Aiutare le stelle a danzare

Discorso d’apertura al convegno tenutosi durante la festa di Macondo 2004. Vi saluto e vi do il benvenuto a questa festa, a questo incontro annuale, a questo appuntamento; quest’anno in maniera particolare siete invitati perché il periodo che stiamo passando è piuttosto duro e faticoso. Do il benvenuto agli ospiti e ai testimoni che ci sono e che poi vi presenterò; intanto però do il benvenuto a voi, perché questo incontro, questa festa è fatta, è, esiste, perché ci siete voi, perché possiamo incontrarci e incontrarvi.
"Fatemi vivere o fatemi morire ma non seppellitemi vivo. Sembra un titolo molto provocatorio, addirittura sconvolgente, un titolo forte, qualcuno addirittura mi ha detto che è macabro. Ecco, semplicemente questo titolo è stato scelto per mandare un messaggio, per scoprire che la vita parte da dentro di noi; la vita oggi non ci viene data da chissà chi ma vive e continua a vivere se noi troviamo la vita dentro di noi. Per avere la vita è necessario educarci alla vita, insieme. Ecco, questo è il motivo per cui è stato scelto questo tema: fatemi vivere, o fatemi morire, nel senso che una persona può vivere o può morire, ma non può restare viva sepolta, non può essere condizionata, omologata, da regole, da schemi, da opinioni degli altri, ma deve crescere, e per farlo ha bisogno di vivere. Quindi non si insegna a vivere, ma si educa a vivere, ecco il motivo per cui quest’anno abbiamo chiamato molti testimoni che sono educatori, perché non si impara a vivere, si apprende la vita, si apprende dentro uno spazio e dentro un luogo.
Oggi questo spazio e questo luogo viene insidiato e quindi la crescita, l’apprendimento alla vita non avviene. Quest’anno quindi, a questa festa, abbiamo chiamato persone che hanno accolto la loro vita di educatori come missione, una missione vera ed ardua; quindi educatori, maestri. Si diventa educatori non per fare carriera o per fare soldi, ma per aiutare le stelle a danzare nel cielo dei ragazzi. Chi mi ha sentito altre volte sa che io sono molto molto severo con i maestri e i professori se non amano gli alunni, io li ho chiamati mercenari, ho detto loro: "lasciate la scuola".
Questa è un’affermazione molto dura, radicale, provocatoria, però educare senza amare non si può; serve per aiutare le stelle, ripeto, a danzare nel cielo dei ragazzi, per liberare le potenzialità latenti dentro i ragazzi, per umanizzare l’umanità. In Cina il maestro è equiparato ai genitori, l’educatore genera, fa nascere; da ragazzo io ero indeciso se diventare prete oppure maestro o insegnante, due missioni simili, umane e sacre ad un tempo.
E’ ancora possibile l’ideale di una umanità fraterna? Questa è una domanda. È ancora possibile creare delle piazze con una fontana in mezzo, a misura d’uomo? O meglio, a misura dei bambini? Città vivibili, città cosmopolite; abbiamo i mezzi per far saltare la trappola della fame e della miseria? Abbiamo possibilità di produrre meno e lavorare meno? Abbiamo possibilità di diventare alunni della madre terra? È un sogno questo? Siamo ricaduti nella barbarie, sia a livello locale sia a livello mondiale.
L’economia è al di sopra di tutto, l’industria bellica è la locomotiva dell’economia; lo sfruttamento della natura e dei poveri; le leggi che sono veri furti e saccheggi del Terzo Mondo, leggi commerciali, protezionismo, dogane, brevetti biologici; sono leggi e queste leggi sono sfruttamento del sud del mondo e dei poveri. Non è una provocazione, una demagogia, ci sono le leggi commerciali protezionistiche per impoverire gli altri.
Il complesso di superiorità è eretto a civiltà, la stessa Passione di Cristo è strumentalizzata nella teologia sacrificale per la nostra egemonia, vedi dibattito sul Crocefisso. Io sono sgomento, tutto questo crea sgomento, lo so che è difficile, so che siamo ostaggi di una eredità storica crudele, la pazzia nazista, i vari muri, gli egoismi di ogni Stato e di ogni Nazione; i privilegi orgogliosi e la rabbia genocida, tutsi – hutu, la voracità imperiale e la vendetta insensata, America e terrorismo.
Quando capiremo? Capiremo mai? Occorre cambiare direzione, andare per le albe o nella notte orientandosi con le stelle, per il cammino nei boschi, per i sentieri delle alture, guardando il volto del fratello, la mano nella mano; riconoscendo gli errori, i nostri prima che quelli degli altri. Occorre impegnarci, subito, senza aspettare che gli altri si impegnino con noi, prima di noi.
Non vorrei essere frainteso, chiudo, ma voglio correre anche questo rischio, tanto ritengo importante quello che sto per dire: gli attentati, tutti, dalla Spagna al Pakistan, dalla Palestina alle Torri gemelle, mi hanno lasciato nello sgomento, perché rivelano che gli oppressi hanno disimparato l’oblio e il perdono, e sono entrati nella nostra logica. Ora vogliono contrapporre vendetta a sopruso, noi, con il pretesto della civiltà e della democrazia, con leggi e granate abbiamo devastato il sud e l’est del pianeta. Da vincitori abbiamo scritto la storia dei vinti e occultato tragedie immani.
È il momento ideale per prendere coscienza che tutti abbiamo bisogno di perdono. Brecht diceva: "Anche la rabbia contro l’ingiustizia rende roca la voce"; Cristian de Creuzè, che è un monaco circestense, messaggero di pace in terra musulmana, vittima della Jiad, aveva scritto: "La mia vita non ha un prezzo né maggiore né minore di un’altra. In ogni caso non ha l’innocenza dell’infanzia, ho vissuto abbastanza per considerarmi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo".
La divisione manichea fra bene e male alimenta la spirale della violenza, ritenersi i buoni insidiati dai cattivi ci rende sempre più ingiusti. Io ancora credo che le bolgie dell’intolleranza possono diventare santuari di riconciliazione, Manuela è qui che ce lo dice.
Presento gli ospiti: questo è il saluto che io do, perché io, che sono credente, non voglio leggerlo, ma vi cito a memoria un brano di Luca, che dice" Signore, non mi riconosci? Abbiamo danzato con te, abbiamo cantato sulle piazze con te"; il Signore risponde "Giuro, non vi conosco". Ciò succede quando noi non sappiamo chiamare le cose, denunciarle, chiamare le persone per nome, incontrarle. Oppure l’altra frase del Profeta che dice: "I bambini cantano sulle piazze, ma nessuno danza". L’uomo piange e nessuno lo consola.
Guardate che Dio sente l’urlo di Rebecca, la madre cui hanno ucciso i figli, quindi Dio interviene, ma non interviene punendoci, interviene difendendo l’oppresso, difendendo colui che ingiustamente è trattato.
Alla mia destra è seduto Jacques Gaillot, è un Vescovo, è il Vescovo di una città inesistente oggi, una città che esisteva nei primi tempi della Chiesa; era Vescovo di una Diocesi francese, alla periferia di Parigi; la sua scelta dei poveri, la condivisione dei poveri, tutta la sua vita, il suo percorso di vita, il suo cammino di annuncio del Vangelo ai poveri l’ha portato ad un conflitto, in questo conflitto lui ha scelto di stare con i poveri. Non dico che sia stato destituito, ma gli hanno tolto la Diocesi: adesso è soltanto Vescovo ed è Vescovo della Chiesa universale.
Il fatto che sia venuto qui per me oggi, giorno di Pentecoste, è una illuminazione, non perché è Vescovo, ma perché è in sintonia con questo cammino; per me Jacques è fondamentale, io sono prete e sono uomo. Liberare l’umanità dal dolore, tutta l’umanità, non solo i cattolici o solo i cristiani, ma tutta l’umanità va liberata dal dolore. Quindi il fatto che tu sia venuto qui a trovarci, a stare con noi, anche solo per un giorno, mi dà enorme gioia. Grazie per essere venuto.
Alla mia sinistra c’è Manuela Dviri, lei vi parlerà, ha tanto fuoco, tanta energia dentro, che io non so dove la trovi, è nata in Italia però vive a Tel Aviv, è israeliana adesso, ha perso un figlio in guerra, lei vi dirà che cosa sta facendo, cose straordinarie. Come vi dicevo prima: dalle bolgie dell’intolleranza nasce l’accoglienza, lei lavora con i bambini palestinesi, per e con i bambini palestinesi. Lei è un’ebrea, nello Stato di Israele, io ho voluto che venisse, anche soltanto per apparire, per dire "Grazie di essere viva con noi".
Poi c’è il professor Barcellona, che tanti di voi conoscono, che ho voluto qui proprio perché è un uomo che, secondo me, sta vivendo i tempi, li sta scoprendo e, come fanno tutti i profeti, denuncia la sofferenza di questo mondo, l’imbroglio di questo mondo e paga costi altissimi, anche perdere grandi amicizie e un passato glorioso di militante nella sinistra istituzionale italiana.
Poi c’è Seinde, l’anno scorso, guardatelo bene, l’Italia non gli ha dato il visto di ingresso! Questa è la persona che lo scorso anno non ha avuto il visto di ingresso per entrare in Italia, il motivo non lo conosco, noi abbiamo fatto una protesta ufficiale, l’Ambasciata a Lagos poi si è scusata con noi, io ho accettato le scuse, ma sospetto che Seinde sia un grande leader. Ha un grande carisma, è un medico, ha tentato di studiare negli Stati Uniti, di specializzarsi negli studi del cervello, ma, mentre studiava a Los Angeles, è andato a lavorare negli slums, cioè nelle zone povere di Los Angeles. Poi è tornato in Nigeria per cercare un’università, perché si curi il malato e non solo le malattie, per entrare in un altro rapporto con il paziente, non gli è stato possibile, ma non ha desistito, è andato a vivere con i contadini, a curarli gratuitamente e adesso è diventato il leader del movimento dei contadini in Nigeria. Quindi gli dico grazie, siamo diventati amici, grazie per essere ritornato in Italia.
Poi c’è Juan Pablo Sanzetenea, è un professore di Santa Cruz de la Sierra, ha avuto un’infanzia faticosa, il suo babbo era compagno di guerriglia di Che Guevara, lui, bambino di 10 anni, andava a consegnare al Che i messaggi che il padre gli dava e che il Che gli dava per papà. A 18 anni è stato messo in galera e torturato per sei mesi, ve lo racconterà. Oggi io non so se sia più disperato o arrabbiato o deluso, in una Bolivia che è letteralmente stritolata dal capitale che depaupera questo popolo; lui ha una forza e un’energia dentro straordinaria.
Vi dirà che cosa sta facendo per le comunità indigene e per le comunità campesinos. Io lo ringrazio perché è venuto a portarci questo messaggio.
Poi c’è Edith, la signora brasiliana che lavora a San Paolo, in periferia, insieme a Paolo D’Aprile, che è italiano, che ha spostato una brasiliana, che vive e fa il fisioterapista a San Paolo, ma collabora con Edith nell’attività di periferia di San Paolo.
Una cosa soprattutto è straordinaria, farebbe bene che i nostri sindacalisti, tutti, non solo i miei amici, imparassero: far scoprire il senso di cittadinanza e di appartenenza dei poveri, far crescere il processo di appartenenza. Sapete che il povero non ha autostima, per poter arrivare a condividere e a fare la strada insieme il povero ha bisogno di essere accompagnato nella crescita della propria stima e nella stima dell’altro.
Io ringrazio anche Edith, che resterà in Italia un’altra settimana.
Io credo di aver finito, con Padre Hibrahim se riusciamo, ci collegheremo con Gerusalemme per sentire anche lui, non ha potuto arrivare perché la situazione, dice, è gravissima lì, poi hanno cambiato il suo Provinciale; non so se i tecnici riusciranno a farcelo sentire, quindi a metterci in collegamento con lui. Ha promesso che arriverà, padre Ibrahim Faltas, collabora con Manuela in questo processo di pace in Israele e in Palestina. Ecco, io ho finito, a questo punto ho presentato i testimoni, ma in sala ci sono tanti altri testimoni, c’è per esempio suor Adima, che parlerà durante la celebrazione, oggi pomeriggio, c’è padre Marques dal Mozambico, è arrivato anche padre Andrea Ficarelli dall’Acre, Amazzonia brasiliana. Poi c’è mia sorella che è tornata dall’Argentina, mia sorella ha fatto 10 anni in Brasile, poi 12 anni di penitenza, perché ha fatto la Priora generale, poi ha fatto 7 anni di vita e miseria nelle periferie di Cordoba. Adesso è anziana, non so che cosa farà, se rischia a restare in Italia oppure se va via di nuovo, anche lei parlerà oggi.
Poi ci sono tanti altri amici qui, basta che siano in mezzo a noi, a questo punto, io vi ringrazio di nuovo e do subito la parola a Monsignor Gaillot. Grazie.