Ascoltare la violenza

Riflessioni dal Brasile che valgono ovunque…

Un’analisi sulla violenza minorile in Brasile che si apre ad un’analisi generale
Nonostante il Carnevale che trasporta gli spiriti in un’altra dimensione, la stampa brasiliana e anche i discorsi della gente comune sono stati atratti da un’altra notizia: il caso del ragazzino João, di sei anni, che a Rio de Janeiro che è stato trascinato orrendamente da un’auto rubata alla madre per sette chilometri. Uno dei due sequestratori era un minore che in quanto tale rischia solo tre anni di carcere in una istituzione rieducativa. L’orrore suscitato nel paese pone alcune domande e rimette in questioni analisi ormai sempre più frequenti sulla società brasiliana, apparentemente  "tranquilla", festosa, accogliente. Ma nel profondo, dura e scatenante una perenne rivendicazione di giustizia e forse anche di "rancore storico" verso gli antenati colonizzatori. E’ una questione che richiede analisi profonde e di cui si parla poco anche qui e che meriterebbe un’analisi pluridisciplinare, scomodando le scienze umane ad interpretarla. Limitandoci al "fatto" di queste settimane, simbolo di altre centinaia di fatti simili che colpiscono il Brasile, possiamo solo fare alcune osservazioni.
La prima è che quando un minore è coinvolto in un delitto o in un fatto di trasgressione anche grave si dice che è colpa della povertà, dell’ambiente degradato in cui vive, dei valori che fin da piccolo respira, dell’educazione al conflitto "contro" la società che la banda dei pari instilla e così via. Questa idea appartiene alla tradizione giuridica latina dell’educazione che pensa lo sviluppo umano più legato al contesto sociale, al contrario di quella anglosassone, specie in Inghilterra e negli  Stati Uniti. In questi due paesi – anche se ci sono molti dibattiti in corso –  bambini e adolescenti possono essere puniti per le loro infrazioni alla convivenza civile. La tradizione pedagogica latina, potremmo dire, tende a essere più comunitaria e meno individualista, più concentrata sui compiti, i diritti e i doveri del gruppo  sociale che sulla resposabilità del singolo. Sarebbe interessante leggere la storia pedagogica di queste tradizioni in relazione agli esiti giuridici della "Legge". La tradizione latina si basa ancora sul fatto che il processo educativo non è una virtù individuale, né una capacità che si acquisisce individualmente, ma una precisa responsabilità della collettività umana. Questa convinzione, o valore in profondo, fa dire per esempio, che il minore non è sede di responsabilità propria su ciò che fa, non gli si riconosce la maturità né la consapevolezza vera su ciò che agisce. E’ più agito di quanto possa agire. Ciò significa che non è in grado di compiere profondamente la gravità o meno dei suoi atti. Chi si assume allora la responsabilità di questi ultimi? Perché ci vuole qualcuno che "paghi", ci vuole un risarcimento per qualcosa che ha lacerato il tessuto sociale, ha increspato l’ "ordine" di una quotidianità che si desidera e si cerca di costruire il più regolare possibile. La soluzione sta nell’ascrivere ai genitori questa responsabilità. Sono loro che se l’assumono "per legge".
Nel caso dei minori è molto chiaro. Tuttavia, con il mutamento delle età e il prolungarsi dell’adolescenza, potremmo dire anche dell’immaturità giovanile ad anni che soltanto mezzo secolo fa già erano considerati età adulta (un venticinquenne di oggi equivale almeno a un quarantenne degli anni cinquanta, per la povertà che imponeva la ricerca di lavoro precoce, per lo sfruttamento infantile, per la guerra ecc.), tutto questo sta facendo riconsiderare la soglia minima richiesta per considerare punibile individualmente un ragazzo, perché l’età in ogni caso è una discrimante utile a capire le situazioni.
Continuare a pensare che è colpa della povertà che lo ha reso criminale non risolve il problema, né il suo personale, né quello, appunto della società. Lo sradicamento della povertà non si risolve in un giorno e neppure nei tempi di una vita individuale. E non è neppure, come dire, una lettura che vale per tutto. Infatti, le stesse favelas dell’America latina lo dimostrano.  Esse non sono solo ricettacoli di gente disonesta, criminale  elegata alla droga. I loro abitanti, come i borghi ricchi delle città europee si suddividono fra onesti e disonesti, fra chi lavora davvero per guadagnare e chi specula con traffici illeciti, fra chi ha valori di rispetto e tradizione famigliare che unisce e chi abusa dei figli e delle donne.
Che fare allora?
La tradizione latina suggerisce che gli adolescenti, ancora metà bambini e metà adulti, siano considerati responsabili degli atti che compiono, dei loro crimini, ma non imputabili, cioè non condannabili alle pene gravi che gli stessi atti compiuti richiederebbe e colpirebbero un adulto vero. Si riconosce loro di essere ancora in un processo di cambiamento, per questo meritano di essere accompagnati, scommettendo ancora sulla loro "redenzione". A questo punto le teorie pedagogiche e piscologiche potrebbero intervenire, sostenendo, per esempio, che gli atteggiamenti fondamentali verso la vita si forgiano nei primi anni, quindi dopo c’è poca speranza di indirizzarli diversamente. Insomma, la questione è dura a risolversi. Credo che sia tuttavia importante non solo rispetto a bambini e adolescenti, ma anche adulti, che la società sappia stabilire le barriere del lecito e dell’illecito ed essere coerente a quanto stabilito dal Patto di convivenza. E infine, credo che la società debba riconsiderarae profondamente il ruolo della scuola, dandole valore più di quanto finora sia stato fatto. Restituirle quella considerazione sociale fatta di tanti ingredienti: il rispetto verso ciò che si studia e chi accompagna il processo di studio (docenti e personale scolastico), il desiderio di rendere accoglienti gli spazi dove si passano molte ore al giorno (come le aule e i laboratori) perché gli oggetti che ci circondano non sono indifferenti alla qualità esistenziale, l’apertura alla società e ai suoi progetti (per esempio con il Consiglio Comunale dei ragazzi)… l’elenco potrebbe continuare, ma concludendo, ispirarsi a un solo legame: la partecipazione vera ed efficace e attiva fin dalle età più tenere.