01/08/2005: Dal giudizio alla condivisione, il lento incontro con le donne angolane

considerazioni di una volontaria in Angola 31 luglio, giorno della donna africana. Una domenica mattina in una piccola parrocchia a 10 km dal centro di Luanda. Cielo grigio, rumori attutiti, traffico sonnolente lungo le vie non asfaltate che contornano la capitale. 31 luglio 2005, un alto capannone aperto, oltre tremila donne angolane sedute su banchi di legno, su sedie di plastica, accovacciate su colorati foulard, appoggiate sui rami bassi di alcuni alberi, stese per terra. Un altare improvvisato, avvolto di verde, giallo, blu, stessi colori che rivestono parte del capannone, che delineano forme di corpi, che si infilano tra le trecce delle adolescenti, che sorreggono neonati sulle spalle delle giovani mamme e delle nonne. Stoffe che parlano d’Angola, ma che vengono importate dall’Europa, dall’Asia, dagli Usa, come la maggior parte dei prodotti utilizzati in questa terra. Vuoi per una capacita produttiva azzerata a causa della lunga guerra civile, vuoi per accordi internazionali che vendono assieme al petrolio anche il futuro di questa popolazione.

Chi sono, queste donne angolane, che incontro per strada con le teste cariche di verdura, nei negozi
impegnate a rifarsi il trucco, nelle università immerse nei libri, nelle cucine di casa rapite dalle
telenovels brasiliane, nelle baracche sdraiate su vecchie lamiere, negli uffici, nei ministeri, sui
mezzi pubblici e ai mercati? Chi sono? Chi sono le protagoniste dei rapporti del CEDAW (Convention on the elimination of all forms of discriminations against women) e del MINFAMU (ministero angolano della
famiglia e delle donne=mulheres), che nell’ultimo documento del 2004 parlano ancora di discriminazione diffusa, ingente tasso di mortalità post parto (1850 donne decudute ogni 100.000 partorienti), tasso di fertilità tra i più alti del mondo (6.9), carenza di scolarizzazione, (poco più del 50% delle ragazze che iniziano la scuola arriva al 7 livello, la nostra seconda media, contro il 67% dei ragazzi), rapporti che descrivono un Paese dove la poligamia è accettata, anche se non ufficialmente e dove l’AIDS miete ogni anno più vittime, sopratutto tra le giovani donne?

Chi sono, queste donne? Me lo sono chiesta a lungo, cercando, nei primi mesi di vita nella capitale
angolana una via semplice per conoscerle, per capirle facendomi a mia volta capire. Me lo sono chiesta a lungo, ferma su un marciapiede, insoddisfatta, quasi un po’ incattivita, certo sfiduciata. C’è voluto molto, per incontrarle. Incontrarci al di là dei nostri ruoli, di lavoro, di amicizia, di reciproco aiuto. Incontrarci come semplici donne. Ma, forse, non era un problema loro, era un problema mio, che portavo il mio modo di fare amicizia, il mio stile, il mio punto di vista. E non vedevo nulla, nulla al di là delle mie idee.

10 figli, in realtà erano 12 ma due sono morti nel loro primo anno di vita. Una vita fatta di tende e fogne a cielo aperto, un pranzo al giorno e acqua non trattata. Ngueve è una dei responsabili del campo di deslocados di Viana, migliaia di persone ammassate nelle tende da oltre dieci anni, da quando, causa i massacri connessi alla guerra, hanno dovuto abbandonare la propria casa, la propria provincia, per rifugiarsi vicino alla capitale.
Avelina Ngueve da Silva è arrivata dalla provincia di Bie 6 anni fa, si è accampata con i deslocados di Viana, centinaia di tende in più nell’accampamento che sin dal 1992 ospitava i profughi della provincia di Bengo.
Abbiamo deciso di organizzarci, noi insegnanti abbiamo iniziato a dar lezioni in giango improvvisati (giango = capanne untiilizzate nei villaggi per le riunioni della comunità), ad allestire primi posti di salute con l’aiuto di parrocchie e medici stranieri. Ma adesso questi lunghi mesi trascorsi sotto tende fornite da UNHCR (United Nations Hight Commissioner Refugees) e da alcune ONG finiscono con il sembrare tutti uguali, a volte ci pare di lottare per nulla. Oltre il 70% dell’accampamento è composto di donne; vivono per lo più con lavori saltuari, malpagati, a volte anche non pagati. Pochi gli uomini, molti abituati a ‘possedere’ più di una compagna. Spesso le adolescenti vedono nella prostituzione l’unica opportunità per sfuggire ad un destino fatto di tende e fame.
Avelina sembra una ragazzina, pelle senza rughe e occhi sorridenti. L’ho incontrata la prima volta un sabato mattina, ore 8.00 in punto alla Caritas angolana, io appena alzata, lei già di ritorno dalla radio locale, dove conduce un programma di formazione, pronta per i gruppi parrocchiali del fine settimana. Dove trovi l’energia di essere cosi, cosi pulita, dentro e fuori, vivendo nella tenda, non lo so.

Quante di queste donne, queste donne che oggi, 31 luglio, hanno pregato intrecciando le mani, che hanno danzato, che hanno sfilato con gli abiti tipici della propria comunità, corpi pieni di energia nonostante si fossero alzati alle 5 anche la domenica mattina, quante di queste donne che mi sorridono sono orfane, giovani madri, vedove, spose abbandonate, divorziate, ammalate di un Aids che qui non perdona, un AIDS che è stato uno dei primi regali di nozze? Mangiamo tutte a terra, riunite per parrocchie, un piatto di fungi (la bianchissima polenta locale), con un sugo di verdure e pesce. Bimbi che ti saltano al collo, occhi spalancati davati ad uno zoom, cento mani unte che si passano incerte la macchina fotografica ‘chissà come si usa’ abbracci, molti abbracci. Non cerco più risposte da questa giornata, le domande mi paiono un impiccio superfluo, un modo per avvalorare
spiegazioni ‘prefabbricate’. Mi limito a vivere, donna tra le donne, mezza avvolta in una stoffa colorata. Semplicemente vivere, forse è l’unico modo per iniziare a condividere qualcosa di vero.

Ma non c’è solo la speranza. Mentre alcune donne lottano, moltre altre decidono di mollare, di cercare
fortuna in un’altra provincia o in un altro Stato, senza figli, senza mariti, sole. Come ha fatto la
mamma di Careca, partita per il sud dell’Angola 10 anni fa e mai più tornata. Forse il dolore per un
figlio mutilato all’etá di tre anni da un bomba che ha distrutto la casa, (figlio ‘fortunatissimo’ perché ha vissuto a lungo in Italia per le protesi e la riabilitazione), forse un marito assente, forse la violenza che tutti i giorni doveva affrontare nelle periferie di Luanda l’hanno piegata, le hanno tolto la speranza, o gliela hanno ridata, la somma desolazione come punto di partenza per intraprendere una nuova vita. Gli occhi di Careca si immergono tra le onde dell’Atlantico mentre parla della mamma, steso sulla sabbia, una domenica qualsiasi di questo freddo luglio subshaariano. Careca ha imparato a leggere e scrivere, a giocare a calcio e a sciare (quando era in Veneto!) tutto senza sua madre. E la sua mamma ha imparato ad amare nuovi figli, un nuovo marito, ha pianto nuove morti senza dimenticare pezzi di vita lasciati nel nord dell’Angola. Un’esistenza fatta di assenze, madri a
cui mancano i figli, figli a cui mancano le madri. Qualcuno mi dice che alla fine ci si abitua. Che per sopravvivere queste donne si sono dovute abituare. Tutto è diventato normale, bendare gambe maciullate dalle mine, assistere neonati che muoiono di malaria, gestire da sole famiglie immense, con sei, sette, dieci figli. Non riesco a crederci, che tutto sia davvero normale per loro, che non possano più immaginare un’altra vita. O che la immaginino considerandola ‘di un altro mondo’ irraggiungibile. Come forse effettivamente é. Non lo so.

Luanda, reparto pediatria, 5/6 luglio 2005 (http://www.angolapress-angop.ao). Un giorno e mezzo e 15 neonati morti di diarrea, anemia e problemi respiratori. 15 bimbi che al massimo avevano 2 giorni, due giorni passati in terra su vecchie lenzuola, i letti mancano per tutti, per le partorienti come per i nuovi nati. Luanda, 22 luglio 2005 Victor, 24 anni, ormai mio meccanico di fiducia, ha gli occhi gonfi di rabbia e terrore. Sua sorella lo chiama disperata dall’ospedale, ha partorito ieri mattina e ancora non ha visto il proprio figlio. “E come si fa, sapendo che solo una settimana prima quasi tutti i nuovi nati sono deceduti?” Mi impunto. Voglio sbattere tutta questa rabbia in faccia ai colleghi africani, perché non fanno nulla, non assediano l’ospedale e il ministero, chiedendo migliorie radicali almeno nella pediatria, nella maternità, nella chirurgia, nella rianimazione. Scende il gelo. Non apro più bocca. Per molte di queste donne, di questi malati, il pavimento dell’ospedale e più sicuro del tugurio in cui da sempre vivono. E racimolare i soldi per pagare la guardia che blocca gli ingressi della clinica pubblica è più importante che protestare. Perché, nonostante tutto entrare vuol dire avere una chance in più di sopravvivere.

Alcune donne lottano, altre perdono le forze e scelgono vie più semplici per il pane quotidiano.
Studentesse che distribuiscono numeri di cellulare all’aeroporto, tredicenni che si appoggiano lungo i muri anneriti dei palazzi della capitale, mamme che lasciano nei letti i neonati per guadagnare il latte e la ricarica del cellulare, signore eleganti che si svendono per un ballo, una cena e un giro in barca… Tutto si mescola. La fame, quella vera, e la fame, quella dell’anima. Fame di un abbraccio, di una guida, di un appoggio. Non essere sole, ancora bimbe ad affrontare tutte assieme le paure della vita. Facile criticarle. Senza storia, o meglio con una storia fatta di morte, dove trovi la speranza, i modelli di vita, la capacità o la possibilità di ascoltare e ascoltarti, di scegliere chi essere, che farne dei tuoi anni a venire?

Laura Fantozzi ha un suo sito www.laurafantozzi.com
31 LUGLIO, GIORNO DELLA DONNA AFRICANA
L Organizacão Panafricana das mulheres (OPM) nasce nel 1962 per riunire donne di tutti i 53 Stati Africani, promuovendo scambi culturali ed economici e favorendo l’integrazione e l’emancipazione del vasto universo femminile del continente. Gli obiettivi di OPM sono:
– Diffondere tra tutte le donne africane gli ideali di pace, sviluppo, giustizia – lavorare per l’effettivo coinvolgimento delle donne nello sviluppo socio economico del continente africano
– rendere consapevoli le donne africane dei diritti propri e delle proprie famiglie
– Supportare politiche nazionali e internazionali di pace e cooperazione.