Anniversari brasiliani e democrazia

Si ricordano i duecento anni dello sbarco della famiglia reale portoghese a Rio de Janeiro e i vent'anni della Costituzione brasiliana. Da queste due ricorrenze Bruna Peyrot analizza la democrazia brasiliana per evincerne dei percorsi universali per superare la  "depoliticizzazione della politica", affrontando il tema dell'educazione alla cittadinanza.

Due ricorrenze fanno discutere il Brasile oggi. Nel 2008, infatti, si ricordano lo sbarco della famiglia reale portoghese di duecento anni fa e  i vent'anni della Costituzione brasiliana: due eventi che fanno parte dell'identità del Brasile moderno, l'una come radice storica che ha influenzato lo stile relazionale, ispirato alla complessa burocrazia lusa, l'altro come radice della democrazia riconquistata dopo la dittatura (1964-1984).
La fuga della famiglia reale portoghese verso il Brasile fu un caso unico nella storia, in cui un impero coloniale       venne governato al di fuori dell'Europa, nella colonia stessa. Dom João VI, principe reggente del Portogallo, su pressione inglese e con l'avanzata napoleonica, decise infatti di trasferire la sede del suo regno a Rio de Janeiro. Il che significò trasferire quasi quindicimila persone, che imbarcarono quando le truppe del generale francese Junot stavano avvicindandosi a Lisbona e nella fretta,  e con grande rammmarico del re,  le grandi casse con i libri della biblioteca reale rimasero a terra. Una corte europea intera, dunque, trasformò la città brasiliana fino al 1822, quando il figlio di Dom João VI, Pedro,  dichiarò l'indipendenza del Brasile dalla madrepatria. E' una vicenda storica che ancora fa discutere: questa autonomia concessa dall'alto e non conquistata come nel resto dell'America latina fa  differenza per l'identità, specie politica, brasiliana, che da allora si è abituata a "ricevere" più che a "conquistare".

Ma non è del tutto così. La conquista della democrazia in Brasile dopo la dittatura ha invertito questo sentimento di apatia. E' stata preparata da lunghi anni di pratiche partecipative semiclandestine e dall'ostinata volontà di movimenti, comunità cattoliche di base, sindacati, gruppi politici, specie il Pt di Lula, di riprendere in mano il destino del proprio paese. E la democrazia che nasce da questo tipo di esperienza alla fine risulta solida, mette radice nell'anima delle persone. Lo si vede oggi in Brasile rispetto al momento di grave crisi fra i paesi molto vicini: Venezuela ed Equador contro la Colombia di Uribe il cui esercito, sconfinando in Equador ha ucciso il numero due delle Farc (Forze armate rivoluzionarie colombiane), Raúl Reyes. Tutta la diplomazia brasiliana, così come l'opposizione al governo Lula richiamano la necessità di uscire dal conflitto con una concertazione pacifica e se ne fanno instancabili mediatori.  
La Costituzione brasiliana compie dunque  il suo ventesimo compleanno. Nel 1988 questa importante carta, che sanciva la ripresa democratica del Brasile dopo due decenni di dittatura, proclamava una concezione universalista dei diritti sociali, definendo importanti meccanismi di partecipazione: referendum, iniziativa popolare di una legge, le "audiências", sedi di "ascolto" pubblico e così via. Sostenuti da questo forte riferimento della Costituzione, che dava nuove fondamenta al paese, molte forze (sindacati, movimenti, gruppi di ogni tipo) si impegnarono durante gli anni che seguirono per consolidarne le parti aperte alla partecipazione, istituendo "Consigli" di ogni genere per dibattere, approfondire e proporre soluzioni ai problemi collettivi: dalla sicurezza al salario minimo, dall'educazione allo sviluppo ambientale ecc. Un'idea li accomunava:   riprendere un progetto di sviluppo economico e sociale che rispettasse la dignità umana. Nel settore pubblico, per esempio, fu avviata la pratica delle "Conferenze". Per esempio la Legge Organica sulla Salute del 1990 le ha previste in modo obbligatorio. In una Conferenza sono rappresentate tutte le visioni dei vari soggetti interessati che in tal modo esplicitano anche i conflitti che li caratterizzano: medici e utenti, donne e specialisti incapaci di intuire la loro identità, fasce deboli come anziani e bambini e disservizi ecc.
Insomma, in vent'anni,  sotto l'ombrello della nuova Costituzione, il Brasile ha visto enormemente crescere la partecipazione dei suoi cittadini. In particolare con i due mandati del presidente Lula questi spazi hanno avuto un grande incremento, i dati parlano da soli: dei 64 consigli federali esistenti, 11 sono stati creati con lui, si sono tenute una quarantina di Conferenze nazionali (che prevedono prima assemblee di dibattito nei 27 stati barsiliani) su vari temi: donne, ambiente, giovani… dalle quali ne sono discese politiche di sostegno e intervento, come Projovem per le fasce adolescenziali e nelle quali si sono anche sentite denunce importanti su cose che non funzionavano, specie in relazione alla violazioni dei diritti umani (dalla violenza della polizia al disboscamento dell'Amazzonia).  Si calcolò che circa due milioni di persone abbiano alimentato questo movimento partecipativo. E oggi, a vent'anni dalla Costituzione in più sedi ci si interroga se è servito e cosa ha prodotto. Si è aperta, in altre parole, una interessante riflessione sul significato profondo della democrazia. E le domande che la cittadinanza attiva si sta chiedendo in Brasile valgono, in realtà, per le tutte le democrazie occidentali che spesso impallidiscono  le loro strategie di fronte a una incipiente "depoliticizzazione della politica", ridotta a tattiche di gestione di voti fra partiti e alleanze e poco impegnata nella costruzione di  futuri possibili, a misura della domande che sempre la società, nel suo muoversi quotidiano, produce.
Alcuni giudizi su questo intenso ventennio partecipativo brasiliano sono positivi: le nuove sedi organizzate previste dalla Costituzione hanno allargato i processi decisionali a nuovi protagonisti sociali (come gli animatori comunitari e le donne) e hanno fatto emergere (come accadde con i Bilanci Partecipati, certo l'esperienza più importante di allargamento della democrazia da Porto Alegre a Belém, da Santo André e Piracicaba, in ogni angolo dell'immesno continente brasiliano) contraddizioni vere da accogliere e risolvere, come quelle fra la visione della realtà  dei professionisti (come i criteri estetici degli architetti) e le necessità quotidiane (avere acqua, strade, luce prima di un bel monumento o una bella piazza arredata) della gente comune.
Altri giudizi sono invece più critici: spesso chi viene cooptato nella partecipazione è già legato ai partiti e tende a riprodurre all'interno dell'organo partecipativo la stessa dinamica competitiva della sua organizzazione.
Complessivamente, tuttavia, si percepisce un senso di frustrazione: si vorrebbe sempre incidere di più sulla soluzione delle cose. Ma forse questo è intrinseco all'idea stessa  di partecipazione: più se ne gusta, più se ne gusterebbe! Ed è giusto, a nostro avviso, che sia così, la partecipazione deve essere vorace altrimenti contraddice la sua natura, proprio come la libertà. Rispetto alla democrazia, sempre da democratizzare, come dice Boaventura de Sousa Santos, siamo ancora nella fase della complementarietà fra forme rappresentative e partecipativa: la scommessa per il secolo XXI, in Brasile come in tutto il mondo, è di viverle in efficace armonia.

Chi ha, in modo particolare, aperto un percorso di riflessione sui risultati del ventennio democratico brasiliano – poco nella storia delle democrazie, ma già molto per capire cosa va e cosa non va – è stato il
Forum da Cidadânia di Santos (2002). Nel 2005 un Manifesto di professori della Unicamp (150 intellettuali) a sua volta aveva richiesto a gran voce la punizione dei corrotti e la difesa della democrazia.  Ancora nel novembre 2005 una rete di entità della società civile, ong, il Forum di Partecipazione Popolare e quello Nacional da Reforma Urbana elaborarono una piattaforma dei movimenti sociali per la riforma del sistema politico brasiliano. Dopo seguono discussioni per tutto il 2006 e 2007.
Fra le altre cose la Plataforma dos movimentos sociais dichiara, fra l'altro, "non desideriamo una inclusione in questo ordine sociale. Desideriamo cambiarlo".  In altre parole, si dice che il patrimonialismo e il patriarcato a esso associato, il clientelismo e il nepotismo che quasi sempre lo accompagna, la relazione fra il populismo e il personalismo, che elimina i principi etici e democratici della politica, le oligarchie attraversate dalla corruzione e sostenute da mille forme di esclusione sociale,  sono elementi strutturali dell'attuale sistema politico brasiliano.

Se non si incide su questa struttura, si torna a forme di potere politico che alimentano il fatalismo sociale,  con la fine della speranza di un futuro utopico possibile, in grado di mutare le condizioni di un presente indesiderato.  Se non c'è idea di futuro non ci sono elementi di trasformazione che già plasmino il presente.

Parlare di democrazia significa parlare del ruolo dei partiti, sia al governo che all'opposizione. Anzi, nelle democrazie latinoamericane è importante accompagnare proprio il ruolo di quelli all'opposizione. In Brasile, ma anche in Bolivia e in parte in Venezuela, l'opposizione governativa di destra è   spesso legata alle potenti reti televisive nazionali in grado di sollevare scandali e pilotare l'opinione pubblica di masse  ancora poco alfabetizzate, specie politicamente.  

Per esempio in Brasile il Psdb e il Pfl (ex Arena ai tempi della dittatura e oggi, ironicamente Partito Democratico!!!), con i mass media, hanno scelto di fare una campagna moralista promuovendo denunce contro la corruzione, il nepotismo e l'uso illegale di risorse pubbliche nel finanziamento delle campagne elettorali e la compra dei voti nel Congresso Nazionale. Associandosi ai partiti conservatori, i media brasiliani, hanno dunque impugnato la "questione etica",  quegli stessi che da ben più tempo del governo Lula (dove gli scandali sono anche emersi perché non vi è stata alcuna censura in merito!) avevano comprato voti nel Congresso per promuovere importanti privatizzazioni, alterare la  Costituzione e garantire la rielezione di Cardoso.

La politica si trasforma, in questo contesto,  in strumentale calcolo di potere e continuo negozio  che poco ha a che fare con i grandi temi di vita che attarversano una nazione. E i cittadini se ne allontano.  Accade una "depoliticizzazione della politica" e il venir meno di una delle principali forze trasformative della società.

La democrazia dipende dall'educazione dei cittadini. Domande come: la democrazia deve sostenere le nostre attuali forme di società? O creare spazi per trasformarle e in che modo? Quale è la società futura che desideriamo?  Dovrebbero far parte di ogni percorso di formazione educativa. Democrazia non è mera strategia di governabilità così come l'ha intesa il Consenso di Washingthon specie negli anni novanta, ma un bene prezioso che incide le coscienze. C'è un legame indissolubile fra democrazia, futuro ed educazione. Non sono semplici parole di un discorso retorico. Se si spezza il loro legame, le società involvono in logiche impazzite, specie in America latina, dove la conquista di ognuna di loro è avvenuta all'interno di un progetto di cambiamento che le Sinistre e i movimenti hanno sostenuto anche a prezzo della vita stessa.

 

7 marzo 2008