Vento che mai riposa

Dedicato a  chi ha cercato la maniera e non la trovata mai,  a chi ha lavorato, a chi è stato troppo solo e va sempre più giù, ai miei pensieri, a com’ero ieri e anche per me.
 (Ivano Fossati – Dedicato)

Marcel Proust toccia educatamente un pezzettino di ciambella nel tè e l’abisso della memoria gli si spalanca sotto i piedi fino ad ingoiarlo per sette volumi di pagine fitte. Per me che vivo costantemente alla ricerca del tempo perduto, la madeleine proustiana è il tocca-sana dei molli pomeriggi invernali come questo in cui il freddo insolito mi obbliga a rintanarmi sul divano intento ad edificanti letture. Ma adesso basta leggere, ho gli occhi stanchi e non riesco a concentrarmi, voglio fare quattro passi, prendere un caffè. Lascio Proust sul comodino; maglione e giubbotto, ciao ci vediamo tra un’oretta.
Il vento invernale vince la mia spavalderia e mi costringe ad allacciare la cerniera, spalle strette e bavero su. Il bar all’angolo mi aspetta con caffè e televisione accesa. Mi vedrò un quarto d’ora di partita, pazienza. Chiudo il cancello. Mani in tasca. Nelle profondità quasi sconosciute del vecchio giubbotto le dita toccano un pezzo di plastica. Faccio finta di non sapere che cos’è. Faccio finta di non sapere che è stata mia moglie. Io non lo avrei fatto, avrei lasciato il suo contenuto così, libero di vagare nella tasca a contatto col giubbotto e la mia mano eventuale. Mia moglie invece lo ha messo in un sacchetto di plastica, una busta trasparente e lo ha piegato in quattro, questione di igiene, ha detto. Lo voglio guardare, lo voglio prendere in mano, senza plastica. Proust. Madeleine. Adesso nell’abisso della memoria ci piombo io, altro che il grande Marcel. Adesso chi scriverebbe i sette volumi fitti sono io. Non scrivo, al contatto con lo straccio mi viene spontaneamente di annusarlo da vicino, sentirne l’odore acre, rancido. Sono anni, almeno um milione che sta dentro alla tasca avvolto nella busta di plastica, ormai i germi, le nausee, gli odori, dovrebbero essere morti e sepolti, volatilizzati, evaporati. Non scrivo niente ma ricordo tutto perfettamente. Tutto. Ogni gesto, parola, espressione, pensiero, ogni sensazione.
Quanti anni avrà oggi…, penso in una riminiscenza sentimentaloide. Come se non sapessi che è già morto da un pezzo, come se non sapessi la fine che ha fatto.
Quando ancora si poteva lavorare sul campo, la nostra presenza era costante e Tia Edith il loro riferimento principale, la loro garanzia di vita. I meninos di rua potevano contare su di lei. Nelle sere come queste in cui il freddo mordeva, la Tia Edith riusciva a convincerli a non rimanere all’aperto, troppo freddo, troppo buio. La casa di accoglienza, sembrava facesse la sua parte, sembrava saper accogliere. Sembrava. In seguito furono loro, i meninos, a raccontarci che non si poteva entrare senza scarpe e che per questo, per procurasene un paio dovevano rapinare qualche passante ignaro del loro dramma. Furono loro, i meninos, a raccontare le molestie subite nell’angolo scuro del cesso. Da loro sapemmo che venivano consegnati di notte nelle mani di uno “zio” che se li portava a turno a casa sua. Con loro capimmo che era tutto sbagliato, che di loro nessuno se ne importava, neanche le istituzioni preposte per aiutarli. Quanti anni avrà oggi…; oggi è troppo tardi, i meninos di quei tempi là non esistono più. Lo straccio che ho in mano è macchiato di un alone indefinito. Imbevuto nel solvente, lo portava al naso e ne aspirava i vapori fino a sciogliersi il cervello. Ma il rispetto che aveva per la Tia Edith (e di me) era tanto che in nostra presenza non lo faceva più, anzi, era capace di sgridare chi lo facesse.
Lo straccio-madeleine mi avvolge la mano in cui lo stringo. Il ragazzino che chissà oggi quanti anni ha, cammina con me per le strade di questa città che non vede l’ora di vederlo morto. Rubacchia un cioccolatino da una bancarella, ride sguaiato e mi guarda in segno di sfida. Capisce che ha perso e mi restituisce la refurtiva che rimetto al suo posto, sotto l’occhio spiritato del venditore che ha già in mano una spranga di ferro. Il ragazzino viene, ci accompagna col suo gruppetto che si sparpaglia e si perde, la strada e lunga e le tentazioni molte. Cammina fino all’angolo. Non vuole più. Lancia lontano la bottiglietta di solvente e di nascosto infila nella mia tasca il suo straccio. Mi abbraccia e corre via. Non ci siamo riusciti. Ci consoliamo a vicenda sperando nell’angelo custode. L’importante è che si fidi di noi, prima o poi ce la faremo, prima o poi la ragione dovrà prevalere, la situazione cambiare, il paese migliorare, la vita sorridere.
Oggi al bar, la televisione trasmette una partita idiota, il caffè è una ciofeca imbevibile e mi brucia lo stomaco. In casa trovo la sua foto. Ora è qui davanti a me, in posa. Stai tranquillo, ragazzo mio, di te ricordo tutto, il colore dei capelli, il suono della tua risata, la forza con cui mi abbracciavi, il dentone storto, la cicatrice, la forma della tua mano, la tua stanchezza. Il tuo nome. Ricordo anche l’esatto momento in cui mi infilasti in tasca lo straccio maledetto ed io feci finta di niente per non rovinarti il gioco e il gesto.
I rimpianti e i “se” sono la più grossa e grave tentazione in cui possiamo cadere. Trasformare lo straccio superstite in un monito di disperazione e fallimento è la strada più facile che mi rifiuto di percorrere, sarebbe come recitare una parte che ci è stata assegnata e che ci sta a pennello: illusi, perdenti, solitari. Non voglio considerare la vita di quel ragazzino come domanda senza risposta. La sua vita era il contrario, era una affermazione di esistenza, un diritto. Diritto alla vita allo stato puro, vento che mai riposa, bellezza e forza, calore, volontà umana. Volontà umana spazzata via, fatta a pezzi, annichilata. Stai tranquillo ragazzo mio, per te, io, noi, ricordiamo tutto.