Andiamo insieme

il nostro Paese è un capitalista dipendente, povero, miserabile, grazie alla nostra ricchezza; noi abbiamo molto petrolio, molto oro, molto argento e molta gente con grande voglia di vivere.
Dovrei prima salutarvi, nella lingua del mio popolo, in Quechua, si dice "Imaimal". E si risponde "Bien hualeimba". Ho fatto la prima parte del mio intervento. Durante tutta la settimana ho pensato che avrei dovuto proporvi una esposizione, e mi sono preoccupato di scrivere un documento molto serio, molto profondo; ma la mia passeggiata per Venezia mi ha dimostrato che ero nel cuore della conoscenza, del sapere, che il mio lavoro è troppo piccolo in quel senso.
La presentazione del libro di Giuseppe ieri e anche i commenti ci hanno già permesso di passeggiare per luoghi molto profondi, molto interessanti, allora oggi io mi dedicherò al raccontarvi le cose che io faccio, con la maggiore spontaneità possibile, raccontandole dal profondo del mio cuore e non dalla mia testa.
Per prima cosa la mia grande paura: io non so se questo momento è un premio o è una punizione. Non so se la colpa è di una bicicletta che mi hanno regalato quando avevo nove anni o se mio padre ha fatto un buon rinforzo alle mie scarpe. O la carta che io consegnavo allo zio Ramon, perché zio Ramon era il comandante Che Guevara; non so se per questo motivo oggi qui ho un premio o sono punito qui.
Secondo questo indirizzo, questa via nel mio Paese: in questi giorni stiamo marciando nella lotta contro l’ingiustizia. Abbiamo già marciato per 500 km, dobbiamo marciare per 1500 km, per arrivare a La Paz. Per venire in Italia ho dovuto interrompere la marcia, i miei compagni, in questo momento, si trovano in un luogo che si chiama Il Ponte, sicuramente in questo momento al mio Paese sono le sei del mattino, i miei compagni stanno togliendosi il fango dai piedi, perché tutta la notte si sono messi fango perché non gli vengano fuori le piaghe.
Tutti i figli di questi companeros hanno chiesto che io vi faccia cantare durante questo intervento perché quelli che sono là possano ascoltare. Perché un companero italiano, ogni volta che riposiamo durante la marcia, insegna e canta con i bambini il canto del coccodrillo.
La seconda parte: come è il mio Paese e che cosa sta succedendo nel mio Paese, visto con i miei occhi? Il contadino al mio Paese dice che uno può guardare soltanto con i propri occhi, nessuno può guardare con i nostri occhi. Il mio Paese è formato per il 65% di contadini e indigeni: un gruppo della zona della montagna andina, un altro gruppo nella zona dell’Amazzonia. La zona amazzonica sta fra i 50 e i 200 metri sul livello del mare, la parte andina invece va dai 2500 ai 5500 metri.
In questo scenario il nostro Paese è un capitalista dipendente, povero, miserabile, grazie alla nostra ricchezza; noi abbiamo molto petrolio, molto oro, molto argento e molta gente con grande voglia di vivere. In questo scenario, nell’ottobre dell’anno scorso, siamo riusciti a smascherare una multinazionale che era a casa nostra. Il popolo in ottobre assumeva il potere dopo uno scontro molto lungo, e le forze popolari riuscirono ad assumere la responsabilità del governo, ma il sistema statale era come un carbone acceso. Come potevano renderci responsabili di un sistema che non conoscevamo? Il contadino che veniva dalle Ande era comunitario e quello che veniva dall’Amazzonia aveva un grande rispetto per l’ecologia e per l’ambiente. Si sono incontrati con un sistema politico che non era comunitario e che non rispettava l’ambiente. Come condurre, come guidare un sistema che non si conosce? Era iniziata la rinascita sociale, come assumere questo momento? Abbiamo imparato che la democrazia e la tirannia erano diverse, allora abbiamo scelto la democrazia, abbiamo consegnato il potere al Vice Presidente del Paese. Ora, a distanza di 7 mesi, il Governo non ha fatto altro che dare più problemi al movimento sociale, ci rendiamo conto che il Governo non pensa da solo, i Governi che abbiamo in America Latina hanno fili invisibili che li comandano.
Che possiamo fare adesso? Come affrontare i problemi? Ci sono 4 grandi problemi, il primo che vale la pena di dire è quello di vivere, non dobbiamo morire, in America latina vivere è già una grande vittoria. Il nostro Paese, su pressione degli Stati Uniti, ha dovuto accettare una Legge dove l’Esercito Americano ha l’immunità. Sono sempre stati immuni i militari americani in Bolivia, ma attualmente c’è proprio una Legge, e questa Legge è costata 4 milioni di dollari. Sicuramente gli Stati Uniti, attraverso le loro multinazionali del petrolio portano via dalla Bolivia ogni giorno 4 milioni di dollari.
La seconda Legge è che il petrolio è stato consegnato per 40 anni alla ANGLO. La terza Legge è che il rispetto dell’ambiente non c’è più, perché sono stati consegnati alle multinazionali del legno le foreste di Santa Cruz e del Bene. Per ultimo è stata fatta una Legge che dice che bisogna consegnare agli oligarchi 4 ettari di terreno per ogni mucca, mentre i contadini boliviani non hanno neanche un metro di terreno per loro. Questo è il motivo per cui stiamo marciando.
In questo scenario lavoriamo, in questo scenario facciamo delle cose, che cosa facciamo in Bolivia? La prima cosa è riuscire ad ottenere la Legge della partecipazione popolare. L’organizzazione contemporanea che si chiama Alcaldia è stata consegnata ai popoli, ma per il popolo l’Alcaldia è una cosa strana, la gente che ha il potere economico corrompe gli alcaldias, perché la gente non sa guidare. Per rispondere a questi problemi abbiamo creato una rete di informazione per la conduzione degli ambienti dei municipi. Quali persone fanno parte di questo lavoro? Sono gli studenti universitari che abitavano le campagne e che sono venuti ad imparare all’università: ma è molto difficile, perché devono imparare a governare il proprio Paese con leggi che non corrispondono alle loro abitudini; questa è la cosa più vergognosa.
D’altra parte lavoriamo anche per i bambini di strada, che si chiamano natz. Bambini, bambine, adolescenti, lavoratori della strada, il Sindaco è il responsabile di questo progetto. È molto importante adattare questi sistemi alle esigenze e ai bisogni del momento del popolo, lavoriamo anche con i bambini contadini, poveri, in pieno 21° secolo quando uno va a comperare un pezzo di terra compra anche i contadini che ci lavorano. Che importanza può avere il lavoro che facciamo, quando ancora non è stata assunta la responsabilità da parte dello Stato?
I nostri obiettivi fondamentalmente sono due: il primo è cominciare ad avvicinare la scuola all’educazione; il secondo cercare di avvicinare la Legge alla Giustizia. Come pensiamo di ottenere questi risultati? L’organizzazione popolare ci ha permesso di incorporare in questo processo anche le Università, dove la cultura produce una serie di contenuti che devono essere riportati alla scuola, dove nessuno educa nessuno, tutti ci educhiamo a vicenda.
Su quella strada il contadino dice "Non andare troppo avanti, perché è possibile che io non ti possa seguire". "Non rimanere nemmeno fermo, perché è possibile che io non ti aspetti". "Andiamo insieme, camminiamo insieme".
Dall’altra parte c’è il problema della responsabilità, la struttura dello Stato non corrisponde alla struttura sociale e culturale, abbiamo uno Stato strutturato nell’ambito della violenza, in questo senso di Stato è necessario che ci siano delle armi e dei morti perché possa funzionare. Invece nell’organizzazione sociale e culturale la comunità è un’espressione di vita, si impara per vivere non si impara per morire. In questo momento storico però bisogna mettere insieme entrambe le cose.
Per questo è importante pensare, come il compagno Che Guevara, che vale di più un combattente vivo che un milione di combattenti morti. Vorrei raccontarvi moltissime altre cose, ma vi parlerò degli elementi che mi sembrano più importanti del mio Paese. La Bolivia è un paese molto ricco di esperienza, di conoscenza e di biodiversità; teniamo una struttura della conoscenza stabilita, esistente ancora prima della nascita di Cristo. L’archeologia si dimostra che si facevano interventi a livello del cervello ancora prima dell’arrivo degli spagnoli.
Abbiamo una organizzazione sociale comunitaria, dove la comunità è importante, ma contemporaneamente è importante anche l’individualità. Come possiamo fare per affrontare questo sistema che abbiamo assunto con la responsabilità? Voglio chiarire che non abbiamo del tempo per continuare a guardare, che ci piacerebbe moltissimo fare quella pratica, la vita continua, la pratica quotidiana e culturale ci obbliga ad essere creativi durante la vita stessa.
Credo che l’amico africano dicesse che è importante che il protagonista della storia siano gli stessi protagonisti, ogni generazione deve dirigere la propria storia. Alla mia generazione non è stato consentito di essere protagonista, ma soltanto di ripetere quello che aveva lasciato la generazione precedente. La generazione precedente alla mia, nel mio Paese, poteva essere di sinistra o di destra, aveva la possibilità di scegliere, oggi abbiamo manovrato così male, soprattutto dal punto di vista ecologico, che non sappiamo che cosa lasciare ai giovani.
Non possiamo permettere che vengano sepolti vivi, dobbiamo fare in modo che loro dirigano il destino del proprio Paese, dobbiamo permettere loro di volare. Non dobbiamo continuare a leccarci le ferite, perché le ferite quando si leccano troppo fanno infezione, amici, grazie per essere qui. Che Dio vi benedica.

Juan Pablo Sanzetenea, professore di Santa Cruz de la Sierra