Tibet: canzoni e abusi

di Maria G. di Rienzo 

Ci sono i numeri, le date. Il Tibet venne invaso nel 1950 per "liberare le masse" dagli "imperialisti stranieri". Rivolte scoppiarono nel 1956 nel Tibet dell'est, ed una molto particolare a Lhasa nel 1959. Le stime parlano di 87.000 morti nei sedici mesi che seguirono la seconda sollevazione. Centomila tibetani, fra cui il Dalai Lama, fuggirono dal paese. Nei successivi vent'anni circa 6.000 monasteri, templi e luoghi di culto vengono distrutti, e molto della cultura tibetana va perduto. Nel 1989 il governo cinese decreta la legge marziale per il Tibet. Le manifestazioni non si sono però mai fermate del tutto: subito represse, quasi mai viste dalla comunità internazionale. Stampare un volantino, criticare il governo, sventolare bandiere sono tutti reati, in Tibet. Persino cantare é vietato, e ne é testimone la storia di Ngawang Kyizom, la donna tibetana che per aver cantato "Lunga vita al Dalai Lama" e "Tibet libero", per novanta secondi, ha passato tre anni di abusi e pestaggi in galera, senza processo.

Numeri. Puoi avere 14 anni, o 75: nelle prigioni ci sono donne tibetane di entrambe queste età. Hanno cantato, o hanno festeggiato una ricorrenza tradizionale, o hanno pregato, o sono sospettate di fare tutte queste terribili cose. Date: era il 12 marzo 1959 quando le monache tibetane organizzarono la protesta di massa delle donne a Lhasa, una protesta assolutamente pacifica.

I sacrifici che queste donne coraggiose hanno fatto, ciò che hanno sopportato, ciò che hanno perduto (parenti, amici, salute, e anche la vita), sono memorie palpabili in Tibet. Ma é difficile sapere come stanno andando le cose ora: l'esercito si ammassa alle frontiere nel Sichuan, la stampa straniera é tenuta distante dai luoghi delle sollevazioni, e la censura governativa é forte su tutte le altre fonti di informazione. La stampa cinese parla di "tredici innocenti civili uccisi dai manifestanti", le organizzazioni tibetane in esilio stimano ad un centinaio i morti fra i dimostranti. Numeri e date. Poi arrivano le immagini. Il viso di un giovane monaco striato dal sangue che gli cola dalla testa. I suoi occhi sono fermi, e sembrano molto più vecchi del suo volto. La figuretta di una ragazza sorridente, e sotto di essa le note che dicono che andava bene a scuola, e di chi era figlia. Aveva 16 anni e non ne avrà mai di più.

Non c'é niente al mondo, per me, niente, che giustifichi la gioventù rubata al primo, l'intera vita sottratta alla seconda. Niente al mondo che possa rendere reato il cantare.

24/3/08 tratto da “La nonviolenza in cammino”