11 Settembre 2001: Twin Towers

"C’è un tempo per piangere e uno per gioire" dice il Qoèlet, in un lungo elenco delle possibili vicende della storia. Ma c’è un tempo che lo scrittore biblico non aveva previsto ed è il tempo dell’orrore e della confusione. E’ il tempo che stiamo vivendo "C’è un tempo per piangere e uno per gioire" dice il Qoèlet, in un lungo elenco delle possibili vicende della storia. Ma c’è un tempo che lo scrittore biblico non aveva previsto ed è il tempo dell’orrore e della confusione. E’ il tempo che stiamo vivendo. Anche quando il Qoèlet fu composto, 2200 anni fa, la storia aveva pagine sanguinose: ma tutto era (o sembrava) chiaro: l’eroismo e la ferocia, i volti degli uccisori e quelli delle vittime, i loro nomi, le conseguenze di una strage. Oggi conosciamo veramente soltanto la crudeltà del massacro, le emozioni che abbiamo provato davanti alle immagini televisive, i sentimenti che si agitano ancora in noi, la confusa certezza, dell’imminenza di una bufera nella quale potremmo essere coinvolti come foglie secche.

Il primo superstite dell’orrore delle Torri che ho visto comparire sul mio teleschermo era un negro, anziano, con un cappello a visiera. Che fosse un negro, lo si scopriva soltanto guardando i suoi lineamenti, una polvere compatta lo aveva rivestito di un bianco spettrale. L’uomo portava occhiali e anche le lenti di quegli occhiali erano rese opache dalla polvere. Tuttavia egli non accennava a pulirle. Sembrava che non volesse più vedere, che andasse avanti come un automa e difatti sul suo volto non c’era altra espressione che quella dello smarrimento. Penso che camminasse cercando un luogo per dimenticare.
E anch’io vorrei camminare con lui, ma quel luogo non c’è. Siamo tutti costretti a ricordare. Ma ricordare non può voler dire rimanere incapsulati in uno choc che ci impedisca di pensare e di agire razionalmente.

Nelle lunghe ore in cui sono rimasto, come centinaia di milioni di persone di tutta la Terra, seduto davanti al televisore, quasi ipnotizzato, guardando quel cielo senza luce mi è capitato di ripensare a un verso di Shakespeare: "Questo mattino reca una lugubre pace. Il sole, per il dolore, non vuole mostrare il suo volto". Quel verso sta in "Romeo e Giulietta", tenera storia di due giovani sposi ma anche terribile racconto di un odio insensato; e certo la parola "pace" vuole qui dire silenzio stupefatto, orrore, senso di inermità davanti a un tetro capolavoro del male. E’ la "pace" che in queste ore inchioda anche noi: qualcuno in preghiera, qualcun altro ai tavoli su cui i generali distendono le carte geografiche e scelgono dove colpire, qualcun altro, infine – i più – in una fonda paura, paralizzante. La tragedia contemplata in diretta sui nostri teleschermi sembra prepararne un’altra, più vasta, planetaria. Ancora una guerra nella storia dell’umanità.

Penso che non possiamo dimenticare la tragedia ma dobbiamo "leggerla" in tutti i suoi aspetti. Non soltanto, dunque, l’odio e la strage: ma anche la generosità con la quale il popolo di New York si è mosso subito, cercando in tutti i modi di esprimere una solidarietà attiva per le vittime del massacro e per le loro famiglie. E’ un esempio di fraternità ma è anche un’indicazione politica e di sanità psicologica. Come scrisse Sigmund Freud a Einstein poco prima del secondo conflitto mondiale, alla distruttività della propensione alla guerra si deve rispondere mobilitando l’Eros, l’amore; e il fondatore della psicoanalisi citava il vangelo "…Ama il prossimo tuo come te stesso". Che è l’esatta antitesi del terrorismo, il quale travolge nella stessa morte i suoi autori e le loro vittime.
E’ soltanto con l’amore che si può vincere l’odio. I governanti e i generali non vogliono capire che non è con le armi che si sradicherà il terrorismo: ci sarà sempre qualche disperato o qualche fanatico che deciderà di diventare una bomba umana. Le Torri erano già state attaccate (6 morti, 150 feriti) nel 1993 da un uomo – fu detto – di bin Laben. Due anni più tardi una setta fondamentalista "cristiana" americana fece saltare un grattacielo di Oklahoma City: 168 morti, 500 feriti. Quando (e se) bin Laben sarà stato preso e, come merita, esemplarmente punito per il suo crimine contro l’umanità, sarà fatta giustizia ma sradicata soltanto una delle spaventose minacce che gravano sulla nostra civiltà. La guerra può, forse, distruggere alcuni governi favoreggiatori del terrorismo, ma non deve toccarne i popoli. Se la nostra civiltà risponderà alla orribile strage delle Torri con altre stragi anche numericamente maggiori, com’è proprio di ogni guerra, non soltanto sarà compiuto un peccato mortale collettivi ma sarà più facile al terrorismo nascere e muoversi in un panorama popolare di odio accresciuto.

Il miliardario Bin Laben (tale per attività capitalistiche negli Stati Uniti, in Giappone, in Norvegia etc.) non rappresenta il Sud dei poveri. E’ una scheggia impazzita dell’Islam e una persona che può permettersi il lusso di tessere una gigantesca rete di fanatici nel cuore stesso dell’impero americano. Ma non è un emissario dei poveri e non si cura del loro destino. Lo spinge il fanatismo religioso, non lo spirito di giustizia. Colpire il Sud dei poveri per distruggere il suo invisibile impero, significherebbe compiere un’immensa ingiustizia. "Rawa", l’associazione delle donne afgane in esilio, ha pubblicato un appello in cui dice: "Il governo degli USA e il popolo americano devono sapere che c’e’ una grande differenza tra la gente povera e martoriata dell’Afghanistan e i terroristi criminali Talebani e Jehadi. (…) Attaccare l’Afghanistan e uccidere la sua gente piu’ derelitta e sofferente, non alleviera’ in alcun modo il lutto del popolo americano". Non aumenterà la sicurezza del Nord.

Quando sono andato a controllare la citazione di Shakespeare, ho trovato che , subito dopo l’immagine del sole che non vuole vedere il massacro e dopo il grido: "Povere vittime del nostro odio!", egli conclude la tragedia con un incitamento rivolto alla folla che va addensandosi intorno ai corpi esanimi dei protagonisti: "Partiamo di qua per parlare più a lungo di questi tristi eventi". Io credo che sia un consiglio che ci riguarda.
E’ impossibile, cercare di ragionare sui luoghi della strage, mentre riviviamo la tragedia del bambino che la madre strinse al seno mentre l’aereo su cui viaggiavano si schiantava su una delle torri o quella del marito che sapendo di dover morire entro pochi attimi telefonò alla moglie chiedendo "Sono andate a scuola le bambine? Io vi amo, tu lo sai che voi siete tutto il mio amore"; o contemplando per l’ennesima volta le immagini delle decine di persone che si gettarono impazzite dalle finestre dei grattacieli.
E’ necessario scostarsi un po’, non permettere che il lutto offuschi la nostra vista perché il lutto, talvolta, genera mostri, violenza, desiderio di vendetta. E’ necessario sapere che tutto è cambiato per noi, gente del Nord; aggredita nella nostra isola di benessere in mezzo a un oceano di disperazione; ma nulla è cambiato per la miseria del Sud. Oggi il Sud sembra soltanto, sulle pagine dei giornali e nei torrenti di parole che escono dai teleschermi, una giungla da bonificare non con i trattori e con gli aratri ma con le armi più sofisticate; un cuore di tenebre da colpire a morte. Follìa! Gli studenti di Berkeley scrivono sui cartelli delle loro manifestazioni pacifiste una frase di Gandhi: "Occhio per occhio rende cieco il mondo"
Noi che ci sforziamo di guardare la Terra con gli occhi del vangelo dobbiamo, dopo la sosta sulle tombe, riprendere il lavoro per un mondo più giusto. Dobbiamo reimparare l’amore e il coraggio dell’amore. Dobbiamo testardamente aprire il cuore ai poveri, volere per loro una giustizia che non è quella "infinita" reclamata dai potenti offesi ma il diritto alla vita, alla dignità e alla libertà di tutti gli esseri umani.

Articolo pubblicato dal settimanale "Segno nei tempi", concessoci dall’autore