Alcune considerazioni sulla questione israelo-palestinese

di Lorenzo Porta

 
 La tragedia del ripetersi dei vecchi schemi del conflitto

 
Da anni seguo e collaboro con persone che sono coinvolte nelle vicende  israeliane, palestinesi e della piu' vasta area medio-orientale con  costanza  e non episodicamente, ad ogni tragica fiammata bellica. Il dramma di Gaza e della sua popolazione in questi circa trenta giorni  di  guerra e' sotto gli occhi di tutti. Come e' evidente che anche in questa  occasione si sono riproposti i vecchi schemi di questo conflitto. Siamo  ad  un cessate il fuoco unilaterale proprio a pochi giorni dall'insediamento  negli Stati Uniti di Barak Obama. Una formazione fondamentalista che ha conquistato l'egemonia  politica su una  parte della popolazione palestinese, che ha vinto le elezioni nel gennaio  2006 nei territori dell'Autonomia come i fondamentalisti in Algeria,  condiziona fortemente la politica dell'area mediorientale. Alcuni eletti nelle liste di Hamas nelle ultime elezioni avevano mosso  critiche pertinenti ai costumi politici di alcuni esponenti di Fatah, caratterizzati da pratiche corrotte. Il fatto e' che Hamas nelle sue dichiarazioni e nella sua prassi  abbraccia  il fanatismo religioso e pratica una politica assistenziale che in molti  casi si rivela provvidenziale per le popolazioni rifugiate, ma che non  da'  alcuna autonomia politica ed economica alla popolazione. La struttura  economica e sociale su cui si fonda, cementata dal linguaggio del  fanatismo  religioso, e' fortemente eterodiretta. L'Arabia Saudita ha tradizionalmente  sostenuto economicamente Hamas, ora l'Iran sciita, divergente sul piano religioso, ma convergente nei suoi piani di destabilizzazione, fa  scorrere i  suoi copiosi petrodollari su questa formazione e sull'ala militare che  sceglie unilateralmente i tempi della politica e della provocazione.  Hezbollah in Libano, che non ha mai vinto le elezioni, riceve dalla  stessa  mano gli aiuti e si erge contro quella compagine laica e democratica  della  popolazione libanese che vuole il cambiamento, veramente eroica, ma  esposta  alle pressioni delle logiche delle potenze statuali confinanti e ancora  poco  sostenuta dalle forze occidentali.  In questo quadro, poi, tutti vivono le conseguenze della politica  bellicistica della destra statunitense, sconfitta solo di recente, ma  che  non ha esitato ad allearsi agli sciiti nella guerra in Iraq contro il  dittatore Saddam Hussein. Una studiosa del calibro di Loretta Napoleoni,  autrice di documentati testi sulle formazioni terroristiche, e altri  autori  come Bob Fisk, giornalista del britannico "Independent" da  tempo ci dicono  che nella guerra in Iraq le formazioni sciite erano entrate in possesso  di  codici militari segreti statunitensi che potevano essere utili per  decifrare  anche i codici informatici della difesa israeliana. Un aspetto questo  accennato solo fugacemente dalla stampa italiana, mentre e'  necessario  accedere alla stampa estera per approfondirlo adeguatamente.  Nella tragedia israelo-palestinese si ripetono i vecchi schemi: come  fino  all'88 l'Olp non riconosceva l'esistenza di Israele e  conferiva a quel  conflitto sempre piu' il carattere dello scontro per la  sopravvivenza,  accentuando la percezione per ogni israeliano che una concessione poteva  essere un passo fatale per la propria cancellazione, cosi' Hamas  ripropone  la stessa logica astorica, tutta fanatica, collegata alle formazioni dei  Fratelli Musulmani d'Egitto e ad una parte della rete degli Iman  operanti in  Europa che utilizzano la religione per seminare l'odio etnico.  Israele e' prigioniero della logica dello stato-nazione che ricorre  alla  forza militare, nella quale mantiene una superiorita', ma che non  puo'  portare ad una soluzione del problema. Anzi la logica militarista non  fa che  aumentare l'odio e la disperazione nelle popolazioni, indebolisce la  democrazia e la vivacita' della societa' civile israeliana, la  mette di  fronte alla violazione dei diritti umani, fornisce linfa ai gruppi  fondamentalisti che prosperano sulla condizione disperata dei rifugiati  condannati all'assistenzialismo.  Quanti percorsi di pacificazione sono stati provati che hanno coinvolto  le  delegazioni delle due parti che si sono battute fino all'ultimo per  una  soluzione!  Un generale poi premier politico come Rabin, aveva imboccato un percorso  difficile di apertura, ma contro di lui erano schierati gli esponenti  della  destra religiosa nazionalista
 La tragedia del ripetersi dei vecchi schemi del conflitto 
Da anni seguo e collaboro con persone che sono coinvolte nelle vicende  israeliane, palestinesi e della piu' vasta area medio-orientale con  costanza  e non episodicamente, ad ogni tragica fiammata bellica. Il dramma di Gaza e della sua popolazione in questi circa trenta giorni  di  guerra e' sotto gli occhi di tutti. Come e' evidente che anche in questa  occasione si sono riproposti i vecchi schemi di questo conflitto. Siamo  ad  un cessate il fuoco unilaterale proprio a pochi giorni dall'insediamento  negli Stati Uniti di Barak Obama. Una formazione fondamentalista che ha conquistato l'egemonia  politica su una  parte della popolazione palestinese, che ha vinto le elezioni nel gennaio  2006 nei territori dell'Autonomia come i fondamentalisti in Algeria,  condiziona fortemente la politica dell'area mediorientale. Alcuni eletti nelle liste di Hamas nelle ultime elezioni avevano mosso  critiche pertinenti ai costumi politici di alcuni esponenti di Fatah, caratterizzati da pratiche corrotte. Il fatto e' che Hamas nelle sue dichiarazioni e nella sua prassi  abbraccia  il fanatismo religioso e pratica una politica assistenziale che in molti  casi si rivela provvidenziale per le popolazioni rifugiate, ma che non  da'  alcuna autonomia politica ed economica alla popolazione. La struttura  economica e sociale su cui si fonda, cementata dal linguaggio del  fanatismo  religioso, e' fortemente eterodiretta. L'Arabia Saudita ha tradizionalmente  sostenuto economicamente Hamas, ora l'Iran sciita, divergente sul piano religioso, ma convergente nei suoi piani di destabilizzazione, fa  scorrere i  suoi copiosi petrodollari su questa formazione e sull'ala militare che  sceglie unilateralmente i tempi della politica e della provocazione.  Hezbollah in Libano, che non ha mai vinto le elezioni, riceve dalla  stessa  mano gli aiuti e si erge contro quella compagine laica e democratica  della  popolazione libanese che vuole il cambiamento, veramente eroica, ma  esposta  alle pressioni delle logiche delle potenze statuali confinanti e ancora  poco  sostenuta dalle forze occidentali.  In questo quadro, poi, tutti vivono le conseguenze della politica  bellicistica della destra statunitense, sconfitta solo di recente, ma  che  non ha esitato ad allearsi agli sciiti nella guerra in Iraq contro il  dittatore Saddam Hussein. Una studiosa del calibro di Loretta Napoleoni,  autrice di documentati testi sulle formazioni terroristiche, e altri  autori  come Bob Fisk, giornalista del britannico "Independent" da  tempo ci dicono  che nella guerra in Iraq le formazioni sciite erano entrate in possesso  di  codici militari segreti statunitensi che potevano essere utili per  decifrare  anche i codici informatici della difesa israeliana. Un aspetto questo  accennato solo fugacemente dalla stampa italiana, mentre e'  necessario  accedere alla stampa estera per approfondirlo adeguatamente.  Nella tragedia israelo-palestinese si ripetono i vecchi schemi: come  fino  all'88 l'Olp non riconosceva l'esistenza di Israele e  conferiva a quel  conflitto sempre piu' il carattere dello scontro per la  sopravvivenza,  accentuando la percezione per ogni israeliano che una concessione poteva  essere un passo fatale per la propria cancellazione, cosi' Hamas  ripropone  la stessa logica astorica, tutta fanatica, collegata alle formazioni dei  Fratelli Musulmani d'Egitto e ad una parte della rete degli Iman  operanti in  Europa che utilizzano la religione per seminare l'odio etnico.  Israele e' prigioniero della logica dello stato-nazione che ricorre  alla  forza militare, nella quale mantiene una superiorita', ma che non  puo'  portare ad una soluzione del problema. Anzi la logica militarista non  fa che  aumentare l'odio e la disperazione nelle popolazioni, indebolisce la  democrazia e la vivacita' della societa' civile israeliana, la  mette di  fronte alla violazione dei diritti umani, fornisce linfa ai gruppi  fondamentalisti che prosperano sulla condizione disperata dei rifugiati  condannati all'assistenzialismo.  Quanti percorsi di pacificazione sono stati provati che hanno coinvolto  le  delegazioni delle due parti che si sono battute fino all'ultimo per  una  soluzione!  Un generale poi premier politico come Rabin, aveva imboccato un percorso  difficile di apertura, ma contro di lui erano schierati gli esponenti  della  destra religiosa nazionalista israeliana ed anche le formazioni come  Hamas  ed Hezbollah con i loro sostenitori, prodighi di petrodollari per le  imprese  di perpetuazione della guerra.  Un altro esempio per tutti: il processo che dallo scoppio della seconda  intifada (settembre 2000) fino al gennaio 2001 con gli incontri di Taba  (ancora il secondo Clinton presidente che aveva condotto gli incontri di  Camp David) in cui le delegazioni delle due parti erano giunte a  posizioni  vicine anche su quote di rientro dei palestinesi profughi, oltre che su  questioni territoriali importanti, ma che furono fatte saltare dalle  logiche  opposte e convergenti delle parti estreme dei due contendenti, Arafat  purtroppo d'accordo, in un contesto internazionale in cui negli  Stati Uniti  era prossimo a vincere G. W. Bush. L'elenco dei morti aumento'  fortemente  nel periodo Sharon fino alla sua forte decisione di far evacuare  unilateralmente i coloni ebrei da Gaza (settembre 2005).  Le due popolazioni sono prigioniere di una logica della guerra di cui da  sole non riescono a disfarsi, ma che non appartiene loro  strutturalmente.  Abbiamo visto poco fa il dottor Izzeldin Abu al-Aish di Gaza, stimato  ginecologo palestinese, che lavora in Israele all'ospedale di Sheba,  piangere la morte di tre figlie, che nella casa a Gaza sono state  colpite da  una cannonata israeliana. Egli e le sue figlie hanno lavorato assieme a  cittadini israeliani per la cura di bambini palestinesi. Ha detto:  "che la  morte delle mie figlie sia l'ultimo tremendo prezzo di questa  guerra.  Tacciano le armi". Struggente la poesia che pubblica la madre di  un giovane  soldato israeliano su www.haaretz.com sulla vicenda: "Sua madre  disse" di  Meir Wieseltier (19 gennaio 2009).  Questo conflitto incancrenito costituisce la miccia, sempre pronto alla  bisogna, in un'area cruciale per gli interessi petroliferi e per  l'approvvigionamento energetico. E' noto che l'Italia  e' un acquirente  importante di petrolio iraniano e l'Europa dipende fortemente ancora  dall'approvvigionamento petrolifero mediorientale, questo  nonostante siamo  vicinissimi al raggiungimento del picco petrolifero e al declino del  petrolio come fonte di approvvigionamento.israeliana ed anche le formazioni come  Hamas  ed Hezbollah con i loro sostenitori, prodighi di petrodollari per le  imprese  di perpetuazione della guerra.  Un altro esempio per tutti: il processo che dallo scoppio della seconda  intifada (settembre 2000) fino al gennaio 2001 con gli incontri di Taba  (ancora il secondo Clinton presidente che aveva condotto gli incontri di  Camp David) in cui le delegazioni delle due parti erano giunte a  posizioni  vicine anche su quote di rientro dei palestinesi profughi, oltre che su  questioni territoriali importanti, ma che furono fatte saltare dalle  logiche  opposte e convergenti delle parti estreme dei due contendenti, Arafat  purtroppo d'accordo, in un contesto internazionale in cui negli  Stati Uniti  era prossimo a vincere G. W. Bush. L'elenco dei morti aumento'  fortemente  nel periodo Sharon fino alla sua forte decisione di far evacuare  unilateralmente i coloni ebrei da Gaza (settembre 2005).  Le due popolazioni sono prigioniere di una logica della guerra di cui da  sole non riescono a disfarsi, ma che non appartiene loro  strutturalmente.  Abbiamo visto poco fa il dottor Izzeldin Abu al-Aish di Gaza, stimato  ginecologo palestinese, che lavora in Israele all'ospedale di Sheba,  piangere la morte di tre figlie, che nella casa a Gaza sono state  colpite da  una cannonata israeliana. Egli e le sue figlie hanno lavorato assieme a  cittadini israeliani per la cura di bambini palestinesi. Ha detto:  "che la  morte delle mie figlie sia l'ultimo tremendo prezzo di questa  guerra.  Tacciano le armi". Struggente la poesia che pubblica la madre di  un giovane  soldato israeliano su www.haaretz.com sulla vicenda: "Sua madre  disse" di  Meir Wieseltier (19 gennaio 2009).  Questo conflitto incancrenito costituisce la miccia, sempre pronto alla  bisogna, in un'area cruciale per gli interessi petroliferi e per  l'approvvigionamento energetico. E' noto che l'Italia  e' un acquirente  importante di petrolio iraniano e l'Europa dipende fortemente ancora  dall'approvvigionamento petrolifero mediorientale, questo  nonostante siamo  vicinissimi al raggiungimento del picco petrolifero e al declino del  petrolio come fonte di approvvigionamento.

 

   Rompere la spirale perversa: l'illusoria liberazione del  fondamentalismo  violento e di chi lo sostiene e la risposta militare di Israele che  indebolisce la democrazia e viola i diritti umani 

Ma se i petrodollari dei paesi arabi vengono utilizzati per le  citta'  avveniristiche come Dubai, Abu Dhabi e Mansar, che si fondera'  sull'energia  solare, queste "citta' copertina" degli Emirati Arabi  Uniti si fondano sulle  fortune del petrolio, sfruttano la manodopera orientale che lavora  stagionalmente in condizioni durissime (appena dal 2006 hanno abolito  per  legge la schiavitu'). Forse fa eccezione il Quatar, grande  produttore di gas  naturale, da far concorrenza alla Russia, che pure vive sullo  sfruttamento  di circa ottocentomila lavoratori orientali senza diritti e che almeno  formalmente intende introdurre elementi di democrazia e diritti per le  donne. Gli Emirati e l'Arabia Saudita sono prodighi  nell'acquistare armi, i  primi in particolare dall'Italia (338 milioni di euro di commesse  nel 2006,  la seconda gli eurofighter) e figurano tra gli azionisti di Mediaset,  sono  soci in affari del nostro premier Berlusconi. E' notizia fresca che  l'Arabia  Saudita fornira' due miliardi di dollari per la ricostruzione di  Gaza: quali  garanzie nell'uso del denaro? Quale progetto di ricostruzione? Quali  garanzie politiche?  Mi chiedo se non sia importante compiere un'analisi delle basi  economiche  del fondamentalismo: anche in questa guerra i missili di Hamas  passavano i  valichi dell'Egitto, grazie alle guardie corrotte egiziane,  provenienti dal  Sudan, paese islamico, tristemente famoso per la sua politica  quarantennale  spaventosa nel Darfur e per ospitare volentieri le attivita'  economiche  della famiglia Bin Laden. E' un fatto che la Lega Araba abbia  assunto  posizioni tutt'altro che compatte sulla guerra di Gaza.  Sicuramente cio' che nuoce fortemente alla causa della pace per gli  israeliani e per i palestinesi e' il risorgere dei vecchi  pregiudizi e  stereotipi antisemitici, qui in Europa, che si legittimano attraverso la  maschera deformante dell'antisionismo. Sono le terze parti, sia  istituzionali, sia della societa', civile che possono giocare un  ruolo  importante in questo conflitto senza farsi imbrigliare in animose  contrapposizioni che sono le due facce della stessa medaglia, compresi i  sentimenti anti-islamici preconcetti.  Stupefacente e' che in alcune mailing list che si definiscono  pacifiste si  siano fatti notare sedicenti pacifisti che hanno abbondato nelle  equazioni  ebrei=israeliani=nazisti… Questi sono gli esiti di una mezza cultura  che  non sa approfondire le contraddizioni in atto e si pasce delle vecchie  coazioni a ripetere del pregiudizio. Non e' da ora che e'  presente nell'area  pacifista.  Ringrazio chi cerca di tenere alto il profilo della riflessioni  proponendo  letture che costringono a fare memoria storica di un conflitto che  coinvolge   la nostra coscienza critica di europei, che hanno il coraggio di  confrontarsi con la storia dell'antisemitismo in Europa e la  polemica  fortemente antigiudaica gia' presente nei testi cristiani.

 

  Precisazioni importanti su Israele, gli ebrei e il sionismo nella  letteratura nonviolenta  Oggi, che fare?

Concludo con una nota su chi maldestramente rispolvera i testi dei  "maestri  della nonviolenza" senza conoscerne la storia e l'evoluzione.  Proporre la  lettura dell'intervento di Gandhi del dicembre 1938, "Gli  ebrei", sulla  rivista "Harjan", e le sue critiche all'idea del ritorno  in Palestina,  nonche' le aspre rimostranze sulla condotta che essi assumevano  nella lotta  contro Hitler, senza conoscere la ritrattazione che Gandhi fece un anno  dopo  delle sue posizioni espresse nel '38, e' fare disinformazione.  Egli accetto'  le critiche del direttore del "Jewish frontier", Hayim  Greenberg, estimatore  di Gandhi che gli fece notare che la condizione degli ebrei in Germania  nel  '38 non era paragonabile per gravita' ne' a quella degli  indiani sotto il  giogo britannico, ne' all'apartheid in Sud Africa.  Quanto alla concezione sionista gli amici Polak e Kallenbach, suoi  collaboratori ebrei nel periodo sudafricano, contribuirono molto ad una  revisione delle posizioni di Gandhi sugli ebrei in Palestina e sulla  lotta  contro Hitler.  I testi principali sono contenuti nel n. 2 del 1991 di  "MicroMega", che  dedica un'ampia sezione della rivista a ricostruire questo  dibattito e che  certi nonviolenti "storici" dovrebbero ricordare. Comprese le  importanti  lettere a Gandhi di Martin Buber e Judah Magnes, gli esponenti  dell'ebraismo  piu' vicini a forme federate di presenza ebraico-araba in Palestina  del  febbraio 1939 e che Gandhi sfortunatamente non ricevette. Un testo di  Gideon  Shimoni, intitolato Gandhi, Satyagraha and the Jews. A formative factor  in  India's policy towards Israel in "Jerusalem papers on peace  problems", nel  1977 ricostruisce dettagliatamente i rapporti tra Gandhi e i personaggi  sopra citati spiegando l'evoluzione delle sue posizioni sugli ebrei.  Se poi facciamo parlare Aldo Capitini dobbiamo risalire al 1967, ad un  dibattito di ben 41 anni fa che e' stato documentato da Gabriella  Mecucci  sulla rivista "Nuova storia contemporanea", nel n. 3 del  maggio-giugno del  2002.  La ricercatrice ci riporta la storia di un appello che nel 1967  all'epoca  della guerra dei sei giorni Lucio Lombardo Radice diffuse dalle colonne  dell'"Unita'". Era il periodo in cui il Pci,  influenzato dalle scelte  dell'Unione Sovietica, cominciava, non senza contrasti interni, ad  adottare  la linea di considerare antimperialista la politica dei paesi arabi e  imperialista quella di Israele. Lombardo Radice costruisce un appello  che  afferma apertamente il riconoscimento dell'esistenza di Israele, ma  definisce "espansionismo strategico" la condotta dello stato  di Israele.  Diffonde il testo a molti intellettuali di area comunista e cattolica e  anche ad Aldo Capitini. Quest'ultimo non firmera' l'appello  e come sempre  argomentera' la sua posizione. Non si puo' definire  espansionismo quello  israeliano: "mi sembra alquanto irreale, pensando ad un popolo di  poco piu'  di due milioni e mezzo di abitanti in mezzo a 50 milioni di  avversari". Come  poco si ricorda che i territori occupati allora erano sotto il comando giordano compresa Gerusalemme est (dal 1949 al 1967) e poi furono  conquistati da Israele con la guerra dei sei giorni. Esprime un giudizio  molto netto sulle "forsennate hitleriane minacce di Nasser",  che non ritiene  un anti-imperialista. Capitini tentava allora di introdurre un  approccio  che si smarcasse dalla visione bipolare del mondo. Lui era profetico,  noi  oggi con molto meno sforzo lo possiamo fare.  Venendo all'oggi non e' il momento di riunire tutte quelle  forze che  laicamente si battono in Medioriente per l'affermazione della  democrazia? I  protagonisti della primavera libanese, le donne iraniane, come quelle  marocchine, le tante associazioni presenti in Israele: Betselem, Hands  in  hands, Parent circle, i refusenik, e mostrare loro che almeno una parte  delle istituzioni e della societa' civile in Europa vuole sostenere  un  modello di sviluppo che abbandoni il petrolio, che apra a modelli di  sviluppo fondati sulle energie alternative decentrate, che combatta le  teocrazie e le ideologie religiose, produttrici di uomini-bomba  attraverso  la predicazione dell'odio.  Sempre da Firenze giunge un rilancio delle posizioni di Michael Lerner  della  rivista "Tikkun", persona che con Bruno Segre e Moni Ovadia  avevamo invitato  nella Sala dei 500 a Firenze nel 2005. In seguito a quell'invito  avevamo  cercato di stabilire un rapporto stabile con Berkeley (California), la  sua  universita', e il Corso di laurea "Operazioni di Pace" di  Firenze, ma  incontrammo ostacoli burocratici. Forse vale la pena di riprovare.
 

(tratto dalla newsletter "la nonviolenza è in cammino")