Assalto alle terre dell’Amazzonia per produrre soja

Intervista a padre Edilberto Sena

Riportiamo la lunga intervista a Sena dopo le minacce di morte. Un dialogo sulla violenza fatta all’Amazzonia, i suoi abitanti, gli interessi dei produttori di soja, delle multinazionali…
Cosa sta succedendo oggi in Santarem?

Santarem per la sua collocazione geografica in mezzo alla foresta Amazzonica tra due fiumi, Rio Tapajos e Amazonas gode di una posizione privilegiata, con un porto per l’attracco di grandi imbarcazioni; per questo a partire dal 2001 la grande multinazionale americana Cargill1 ha costruito un porto per il trasporto di granaglie, in contrasto con le leggi brasiliane, leggi che esigono lo studio dell’impatto ambientale per costruire un’opera di quella capienza, un porto che è costato 20 milioni di dollari, ultramoderno per il trasporto di cereali [vi attraccano navi grandi come petroliere, ndr].

Il Brasile è il secondo produttore mondiale di soja, subito dopo gli Stati Uniti d’America e seguito dall’Argentina; il Brasile stava già producendo soja in Rio Grande do Sul, Paranà, Gioias e Mato Grosso, poi con il salto del valore economico della soja a causa della mucca pazza, e della espansione della Cina l’agronegocio (affare agricolo, in brasiliano) si è espanso in Rondonia, nel Nord del Brasile, fino a Santarem. C’era già infatti l’opportunità di una strada non asfaltata, ma già aperta che legava Cuiabà [capitale del Mato Grosso, ndr] con Santarem e c’era la foresta amazzonica disponibile. A quel punto Santarem divenne un polo importante come corridoio di esportazione.

Siccome il governo Lula ha fatto un accordo insensato, di soddisfare tutti gli accordi stranieri che includevano in particolare il pagamento degli interessi del debito estero (che è altissimo), il governo ha permesso che l’affare agricolo della soja si espandesse anche in Amazzonia.

C’è stato uno scontro pure nel governo tra il ministero dell’Agricoltura e il ministero dell’Ambiente tenuto da una donna dell’Amazzonia, Marina Silva, ma non ha forza politica.

L’affare della soja entra nella regione di Santarem da Cuiabà attraverso una strada e con il porto costruito dalla multinazionale americana Cargill, che era uno stimolo per i coltivatori di soja, che noi chiamiamo sojeiros, ma che ha una somiglianza con la parola sujeiros, che significa sporchi; costoro dunque garantiti da queste vie di trasporto per la esportazione della soja, si sono diretti nella regione di Santarem; alcuni di loro in Rio Grande do Sul avevano venduto i loro appezzamenti di terra ad un prezzo alto, in quanto la terra in Rio grande do Sul e Paranà ha un altissimo valore economico, e sono arrivati in Amazzonia dove l’acquisto di terra era molto vantaggioso per loro.

A partire dal 2001 è cominciata la costruzione del porto e la coltivazione della soja; nel 2003 la Cargill ne inizia l’esportazione.

Icoltivatori di soja del sud del Brasile quando arrivarono nella regione di Santarem, in primo luogo cominciarono a comprare la terra dei piccoli coltivatori della regione, terra che garantiva l’alimentazione, sia a livello familiare che per il rifornimento delle città della regione. I piccoli proprietari di terra erano impreparati e senza esperienza tecnica a fronte di chi offriva loro 30.000 reais (13 mila euro) e hanno venduto. Poi il prezzo cominciò a salire e così avvenne che lo stesso appezzamento di terra di cento ettari venne a costare 60.000 reais. I piccoli proprietari vendettero il loro terreno e si trasferirono o più lontano nella foresta oppure rientrarono nelle città; hanno speso il loro denaro e adesso vivono nella miseria.

I coltivatori di soja all’inizio hanno comprato il terreno dei piccoli produttori , poi hanno smesso di comprare e hanno cominciato a fare grilagem, ovvero ad occupare le loro terre con l’inganno e occupando le terre pubbliche con la falsificazione dei documenti di proprietà. Inizia dunque o l’espulsione del piccolo oppure l’occupazione di una terra vergine. E parte la deforestazione della regione di Santarem.

Reazione del gruppo Radio Rural e della società civile di Santarem

Noi della società civile, pochi in verità, abbiamo cominciato a reagire contro questa situazione di distruzione della foresta; e siccome la coltivazione della soja esige una grande estensione di terra, i coltivatori cominciarono ad usare grandi mezzi di produzione e ottennero un grande finanziamento bancario dalle banche ufficiali, Banca dell’Amazzonia e Banca del Brasile e dalla stessa multinazionale americana.

Inoltre per garantire il guadagno dalla coltivazione di soja, bisognava fare in modo che la foresta fosse indebolita, svigorita. Per questo all’inizio distrussero 1000, 2000, 2500 ettari di terra e abbattendo gli alberi fino alle radici, castagni, piquijeiras, baquiabeiras, che per noi della regione sono di somma importanza, mentre per loro non avevano importanza alcuna. Ad essi interessava la terra nuda, pulita per piantare soja e utilizzare le loro macchine moderne per la raccolta; per questo essi hanno usato pesticidi, insetticidi, che poi quando sulla nostra terra piove in abbondanza , questi veleni vanno per gli igarapè (rete di piccoli affluenti, ndr) e per i fiumi avvelenando le nostre acque.

E come ha reagito la società civile?
Nei primi anni 2002, 2003, 2004 c’era solo un piccolo gruppo che stimolato dalla nostra riflessione incominciava a protestare per la distruzione della nostra cultura, della nostra alimentazione familiare, della nostra foresta e del nostro territorio.

All’inizio noi fummo considerati come degli “anti progresso”, gente che voleva che la nostra regione non si sviluppasse.

D’altra parte i coltivatori di soja ricevevano l’appoggio del poter pubblico comunale, statale e federale e da parte della oligarchia sociale di Santarem che si illudeva che la soja avrebbe comportato una circolazione maggiore di denaro nella regione.

Quindi la società civile aveva da una parte noi che criticavamo la presenza illegale della Cargill e la presenza illegale e distruttiva dei sojeiros, con l’ausilio della Radio Rural che è la Radio diocesana che era nelle nostre mani. Dall’altra parte gli altri mezzi di comunicazione difendevano i piantatori di soja con la motivazione che con la soja portava lo sviluppo in Santarem. Lo sviluppo nel loro modo di pensare era la crescita economica; e a quattro anni di distanza gli stessi economisti del luogo e gli imprenditori riconoscono che il prodotto interno lordo della regione è cresciuto del trenta quaranta per cento; ma il ricavato di questo PIL non appare nel miglioramento della città, del comune; il problema delle strade impraticabili permane, le periferie sono aumentate, il numero delle persone disoccupate è aumentato; e la ricchezza non è rimasta in città. Chi è si porta via il guadagno? Sono i coltivatori che portano il guadagno al Sud, e le banche che hanno rapporto con la coltivazione di soja e la Cargill che porta il denaro all’estero.

Pertanto noi oggi del movimento popolare siamo diventati più decisi nella denuncia, discutendo con i gruppi di educazione con volantini, libretti, organizzando movimenti di strada; negli anni 2004-2006 noi abbiamo portato duemila persone per la strada, e abbiamo denunciato la presenza illegale della Cargill e dei sojeiros; e così più persone della società civile hanno cominciato a riflettere ed ad appoggiare la nostra lotta.

Cambiamenti di clima piogge e siccità

L’altro processo: alla società, che si rende conto dei danni arrecati da questo nuovo boom della soja nella regione, noi abbiamo tentato di dimostrare che nei sei mesi che vanno da settembre del 2005 a aprile di quest’anno sono avvenuti due fenomeni strani, contraddittori: c’è stata una grande siccità in Amazzonia e adesso, nel periodo invernale, una pioggia anormale; ora perché la natura in questi sei mesi reagisce con una siccità tremenda accompagnata da una grande mortalità di pesce e dalla fame di persone che aspettavano la pioggia per la loro coltivazione e nei sei mesi successivi con una pioggia fenomenale che ha riempito e fatto straripare i fiumi; qual è la causa di tutto ciò?

Alcuni hanno cominciato a pensare che qualcosa di nuovo stava accadendo in natura. Per questo abbiamo lavorato in accordo con l’Istituto Nazionale Amazzonico che si chiama IMPA di Manaus e con Greenpeace, che ha mantenuto una collaborazione molto grande con la nostra lotta intesa a risvegliare la coscienza del popolo contro il male che l’affare agricolo sta facendo nella nostra regione, che sta violentando un ecosistema forestale con una desertificazione provocata dalla coltivazione di una monocultura di soja.

E così l’IMPA ha dimostrato, grazie al satellite, che dal 2003 al 2004 la deforestazione in tutta l’Amazzonia è arrivata a 28 mila chilometri quadrati e dal 2004 al 2005 la deforestazione è continuata con 26 mila chilometri quadrati in più. Dal 2005 al 2006 quando queste denunce sono state fatte a livello nazionale e internazionale, il governo brasiliano ha preso nuovi provvedimenti volti a salvare la foresta, la deforestazione si è abbassata a 16 mila chilometri quadrati.

Solo confrontando quanto è avvenuto in questi ultimi anni si può immaginare quale sia stato l’impatto negativo provocato sul territorio dell’Amazzonia; degrado provocato dallo sfruttamento della foresta per il legname, per l’allevamento di bestiame e da ultimo per la coltivazione della soja.

Per questo la nostra inquietudine e insieme il motivo del nostro confronto nella città di Santarem; noi abbiamo promosso seminari, abbiamo fatto pressione sul Pubblico Ministero Federale che è diventato un nostro secondo alleato e il Pubblico ministero federale ha processato la Cargill con un procedimento che riguardava l’attività svolta a partire dal 2001, anno di inizio della costruzione del suo porto e nel 2005 ha condannato la Cargill obbligandola a realizzare uno studio di impatto ambientale in relazione ai danni provocati dalla medesima in quella regione.

Greenpeace è passata a divulgare a livello internazionale la situazione grave di Santarem; per questo il movimento internazionale ed il movimento locale hanno provocato le preoccupazioni della Multinazionale Cargill nel Minnesota, nella sua sede in Olanda e ha provocato preoccupazione anche nel governo brasiliano e nei piantatori di soja.

La reazione dei sojeiros coltivatori di soja

Intanto il fatto che la Cargill sia stata obbligata allo studio di impatto ambientale, che il dollaro sia caduto di valore in questi due anni da tre a due per uno rispetto al real (moneta brasiliana) ha comportato che i produttori di soja che avevano ottenuto grandi finanziamenti dalle banche e dalla Cargill d’improvviso si sono visti persi, abbandonati e non sanno come pagare i debiti contratti con le banche. Inoltre la Cina è provvista di soja in abbondanza in questo momento e la commissione è diminuita.

Essi hanno reagito in due modi: a livello locale hanno cercato di attribuire a noi e al movimento popolare la causa dei problemi nella regione; a livello nazionale hanno fatto pressione sul governo Lula per procrastinare il pagamento dei loro debiti e a finanziare i debiti contratti con le banche e con la multinazionale; di fatto negli ultimi trenta giorni il governo Lula, pensando pure alle elezioni di ottobre, ha stanziato, tramite il tesoro nazionale, 50 miliardi di reais che sono circa 25 miliardi di dollari per garantire i coltivatori la raccolta di soja, di granoturco e cotone nel Mato Grosso e a Santarem per la soja.

La loro prima preoccupazione era padre Edilberto e padre José Boing i quali usando la Radio Rural e l’organizzazione popolare risvegliavano la coscienza popolare disinformata, passando un’informazione diversa; siccome poi questi sojeiros sono persone che vengono da Rio Grande do Sul, sono semianalfabeti, piccoli agricoltori, arrivati a Santarem con le sovvenzioni del governo e delle banche, si sono presentati con arroganza e disprezzando la nostra popolazione, ci hanno definito pigri, stupidi, che non sappiamo approfittare della ricchezza della nostra terra; tutto questo è servito a noi per dimostrare alla nostra popolazione che, oltre il fatto di distruggere la natura, essi diffamavano la nostra cultura e il nostro modo di vivere nella regione; in questo modo noi abbiamo aggiunto simpatizzanti alla nostra lotta tant’è vero che il 21 di maggio, insieme con Greepeace, siamo riusciti a portare in strada circa mille persone per una marcia di protesta contro la multinazionale Cargill e contro al distruzione della foresta.

Intanto i coltivatori di soja si erano organizzati per distruggere il nostro movimento; e quando noi ci siamo riuniti il primo di maggio in piazza essi hanno tentato di creare disordini; per questo noi abbiamo richiesto l’intervento della polizia e la polizia ha mantenuto la sicurezza del movimento sceso in piazza con 1300 persone; quando invece il 21 di maggio abbiamo portato mille persone in piazza con 120 poliziotti per garantire la nostra sicurezza, i sojeiros cominciarono ad aggredire Greenpeace che era là presente; Greenpeace aveva portato la sua nave per fare una contestazione più esplicita da comunicare la mondo, e aveva tentato di occupare il porto della Cargill. A quel punto la polizia aveva arrestato i militanti di Greenpeace ma la nostra protesta aveva raggiunto lo scopo: la notizia era partita a livello internazionale.

In questo contesto è avvenuta riunione tra i coltivatori di soja, che sono circa 130, per chiudere la bocca ai sacerdoti e al movimento.

Per questo prima si riunirono con gli impresari di Santarem che sono organizzati in una associazione chiamata Associazione di Imprenditori e Commercianti di Santarem ; poi con un’altra associazione chiamata Associazione dei Falegnami di Santarem ASSIMAS; in un primo momento hanno tentato di fare pressione sulla Chiesa di Santarem e sono andati dal vescovo per dirgli che la radio Rural diretta dal sottoscritto irradiava un programma provocatorio con padre José Boing che diffamava i coltivatori di soja e turbavano la società civile. Il vescovo inizialmente è rimasto neutrale perché era disinformato; poi però fu allarmato dalla posizione della aristocrazia economica, solidale con i sojeiros, che potesse pregiudicare la radio della Chiesa. A quel punto il Vescovo tentò di far pressione su di me perché cedessi il ruolo di coordinatore; ci fu una discussione all’interno della Chiesa; io ho cercato di mostrare la Vescovo ed ai suoi coordinatori che la cosa era più profonda della preoccupazione di una persona .

Scontro dei Sojeiros con Radio Rural e Greenpeace

In questo periodo si intensificò la crisi economica dei coltivatori di soja, e si formò un fronte di scontro dei coltivatori contro Greenpeace nella città di Santarem con lo slogan: fuori Greenpeace, l’Amazzonia è dei Brasiliani! Al che noi abbiamo risposto contraddicendo: “Quali Brasiliani? Forse che è la Cargill, che ha sede nel Minnesota Stati Uniti d’America o forse l’AUCOA che è una multinazionale di minerali che ha sede nell’America del nord o la compagnia mineraria Rio do Norte che sfrutta i giacimenti di bauxite, costituita da Giapponesi, Canadesi e Americani del Nord, son forse questi i brasiliani? “

La cosa andò sempre più riscaldandosi fino a che alcuni giovani dissero che era necessario far fuori padre José e padre Edilberto per portare pace in Santarem; su Internet uscì che i padri erano minacciati di morte e la cosa provocò una reazione di solidarietà della chiesa locale; i due vescovi e i loro coordinatori presero il coraggio di scrivere una lettera esplicita dicendo che la Chiesa cattolica in Santarem era contro la distruzione della foresta, contro la monocultura di soja ed era a favore della uultura familiare; in questo la Chiesa appoggiava i due sacerdoti.

I coltivatori di soja sono rimasti con l’appoggio del comune e dell’aristocrazia economica. Noi abbiamo difeso con coraggio il nostro punto di vista e questo ha spinto la società a schierarsi a poco a poco dalla nostra parte; e nonostante che la notizia di Santarem fosse a livello nazionale c’è stata molta solidarietà, il governo brasiliano ha creato un programma di protezione per i difensori dei diritti umani ed ha imposto al governo del Parà di approntare un programma di sicurezza che proteggesse oltre ai due sacerdoti di Santarem anche il vescovo di Altamira e un padre Domenicano in Araguaia, pure lui difensore dei piccoli proprietari minacciati di morte.

L’isolamento dei coltivatori di soja

In questa crisi economica Greenpeace ha organizzato una riunione tra i padroni della Cargill, gli acquirenti della soja in Europa, in particolare Mc Donald’s (che sono grandi compratori di carne di soja della Cargill per fare gli amburger) e questi acquirenti, pressati anche dalla popolazione europea, che ha una più alta coscienza per la difesa dell’ambiente, chiedono che si arrivi ad un accordo: una moratoria nella’acquisto di soja nella regione di Santarem.

Di tutta la produzione di soja della Cargill (due milioni di tonnellate di soja dal 2003 al 2006) solo il 5% proviene da Santarem. Ed è una piccola quantità comparata con quella del Mato Grosso e dunque il 95% del trasporto del porto della Cargill viene dal Mato Grosso. Ora, dietro la pressione internazionale che sta denigrando il nome della Cargill, che però vuole mantenere il suo livello di produzione per garantire il mercato europeo, probabilmente questa accetterà un accordo; ora, se la Cargill smetterà di acquistare soja da Santarem fino a quando tutti i produttori di Santarem saranno in regola con la legge brasiliana, certamente i 130 sojeiros di Santarem entreranno in una crisi definitiva, perché essi hanno disobbedito alla legge brasiliana che protegge la foresta e in particolare la proprietà pubblica che essi occupano e dunque non hanno la possibilità di mettersi in regola a meno che non si faccia un trucco, una mascalzonata da parte degli organi pubblici per legalizzare ciò che è illegale.

Minacce e solidarietà verso padre Edilberto

La minaccia di morte all’inizio mi ha preoccupato, ma poi mi ha rallegrato la solidarietà che ha smosso tante persone in Santarem, in Brasile, in Italia, in Olanda e in Germania; io mi rallegro nel vedere che nella società santarena questo impatto ha evidenziato una crisi reale che era soffocata e che era considerato soltanto una lite tra due gruppi: il gruppetto di Greenpeace e il gruppo dei coltivatori di soja; e dunque si è chiarita nella coscienza della società civile che la cosa non riguarda solo Greenpeace e i coltivatori di soja, ma che la cosa era dannosa per la popolazione della regione e per il mondo, perché distruggendo la foresta amazzonica si mette in crisi l’ecosistema del mondo.

Quale sarà la conclusione di tutto ciò? Non lo so! Non posso dire che noi siamo sollevati ormai da un pericolo perché i coltivatori esasperati sono capaci di cercare una vendetta nei confronti di chi è più vicino; e siccome non possono uccidere il Presidente Lula e neppure Greenpeace possono uccidere uno dei capi locali.

La foresta Amazzonica è minacciata dal processo di accumulazione capitalista e dal bisogno del primo mondo di risorse agricole. Faccio un esempio: un solo coltivatore, denunciato da radio Rural e da Greenpeace, il suo nome è Donizzetti, arriva a occupare 1500 ettari di foresta e a distruggere ben cinquecento alberi di castagno, alberi secolari (per questo è stato multato dall’IBAMA, ente pubblico di difesa della foresta), che per lui non rappresentano un bene, ma solo un inciampo alla sua produzione; e la foresta secondo lui va usata per produrre ciò che il mercato richiede e sono stupidi (l’ha detto in televisione) gli abitanti di Santarem che non vogliono liberalizzare la produzione di soja.

Crescita economica e sviluppo umano; la politica.

Il sindaco della città di Santarem (che è del PT, partito dei lavoratori) non ha alcuna nozione di politica e prende una posizione di difesa della multinazionale Cargill e si rifiuta di andare contro tale società perché per lei la soja comporta per la regione e per la città uno sviluppo, ed è l’ignoranza di una donna che confonde la parola crescita economica con lo sviluppo umano. Per esempio il nostro stato del Parà è considerato il quarto stato (dei 26 brasiliani) esportatore di prodotti primari, che sono il legno, i minerali e la soja. Ma nell’indice di sviluppo umano studiato da parte dell’ONU e pubblicato in Brasile il Parà è posto al ventesimo gradino nell’indice brasiliano di sviluppo; questo significa che la crescita economica è alta, ma non sono distribuiti i frutti tra la popolazione; la città di Santarem è una città in degrado, con strada rotte, l’ospedale che non offre il servizio adeguato ai malati, la scuola che non funziona.

Il governo Lula per l’Amazzonia è stato un disastro. Il governo Lula è sottoposto al Fondo Monetario Internazionale, agli imprenditori internazionali e a quelli del Sud: insomma alle regole di Mercato. E la promessa di un nuovo modo di governare è stata una bugia. Purtroppo nelle prossime elezioni di ottobre le alternative sono poche. Votare Alkmin significa votare Henrique Cardoso e votare Lula significa ottenere qualche miglioria, ma la struttura economica portante e la situazione brasiliana segue lo stesso tracciato del presidente Henrique Cardoso. Il governo Lula ha il progetto di costruire dieci centrali idroelettriche, dentro l’Amazzonia. Fino ad ora non hanno cominciato a costruire la centrale di Belomonte nel Xingù vicina a Santarem perché il pubblico ministero federale si è opposto in modo fermo per la difesa del patrimonio nazionale, dimostrando che costruire la centrale di Belomonte colpisce le nazioni indigene e le popolazioni locali e non porta sviluppo per la regione.

Ma perché il governo vuole costruire dieci grandi centrali idroelettriche? Vuole costruire in Rondonia (tre centrali) e nello Xingù quattro; perché dunque? Due sono i motivi; nel caso di Belomonte la multinazionale ALCOA2 che sfrutta la Bauxite nel municipio vicino a Santarem ha bisogno di energia elettrica; in secondo luogo il governo dice anche che nel 2012 verrà a mancare l’energia elettrica in Brasile; ma quale Brasile? Nel Brasile del sud, per le industrie del Sud Brasile naturalmente che sfrutta le risorse del Nord senza poi restituire agli abitanti dell’Amazzonia nessun beneficio. Si dice poi che siamo un solo paese, una sola nazione, ma poi l’interesse, il beneficio va solo ad una parte della nazione. In questo noi siamo una colonia sfruttata dal Sud del paese. I nostri paesi non hanno strade non hanno ospedali funzionanti non hanno scuole. Per questo la popolazione che ha un minimo di coscienza del problema si aggrega con quanti vogliono affrontare in modo giusto la questione.

Le Organizzazioni Non Governative: loro compito e funzione

Ci sono vari titpi di ONG. Per esempio Greenpeace è una ONG che ha finalità simili alle nostre: la difesa della natura per il bene della umanità e dunque per noi va bene. Greenpeace viene da noi con una forza molto grande tra i mezzi di comunicazione; l’alleannza con loro per noi è positiva.

Ci sono invece altre organizzazioni, ad esempio la CI (Conservation Internacional) che è un’organizzazione bandita, imbrogliona, che compra la foresta con il disegno di conservare la foresta, ma poi fa il gioco delle multinazionali. Dopo aver ricevuto la donazione di un milione di dollari dalla Cargill, quest’anno è arrivata in Santarem per legalizzare ciò che è illegale e sono i piantatori di soja a servizio della Cargill.

Cosa dovrebbero fare le organizzazioni straniere a difesa dell’Amazzonia?

Ci sono organizzazioni del Nord America, che hanno interesse umanitario, generoso, solidale e altri che hanno interesse a mantenere l’equilibrio ecologico del mondo. Anche in Europa ci sono istituzioni della Chiesa cattolica e di altre Chiese e anche di istituzioni di governo umanitarie. Secondo me, dovrebbero fare due cose di base: in primo luogo studiare le questioni mondiali dell’equilibrio dell’ecosistema e la disuguaglianza sociale dei popoli e tentare di influire sui propri paesi nelle leggi, nei trattati, per esempio il trattato di Kyoto. E la Comunità Europea dovrebbe discutere, influire attraverso i propri politici, affinché l’Organizzazione Mondiale di Commercio abbia una funzione di giustizia sociale e non di difesa degli interessi del più forte.

In questa momento, l’Europa, specialmente la Francia, non accetta di diminuire i sussidi ai suoi agricoltori, pregiudicando il commercio dei prodotti dell’America Latina e dell’Africa che potrebbero competere con prezzi più economici sul mercato. In questo modo i paesi d’Europa usufruiscono dei beni del Terzo Mondo portando via da qui le materie prime; a fronte di questa disuguaglianza, le organizzazioni come Macondo e altre che possono fare? Discutere di questi problemi e fare pressione sui propri governi.

In secondo luogo dare un aiuto economico alle organizzazioni di America e Africa che lottano per i diritti umani, diritto alla terra, diritto alla vita, ecc… naturalmente con il diritto di controllare l’uso delle risorse che vengono offerte.

Ci sono due modi di intervento delle associazioni. Io credo che non sia una cosa buona in questo momento che i volontari d’Europa vengano qui a lavorare; forse può andare bene per l’Africa che è ancora una società più destrutturata. Noi qui abbiamo una forza sufficiente di volontà, di motivazione ideale, organizzativa, di dedizione e quel che manca molto spesso a noi sono le risorse (recursos) economiche.

Ed ora due parole sulla Teologia della Liberazione

La chiesa cattolica in America Latina dopo il Concilio Vaticano Secondo tramite persone, uomini straordinari come Helder Camara e altri ha dato un impulso alla chiesa in America Latina. tramite le comunità ecclesiali di base, che andarono espandendosi e generarono dei pensatori che crearono la Teologia della Liberazione, che era una forma di pensar Dio a partire dalla realtà in cui viviamo. E siccome la realtà sociale ed economica in America Latina è una realtà scandalosa di disuguaglianza sociale, perché una minoranza ricca diviene sempre più ricca e la maggioranza povera diviene sempre più povera, fu a partire da questa riflessione che nacque la Teologia della Liberazione. Che significa chiedere a Dio che cosa fare per fare la Sua volontà in quella situazione.

Attraverso tale riflessione si è invertito il pensiero su Dio e così invece di partire dall’alto dando comando per il basso, si passò a pensare se la realtà in cui viviamo vada contro il piano di Dio o se va a favore e dunque che cosa dobbiamo fare nel piano di Dio per mutare questa realtà. Di qui la Teologia della Liberazione spinge i cristiani e le donne cristiane ad una riflessione sulla realtà sociale politica e economica; e questo divenne un pericolo per il sistema neoliberale, in cui i ricchi dominano i poveri e li mantiene sottomessi. La teologia della liberazione provocò una ribellione salutare delle base sociale che soffriva; e allora il sistema che si sentiva minacciato ha contrapposto una nuova strategia; il papa e il Vaticano misero a tacere i vescovi dell’ America Latina che avevano una coscienza liberatrice e passarono la nomina ai vescovi conservatori in particolare in Brasile.

Allo stesso tempo il governo Nordamericano ha finanziato l’entrata di Chiese evangeliche fondamentaliste, che vennero a portare una dottrina alienante nel popolo e con una illusoria offerta di salvezza. E ci fu una diminuzione della pratica delle comunità di base e anche della Teologia della Liberazione. Noi oggi siamo in pochi sacerdoti e vescovi che ci sentiamo ispirati da questa teologia ed è questa che ci sostiene e che ci dà vigore e che non ci fa desistere dalla lotta a fronte della disuguaglianza sociale e politica. E vediamo che nonostante il clima di conservazione nella chiesa, in America Latina sta succedendo un cambiamento; in Venezuela, in Perù, in Argentina, in Bolivia e così pure in Brasile le comunità di base che pure diminuirono, sono rimaste comunque vive. E così noi abbiamo oggi movimenti forti, come i Movimenti Sem Terra MST, i movimenti indigeni, che fanno sì che anche noi in Santarem creiamo un movimento di resistenza alla distruzione della foresta, una resistenza di fede nella nostra vita.

Ancora una parola sulla cultura amazzonica.

L’indio amazzonico, vivendo ai tropici in quella abbondanza di terra che Dio gli ha dato: molta acqua molto pesce molta foresta e molta selvaggina, aveva una cultura della festa e così l’indio lavorava per fare festa e il lavoro per lui aveva senso solo in preparazione della festa; piantavano manioca, patate per raccogliere la farina e per preparare una bevanda particolare alcolica per fare festa. Nei giorni che precedevano la festa essi uccidevano la selvaggina sufficiente per fare un grande arrosto che durava giorni e giorni bevendo mangiando cantando danzando e facendo il bagno nel fiume.

Quando arrivarono i missionari cattolici dal Portogallo, tentarono di spegnere le feste che consideravano pagane e cercarono di formare delle feste religiose di pietà. E gli storici raccontano che gli indios in quei tempi soffrirono pure la fame perché siccome non si poteva più fare festa, perché era proibito, essi non lavoravano e naturalmente non c’erano più prodotti per mangiare. Fu un periodo critico.

Passarono i secoli entrò il capitalismo nell’Amazzonia e gli indios furono dispersi per tutta la regione, ma la loro eredità è rimasta tra di noi caboclos, nativi dell’Amazzonia. Ed è per questo che nella nostra regione il popolo ama molto la festa e gli piace bere e fare figli. Ed è per questo che il nativo non ama il capitalismo, anche se il capitalismo riesce ad infiltrarsi tra di noi con gli oggetti del consumo. L’indio vuole i benefici del capitalismo, ma essi non sono abituati a produrre per diventare capitalisti. Il caboclo va a pesca, a caccia, mangia, beve, danza e ride. Vive in una casupola semplice, e per chi viene da fuori quella casupola è una tana per animali ma per lui che vive in sintonia con il clima e con la natura del posto va bene. Questa è l’eredità che noi manteniamo.

Da qui il pericolo da parte del capitalismo, che può coinvolgere il nativo in una crisi molto grande, perché egli non ha lo spirito di produrre, ma tiene già da ora, è cresciuto già da adesso, nella necessità di avere la radio, la bici, la tele, le cose insomma che il consumismo offre. Ma egli non ha il capitale sufficiente per queste cose. Da qui il fenomeno curioso della dipendenza del caboclo da chi viene da fuori, prima il missionario, ora da chi gli può offrire le cose che egli desidera.

Per questo noi tentiamo di cambiare questa mentalità di dipendenza politica, sociale e religiosa, ma è un processo lento che richiede molto tempo. Pensare che sia facile un processo di democrazia in Brasile ed in Amazzonia in particolare significa non conoscere o non tener conto di questa dipendenza che la popolazione ha nei confronti di chi possiede il potere politico, sociale o religioso che sia.

Rio de Janeiro Luglio 2006

1La Cargill, tra i leader mondiali per l’acquisto, la produzione, lavorazione e vendita di prodotti agricoli, ha costruito il porto a Santarem a causa della encefalopatia spongiforme bovina che si sviluppò in Europa (che portò ad un cambiamento della produzione alimentare) e dalla crescita della Cina, due fenomeni che aumentarono la richiesta di soja. La soja è utilizzata per allevare bestiame, produrre cosmetici, margarine, gelati, biscotti…

2ALCOA leader mondiale nella produzione e lavorazione dell’alluminio.