A proposito di laicità

Le letture che sto facendo mi stimolano a intervenire in questa discussione sul rapporto fra laicità e religione suscitata dalla posizione di Prodi sul trattamento giuridico delle coppie di fatto. Il tre ottobre prossimo andrò a Madrid a tenere una relazione su Pasolini in occasione dell’anniversario della sua tragica morte.
Le letture che sto facendo mi stimolano a intervenire in questa discussione sul rapporto fra laicità e religione suscitata dalla posizione di Prodi sul trattamento giuridico delle coppie di fatto. Sono, infatti, stupefatto dell’uso strumentale che si sta facendo nella discussione politica di questioni che dovrebbero avere ben altro approccio etico-culturale. Rileggendo Pasolini si respira un sentimento di religiosità – la religiosa caducità dell’essere umano – che non è frequente riscontrare nello stile e nelle parole di molti “atei devoti” della Casa delle Libertà o dell’Unione.
Le riflessioni di Pasolini sull’idea di “peccato innocente” commesso da “chi non sa” (come i bambini o i sotto proletari), la rappresentazione tragica della condizione umana, la messa in scena di un Cristo innocente e scandaloso per il suo sottrarsi al formalismo del direttorio rabbinico, sono espressioni di una laicità vissuta come lacerazione fra la pressione dell’irrazionale (che per Pasolini, come per me, è passioni, desideri, bisogno di trascendenza, angoscia dell’insensatezza, dubbio su ogni verità unilaterale affermata e sostenuta dalla forza o dalla paura, e gli imperativi lucidi e spietati della razionalità “calcolante”).
Se si parte da una condizione in cui l’amore per la vita e per la condivisione hanno la meglio sul fondamentalismo delle crociate, si intende perché ritengo di potere affermare che la contrapposizione fra laici e cattolici è una mistificazione che tende opportunisticanente a ridurre la prima a una sorta di scientismo senza valori, e la seconda a valori senza storia e senza umanità.
A mio avviso, come è da respingere perché falsa un’idea dell’uomo libero da vincoli, onnipotentemente teso a realizzare una libertà smisurata; allo stesso modo non è di alcuna “utilità sociale” l’intransigenza dommatica delle gerarchie ecclesiastiche e la critica di atti legislativi che esulano dal piano “spirituale” che compete a una Chiesa.
Sono convinto, e l’ho testimoniato più volte in varie occasioni, che la manipolazione del processo procreativo destruttura la visione dell’uomo che ci accompagna da millenni. La visione, cioè, che il destino di un bambino è segnato dalla relazione fisica e affettiva con la madre che lo partorisce e dalla rappresentazione, che la madre trasmette, della presenza di un partner come necessario all’accoppiamento che permette la nascita. Piera Aulagnier (La violenza dell’interpretazione), donna e psicoanalista, ha scritto delle pagine straordinarie sul ruolo che corporeità e fisicità giocano nella costituzione dell’io di un bambino. Chi immagina un futuro senza rapporti fra sessualità e procreazione è portatore di un egoismo mortifero, il cui esito non può che essere l’apatia affettiva.
Ma proprio per questo è privo di senso racchiudere il concetto di famiglia in una Istituzione formale e negare, sul piano giuridico, responsabilità e diritti di chi sperimenta una duratura convivenza. Regolare i diritti reciproci delle coppie di fatto e i rapporti fra conviventi dello stesso sesso è un principio di equità giuridica e non ha alcun rilievo rispetto alla questione della sacralità della vita e della difesa etica del principio che i bambini hanno diritto di nascere dall’amore di una coppia eterosessuale. Per fortuna dalla civiltà greca è stata posta la distinzione fra sacro e profano, fra diritto e religione. I conti non tornano se questi diritti diventano una “bandiera” per rivendicare potere politico o per caratterizzare schieramenti sociali. Pasolini ha vissuto la propria omosessualità senza farne il vessillo della sua arte e della sua vita. Molti miei amici carissimi omosessuali, italiani e stranieri, aborriscono le manifestazioni pubbliche che richiamano il folklore pannelliano.
Sarebbe veramente grave se a tutti i guai che affliggono il nostro paese si aggiungesse una frattura ideale fra radicalismo laico e integralismo cattolico. Abbiamo avuto grandi leaders che da sponde opposte hanno saputo creare un sereno e onesto confronto fra le culture e le visioni del mondo: penso a De Gasperi, Togliatti, Moro, Berlinguer. Oggi è più raro cercare di far capire le proprie ragioni e rispettare quelle degli altri. Durante l’ultimo referendum solo Rosy Bindi mi è parsa all’altezza della situazione. Purtroppo il clima arroventato e le continue invettive stanno precipitando la vita politica italiana in una guerra permanente. Spero vivamente che la Sicilia così tradizionalmente aperta all’incontro e al dialogo dia un contributo di argomentazioni più serie di quelle che ispirano Zapatero o il fanatismo dei neo-conservatori americani.

Pubblicato da “La Sicilia”, concessoci dall’autore