Um abraço negro

 

favelaSP

Perché si dice che il tempo vola quando altrove sembra invece che resti immobile per l'eternità?
Se è vero che il tempo scorre, cosa c'è ai margini della corrente, chi c'è sulla riva?

Il taxista che mi porta all'aereoporto è enfaticamente entusiasta: questo è il centro commerciale più grande del mondo! È ormai tardi e passo veloce come il tempo che mi sfugge davanti allo shopping center più grande del mondo. Questa è l'autostrada urbana più larga del mondo, e questo è il centro direzionale più grande del mondo. E tu sei il taxista più scemo, avrei voglia di dirgli. Ma no, è troppo contento, orgoglioso, lo lascio al suo delirio di grandezza e penso a quanto se ne stava buono Carlinhos, proprio lui, buono buono, in silenzio, mezz'ora.

Finalmente a casa, dopo una settimana di bagordi a Salvador, accendo il computer: il bollettino dell'associazione "Viva o centro", voce ufficiale dei commercianti della zona centrale, fautrice da sempre dell'operação limpeza, l'operazone pulizia che vuole una città finalmente pulita e ripulita dai rifiuti, umani e non: "Giovedì scorso la BM&F (la Borsa che si occupa dei comodities) e la Bovespa (la borsa "normale") hanno organizzato una serie di assemblee dei loro azionisti per consolidare l'integrazione tra le due istituzioni. Sotto la denominazione BM&F Bovespa S.A., sta sorgendo la 3° maggior Borsa del mondo, inferiore appena a quella di Chicago e di New York. La sede rimmarrà nel centro di São Paulo, precisamente nel triangolo storico". Il taxista vinceva il primo premio, a noi daranno il terzo.
Sdraiato per terra, un inedito silenzioso Carlinhos appoggia la testa sulle mie gambe per l'eternità di una mezz'ora.

Una decina d'anni fa venne organizzato uno stupendo avvenimento aritstico: arte-cidade, arte città. Artisti di tutto il mondo esponevano le loro opere lungo un percorso urbano di vari chilometri da percorre in treno. Occupavano spazi insoliti, vecchie fabbriche, terreni abbandonati e stazioni decadenti di quella parte della città a cui normalmente non ci si fa caso o si evita di passarvici. Era una provocazione: la città esiste, tutta, anche questa è città, la nostra città, sembravano dire le opere esposte. Nell'antico mulino disabilitato da decenni, sotto gli enormi silos, una enorme distesa di scarpe vecchie ricordava la visione infernale del deposito di Auschwitz e da un buco nel soffitto colava come bava un filo di sabbia ammucchiata al piano di sopra: una clessidra inesorabile, una sorta di memento mori o di panta rei che sarebbe durata per l'intera settimana di esposizione.
In silenzio totale, Carlinhos non mi guarda neppure, anzi, chiude gli occhi, sta bene.  

In centro è ormai guerra aperta, dunque non più eufemismi come "operazione pulizia" ma vere e proprie retate, giorno e notte. L'evento artistico lasciò posto alla normalità, gli spazi dell'esposizione vennero occupati da 750 familie, più di tremila persone. Non è la più grande del mondo e nemmeno la seconda più grande della città. La favela occupa un terreno centrale che fa gola a molti, la guerra sporca dell'operazione pulizia cominciata nel 2006 prevede attacchi su due fronti: la via giuridica, attraverso la richiesta di riappropiazione dell'area; la via pratica dell'arrembaggio selvaggio: togliere ai "moradores", gli abitanti della favela, il loro principale mezzo di sussistenza, il carrettino per raccogliere la spazzatura riciclabile. Seguendo la via giuridica, il comune pagherebbe ad ogni famiglia cinquemila reais di indennizzazione, quantità irrisoria perfino per comprarsi una baracca in una favela in periferia. Priva di ogni servizio pubblico la favela non offre le minime condizioni igieniche, luce, acqua, fogna. Non c'è niente da fare, il terreno è stato dichiarato bene di pubblica utilità, come si può constatare dal decreto 47686 del diario ufficiale. In questi giorni una nuoiva notizia: il Comune dichiara che esistono nel sottosuolo sostanze tossiche esplosive. Forse scoppia tutto, forse sarà un massacro. Forse è l'ennesima bufala del potere pubblico per togliersi di mezzo i poveracci che malgrado la terza Borsa più grande del mondo a cento metri da lì, continua a proliferare come e con i topi.

Il taxista dice che il 90% della  gente nella favela di fianco all'aereoporto è di vagabundos.
Carlinhos, brillando di luce propria, pelle negra, piedi neri, alza gli occhi e chiede se gli do un real. Gli rispondo che se ne sta beatamente in braccio a me da mezz'ora e da mezz'ora gli faccio le coccole e le carezze sulla testa: è lui a dover darmi un real. Si alza, ride, mi abbraccia e mi bacia più volte, viene con me fino al taxi e sorride. In aereo continuo a cantare:

 

Um sorriso negro, um abraço negro
Traz felicidade
Negro sem emprego, fica sem sossego
Negro é a raiz da liberdade
Negro é uma cor de respeito
Negro é inspiração
Negro é silêncio, é luto
Negro é a solução
Negro que já foi escravo
Negro é a voz da verdade
Negro é destino é amor
Negro também é saudade.

(Un sorriso negro Un abbraccio negro, Porta la felicità.Un negro senza lavoro non può stare tranquillo. Negra è la radice della libertà.
Negro è un colore di rispetto, Negro è ispirazione, Negro è silenzio è lutto, Negro è la soluzione, Negro che già fu schiavo, Negro è la voce della verità, Negro è destino, è amore, Negro è anche "saudade" .  Dona Ivone Lara)