Addio alla classe lavoratrice?

la vecchia economia industriale, lasciò posto a una "nuova economia", basata sui servizi, e una società dove il lavoro aveva perso la sua centralità. Al suo posto stava nascendo una società in cui le relazioni di classe saranno sostituite da reti orizzontali e comunicative

Esiste una e solo una tesi economica o storica in cui si basa tutto l’edificio ideologico liberal-conservatore degli anni ’90. La stessa che poi si trasformò nella pietra angolare della "terza via" social-democratica. Per entrambi successe, nell’ultimo quarto di secolo, una rivoluzione tecnologico-informatica che cambiò radicalmente l’economia e le società capitalistiche. Come risultato, la vecchia economia industriale, lasciò posto a una "nuova economia", basata sui servizi, e una società dove il lavoro aveva perso la sua centralità. Al suo posto stava nascendo una società in cui le relazioni di classe saranno sostituite da reti orizzontali e comunicative, ogni volta più estese, coinvolgenti e democratiche.

Fine del lavoro o ristrutturazione conservatrice del capitale?
Tutte le grandi rivoluzioni tecnologiche che mutarono la direzione e la velocità dell’espansione del capitalismo filtrarono invariabilmente dalle modifiche qualitative nel campo delle comunicazioni. E nessuno può negare il naturale spettacolo del cambiamento avvenuto – dopo il 1970- nel campo della microelettronica, dei computer e delle telecomunicazioni, così come il suo impatto nel funzionamento dei mercati finanziari e delle autostrade dell’informazione. Ma non c’è nessuna evidenzia che queste modifiche abbiano alterato le relazioni sociali e le leggi fondamentali e della lunga durata del sistema capitalista. Oggi un terzo della forza lavoro mondiale – circa un miliardo di persone – è senza impiego ma non vive in "capanne elettroniche", non è nel "settore dei servizi", non si dedica, apparentemente, all’ozio creativo.
Al contrario, quello che le statistiche dimostrano è che queste migliaia di disoccupati risultano legati allo stesso "paradigma del lavoro", solo che ora lo sono come lavoratori precari, terzariezzati o con subcontratti, con diritti ogni volta più limitati e ogni volta più estranei al mondo delle organizzazioni sindacali. Una trasformazione sociale gigantesca, ma che non fu il risultato naturale, meno ancora benefico, delle nuove tecnologie dell’informazione. Fu, in grande misura, il risultato naturale di una ristrutturazione politica e conservatrice del capitale, in risposta alla perdita di redditività e governabilità che affrontò durante la decade del 1970.
In questo senso, quando i teorici del "post-industrialismo" decretano la "fine del lavoro", stanno guardando solo dei numeri che indicano la riduzione del peso relativo dell’impiego industriale nella struttura occupazionale. Ma nello stesso tempo, le evidenze sono che il cambiamento sta prendendo una forma estremamente diseguale tra i differenti Paesi. Se è possibile affermare che l’impiego sta crescendo più rapidamente nel settore dei servizi, negli USA, Inghilterra e Canada, lo stesso non si può affermare relativamente al Giappone, Germania, Francia o alla stessa Italia. Per non parlare del caso della periferia latino-americana, dove la distruzione degli impieghi industriali fu opera di una politica ultraliberale, che promosse in forma esplicita e strategica la disindustrializzazione e l’aumento della disoccupazione strutturale, indipendentemente da qualsiasi rivoluzione informatica.
Tutto indica, pertanto, che il lavoro non ha ancora perduto la sua centralità e la classe operaia non è finita. Quello che è successo nelle ultime due decadi del 20° secolo è stato, di fatto, una complicazione del mondo del lavoro e della disoccupazione. E, come conseguenza, una inevitabile dispersione degli interessi e del linguaggio dei lavoratori, con la difficoltà della saldatura politica dei suoi diversi segmenti.

Difficoltà e confusione nella sinistra.
Non è nuova, nonostante sia paradossale, la difficoltà dei partiti della sinistra per comprendere e regolarsi a questi cambiamenti epocali del sistema capitalista. Quello che è ancora peggiore, quando si impone dentro questi partiti l’opinione economicista e produttivista di molti suoi intellettuali, che si imbarazzano tutte le volte che diagnosticano cambiamenti tecnologici nel campo della produzione capitalista. In questi casi concludono sempre provocando la riapertura del dibattito sulle basi materiali e sociali del suo progetto storico.
Fu quello che accadde, la prima volta, alla fine del secolo 19, con la revisione proposta dal social-democratico tedesco Eduard Bernstein. Sedotto con le trasformazioni produttive da quella che fu chiamata "seconda rivoluzione industriale", egli già parlava, nella decade del 1890, della necessità di rivedere i concetti fondamentali e le strategie socialiste come risposta al "cambiamento tecnologico e organizzativo del capitalismo" che avvenne a partire dal 1870. E nuovamente, negli anni 1990, soprattutto dopo la fine del mondo sovietico, i troppi sbalorditi dal "progresso tecnologico" tornano ad essere i partiti di sinistra.
Mentre i liberali annunciano la fine della storia, una buona parte degli intellettuali marxisti che idealizzarono un proletariato che non esisteva, ora, delusi, gli vogliono dire addio e sotterrarlo prima che sia morto.

Josè Luiz Fiori è studioso della politica.

tratto da Biblioteca das Alternativas del Fórum Social Mundial 2001 (www.forumsocialmundial.org.br)
Nostra la traduzione