni partitura non viene eseguita, ma interpretata, prodotta dall’esecutore che si torna co-autore di un progetto sonoro. Le rigide regole dell’armonia classica vengono sostituite dalla melodia dei timbri sonori capaci di scaturire dal violino ad ogni nota, ad ogni passo. Otto nastri magnetici danno infine una dimensione spaziale al suono che trascende il ritmo e il tempo per trasformarsi, attraverso lo spostarsi continuo secondo la sensibilità del solista, in una dimensione ideale di vita pulsante, un atto volontario proiettato in una “Lontananza Nostaligica Utopica Futura”. È una delle utlime composizioni di Luigi Nono, morto nel 1990, una vita spesa nella musica e per la musica, autore leggendario, fautore di una opera d’arte immersa nel presente, imbevuta di realtà.
A vedere le immagini di un noiosissimo telegiornale ho pensato a lui. Tè ti matt.
Decine di persone in fila indiana tra due cordoni di poliziotti si dirigono verso un autobus “gentilmente ceduto da una grande impresa di trasporti”… un momento! Fermi tutti! Tè ti matt, è vero, ma questa frase, queste parole sono molto simili a quelle di un nostro scritto precedente, per l’esattezza, l’ultimo.
La tragedia della Storia si ripete come farsa. Non la pensano così i deportati, quei deportati, quelle decine (due autobus) di persone sloggiate a forza dalle strade della nuova crackolandia, ieri. Ieri! L’azione delle autorità, il loro intervento “mirato e puntuale” è stato provocato da una serie di servizi televisivi di programmi popolari (popolareschi e sanguinari di cui in altre occasioni abbiamo parlato lungamente) che illustravano i fatti: i lavori di riurbanizzazione del quartiere non hanno risolto il problema, lo hanno solo traslocato altrove. E il problema sono loro. Niente meglio di un autobus, due autobus, stavolta però alla luce del sole, davanti a tutti, davanti alle telecamere. Uomini di strada, barboni, ragazzi, bambini, drogati, laceri, stracciati, sporchi, ubriachi, pidocchiosi, puzzolenti, in fila indiana (due autobus), i dannati della terra tra due cordoni di polizia, trasferiti altrove. Il rastrellamento è stato rapido ed efficiente: si chiude la strada e chi si è visto, si è visto, tà-tà e bonasera. Altrove. Via. Il tiggì ha detto “saranno portati in centri di accoglienza”. Un nostro amico carissimo, che per cinque anni è stato direttore di uno di questi centri, mi ha assicurato che nessuno è obbligato ad entrarci a forza. E allora? Dove sono finiti? Il giornalista non si è posto il problema. Il noiosissino telegiornale continua con le notizie del PAC, il piano di accelarazione della crescita economica (plano de aceleração do crescimento). Bisogna crescere, ragazzi. Ad ogni costo. Gli investimenti sono di milioni, si parte dalle favelas: un ascensore, una seggiovia, una teleferica che colleghi la cima della montagna (o morro) alla strada (o asfalto) per permettere agli abitanti una circolazione più rapida e sicura. Un bell’applauso. Si costruisce la menzogna ad uso e consumo del popolo bue che, abituato solamente a ricevere calci in culo e menzogne, non solo accetta, ma vuole e aspira a che tale menzogna venga infiorata sempre di più in una sorta di onanismo istituzionale che si conclude sempre con esito positivo: il principe nelle braccia della plebaglia bovina. Oggi, come un pazzo, mi metto a cercarli. In centro i soliti meninos, la nuova crackolandia invece è deserta. In internet, niente. Sul giornale, neanche una riga. Dove sono finiti? Due autobus di deportati. Dove sono?
La musica di Luigi Nono non centra niente. Meno male però che c’è. Lei almeno è libera. Qui invece è tutto in rovina. Una eterna promessa mai compiuta diventa un rudere. Lo puoi verniciare di bianco, ma rudere rimane. Come le strade della crackolandia. Un nuovo centro impresariale. Là dove c’erano i tuguri della prostituzione minorile, uffici e centri culturali; là dove si smerciava crack ai bambini, negozi di artigianato, paninerie. Un rudere dipinto di bianco sorto dalla consuetudine accettata e incentivata da secoli di abitudine che ormai ha contaminato il tessuto sociale fin nelle sue relazioni più intime: una piramide di corruzione fatta di comuni cittadini che corrompono il poliziotto per non essere multati che, a sua volta, consegna parte del bottino al suo capo, il quale ha un comandante che richede ciò che gli spetta. Ieri, sempre ieri, il governo, attraverso la Segreteria dei Diritti Umani, ha lanciato una “cartilha”, un foglietto, un depliant, da distribuire a tutti i cittadini. Vi si possono incontrare informazioni utili di come comportarsi quando si viene fermati (abordados) dalla polizia! Infatti sono incontabili i casi in cui una semplice perquisizione finisce con il pestaggio o la morte di un cittadino. Se la polizia non compie il suo numero fisso di arresti o di ritrovamenti di droga, nasconde la droga nella macchina del fermato, fa finta di ritrovarla, dà voce di arresto, il “colpevole” protesta, segue una breve collutazione, uno sparo. Il colpevole viene ritrovato morto con una arma in pugno. È morto per aver reagito all’arresto. La famiglia, disperata, nega che il poveretto possedesse armi o fosse usuario di droga. Non c’è niente da fare, ha reagito, era armato, uno sparo in testa-tà-tà e bonasera. Il governo lancia un depliant da essere distribuito a tutti i cittadini in cui insegna come comportarsi, un manuale di sopravvivenza nella selva. Bisogna impararlo bene e in fretta. Cosa sarà successo con i pezzenti della crackolandia? Dove sono? Dove li hanno portati? Avranno fatto in tempo a leggere il foglietto, lo avranno capito?
Intolleranza 1960 è una “azione scenica” in cui Luigi Nono fa confluire i drammi di quell’epoca. L’emigrante che torna al suo paese più povero di prima, l’algerino prigioniero nelle carceri francesi, il giovane condannato a morte. Gli eventi non si succedono, accadono contemporaneamente in un tutt’uno sonoro senza spiegazioni, senza “perciò”, “allora”, “così”. Come avviene nel pensiero, quando eventi distinti trovano nesso e coerenza per il solo fatto che li si sta pensando. Il terrore viene però spezzato fin dall’inizio nelle prime parole dell’opera in una specie di diachiarazione di intenti che faccio mia:
Vivere è stare svegli
e concedersi agli altri
dare di sè il meglio
e non essere scaltri.
Vivere è amare la vita
coi suoi funerali e i suoi balli,
trovare favole e miti  
nelle vicende più squallide.
Vivere è attendere il sole
nei giorni di nera tempesta.
Vivere è scegliere le umili
melodie senza strepiti e spari
Scendere verso l’autunno
E non stancarsi di amare.