Assetati di misericordia

Avere a cuore la sorte del misero

Raccontava Angelo Majo, nella sua Storia della Chiesa ambrosiana (Vol. II, pag. 190), che, il giorno in cui la salma di San Carlo Borromeo transitava per le strade affollate di Milano, dalla piazza del “Verzée” un unico grido si fosse levato dalla gente più semplice e umile, spesso povera, affamata e macilenta, consistente in una sola secca parola: «Misericordia!».
Anche se questa notizia appartenesse alla categoria delle leggende popolari o delle epopee, il suo significato non muta, ma si esprime da sé, rivela la forza di un messaggio che attraversa i tempi e le vicende umane e dichiara l’anelito al bene e alla giustizia dei deboli e dei poveri. Avere a cuore la sorte del misero è un atto di responsabilità tanto atteso quanto desiderato proprio dallo stesso misero, che si aspetta qualsiasi cosa possa liberarlo: un pezzo di pane, una carezza, una cura, uno sguardo, una presenza discreta, un respiro appena avvertito.
La misericordia è rappresentata oggi da questo desiderio così inesprimibile, ma anche così presente. Risiede nello sguardo riservato e silenzioso di molti che chiedono tacendo e che rivelano con pudore il loro bisogno di dignità. Tuttavia è anche la mancanza del nostro tempo, come l’acqua nel deserto, che non arriva mai o, se arriva, evapora subito.
La misericordia è come il coraggio di don Abbondio: uno non se la può dare. Si ha in forme e in termini direttamente proporzionali alla grandezza della propria interiorità, alla profondità della propria sensibilità e alla trasparenza della propria intelligenza. È atto individuale e collettivo. Diversamente diventa soltanto un alibi verbale e un concetto vuoto e inutile, buono da comperare a basso prezzo e da vendere a prezzo più alto, così da fare affari.

L’Impero

Il neoliberismo è l’atto cinico e deliberato di negazione della misericordia. Assumo la responsabilità di dichiararlo perché si tratta di un’evidenza solare e inconfutabile. Ormai si sa benissimo che l’uomo contemporaneo sta per essere bruciato da questo sistema di morte e il nostro compito semplicissimo ed elementare è solo quello di dimostrare che siamo davanti a un sistema di morte lenta e inesorabile. L’irreversibilità di questo processo può essere contrastata soltanto a partire dalla presa di coscienza dell’ingiustizia clamorosa del tempo presente, perché di clamore si tratta, di un clamore alto e furioso, di un clamore che, come articolavano la Lettera Enciclica “Populorum progressio” di Paolo VI del 1967 e la Dichiarazione dei vescovi latino-americani di Medellin del 1968, interpella i popoli dell’opulenza. Si tratta di un clamore che periodicamente prende vie e scorciatoie pericolose, come, a titolo di esempio, anche quella del fondamentalismo religioso, ma che si erge e si eleva in tutta la sua dimensione reale, che è imponente.
Il neoliberismo è l’atto cinico e deliberato di negazione della misericordia. Lo ripeto con determinazione non tanto per convincermi ancora di più, ma per sottolinearne le conseguenze tragiche e dolorose nel tempo presente. L’immensità dei problemi della fame, della miseria, dell’ingiustizia sociale, della povertà endemica, delle patologie più devastanti e delle violenze conseguenti sono il vero volto di questo sistema. Il mio amico Edilberto Sena, che lavora nel cuore dell’Amazzonia brasiliana, lo chiama “l’Impero” e in fin dei conti dice involontariamente una cosa che rivela con chiarezza la sua natura dominatrice. L’Impero, a partire dalla sua radice linguistica, ha bisogno di dominare, di sfruttare, di comandare, di determinare, di conquistare e infine di zittire chi parla e reagisce. Ecco perché non può fare a meno di guerre e di conflitti. In fondo si abbevera alla fonte insanguinata delle battaglie, ne trae benefici e vantaggi, ne desume le ragioni per la propria sopravvivenza, dice a se stesso che la sua natura prevaricatrice è proprio questa e non un’altra. Il vero capitalista è un Robin Hood al rovescio, che ruba ai poveri per dare ai ricchi.
Il neoliberismo è l’atto cinico e deliberato di negazione della misericordia. Per la terza volta il concetto afferma con veemenza l’ostacolo più grande al mondo che desideriamo e che noi cristiani abbiamo fatto coincidere con il concetto del “Regno di Dio”. La Chiesa stanca, asfittica ed esausta di Giovanni Paolo II è l’esempio più chiaro della sconfitta di un pontificato ambiguo e fuorviante, fatto di immagini forti e interessanti, ma di una realtà debole e tristemente sottomessa proprio agli stessi poteri forti.
La Chiesa di Giovanni Paolo II ha vissuto per un venticinquennio il contrasto ingannevole di un Papa che dichiarava a voce altissima una condanna al sistema neoliberista senza proporre né trovare poi un’adeguata prassi ecclesiale di liberazione. In fin dei conti da un quarto di secolo noi cristiani, avendo conservato un profilo critico almeno minimale, siamo disorientati e scossi da una continua duplicità di messaggi: si condanna nelle dichiarazioni e nei documenti ciò che si fiancheggia colpevolmente nell’azione quotidiana. Ne è un esempio limpido e trasparente il ruolo eversivo contro lo spirito evangelico di istituzioni ecclesiali oggi riconosciute ufficialmente e pressoché onnipotenti: l’Opus Dei, i Legionari di Cristo e, in sede nazionale, Comunione e Liberazione. Onnipotenti di un’onnipotenza politica ed economica, oltre che istituzionale, ma del tutto privi di un carisma evangelico di servizio, di carità, di giustizia e perfino di amore. Onnipotenti di una forza funzionale a se stessi e alle proprie mire di mero potere. Portatori di un modello di società con la presunzione di definirsi “cristiana”, senza il coraggio e la determinazione di proporre un’immagine proprio “misericordiosa” di persona e senza il minimo interesse per la “giustizia del Regno di Dio”.

Atei con la croce

Quest’ultima definizione assume una connotazione pericolosa e altrettanto eversiva, se non viene accompagnata da una lettura ragionevolmente segnata dalla fedeltà alla logica evangelica. Ecco perché noi dobbiamo recuperare una dimensione autenticamente trascendentale dell’azione storica.
Io sono convinto che oggi ogni azione di condivisione della condizione umana più reietta sia né più né meno che un risposta teologica dell’uomo al Dio cristiano. Tuttavia ogni risposta teologica suppone che ci sia innanzitutto una riflessione teologica congrua e ogni riflessione teologica suppone l’apertura alla novità del tempo presente e all’ascolto delle “voci profonde del mondo”. Cosa che la Chiesa di Giovanni Paolo II ha fatto molto poco o addirittura non ha mai fatto.
Al di là del blocco effettivo di ogni innovazione nel pensiero teologico contemporaneo, preoccupa soprattutto la durezza e la supponenza nell’affermazione indiscutibile di molte verità sull’uomo e sul mondo indipendentemente dalle domande e indispone poi la fermezza ottusa e quasi sospetta di portare spesso sul piano dottrinale semplici questioni disciplinari. Perché? E poi ancora, quali sono veramente oggi le priorità del Regno di Dio?

La priorità del Regno di Dio

Su quest’ultima domanda questa Chiesa si riscopre fragilissima perché sovente non sa rispondere. Io incoscientemente e candidamente tento una risposta e la do adesso.
La priorità del Regno di Dio oggi consiste nella “scelta preferenziale per i poveri”. Si tratta non di un’operazione strategica su un livello di politica religiosa, ma di una responsabilità spirituale e, in fin dei conti, di una nuova “scelta religiosa e profetica”. Il radicamento nell’esperienza profetica implica la sottomissione istituzionale della Chiesa alla Rivelazione cristiana e all’annuncio evangelico, oltre che alla definizione di una centralità decisiva di Gesù Cristo. È così difficile farlo? Evidentemente sì.
Evidentemente pare più facile e agevole fingere una riaffermazione autorevole e, qualche volta, autoritaria del proprio ruolo e delle proprie funzioni istituzionali. Oggi, a mio giudizio, tutto ciò non serve perché nessuno lo discute nella sostanza. Invece purtroppo sono anni che sentiamo e vediamo tentativi di affermazione solenne di un’autorità formale che la Chiesa ha invece perso de facto davanti alla prassi quotidiana dell’amore evangelico.
Davanti al mondo che muore, la Chiesa si ostina ad affermare soltanto il proprio diritto all’esistenza.
Ogni richiesta di condivisione del profilo dottrinale e della comunione ecclesiale può e deve essere garantita attraverso la realizzazione di una condizione imprescindibile: l’esigenza di stare lontano da chi non vuole la misericordia e la rivendicazione del diritto di cercare la tenerezza di Dio in un orizzonte spirituale che non privi nessuno della sua umanità e della sua dignità.
Un teologo catalano a me sconosciuto ha detto che in chiesa ci si toglie il cappello, ma nella Chiesa non ci si toglie la testa. Mi permetto di aggiungere che non si deve nemmeno censurare il cuore.
È giusto e necessario mantenere sempre rapporti istituzionali sinceri ed profondi con la Chiesa, soprattutto quando ci si riconosce figli a volte sofferti e contradditori, ma occorre intensificare la relazione con il mondo da ascoltare e da amare. Coscienti che in questa Chiesa oggi i maestri di misericordia non abbondano e tacciono, mentre nel mondo la sete di questa stessa misericordia cresce.