Aver cura della vita

L’educazione nella prova: la sofferenza, il congedo, il nuovo inizio

Ivo Lizzola insegna pedagogia sociale e pedagogia dei diritti umani all’Università di Bergamo. Autore di nume­rose pubblicazioni, tra cui Città laboratorio dei giovani (Roma 2002), Educare dai margini (Bergamo 2001), negli anni si è impegnato a sostegno di progetti sulle politiche giovanili e sull’educazione degli adulti.
Il suo ultimo libro, Aver cura della vita, pubblicato da Città Aperta Edizioni, una casa editrice sensibile ai temi pedagogico-educativi, relativi alla malattia e alla cura del corpo e dell’anima, affronta in maniera delicata e pregnante, con la consapevolezza del limite della paro­la, ma anche della possibilità di provarlo in ascolto o di farla risuonare in annuncio, gli approcci formativi nei momenti della vita come la sofferenza, la ma­lattia, il congedo dalle persone che amiamo e alle quali siamo legati da affetto e amicizia. La metafora dell’essere gufo notturno, che sa stare nell’ombra, accanto a quella dell’allodola – utilizzate dall’autore -, sta a significare la capacità di saper ascoltare, riscoprendo la fragilità propria e quella altrui, nei mo­menti dolorosi dell’esistenza, che la vita prima o poi riser­va a tutti noi; ma anche la capacità di rinascere a nuova vita, attraversando e superando prove difficili ed estreme, al limite della capacità di saper sopportare. Ed è proprio in questi momenti indicibili a noi stessi prima di tutto e poi agli altri, che occorre inventare nuove parole, le “parole per dirlo” per usare il concetto che Marie Cardinal, scrittrice franco-algerina, ci propose negli anni Settanta in un emozionante libro (Le parole per dirlo, Milano 1976), parole inedite, più appropriate, fa­cendo nostra la lezione di Adorno, ovvero saper dire e non spiegare, cercare e non comprendere né risolvere.
Aggiungerei che, in un certo senso, le riflessioni di Primo Levi sull’indicibilità della Shoah ci possono venire in aiu­to, quando egli ammoniva che, se non è possibile com­prendere, occorre conoscere, anche se la conoscenza è fonte di sofferenza e dolore, e può riaprire vecchie e nuo­ve ferite sanguinanti. È un’attitudine, questa, che coniuga la conoscenza con l’attenzione, come spiegava Simone Weil alle sue allieve del liceo di Le Puy in Francia. Il libro di Lizzola si snoda attraverso un percorso educa­tivo e formativo di vissuti che cercano parole appropriate e significanti per scavare in fondo all’anima, in gra­do di custodire, attraverso il racconto e i linguaggi che, in particolare nei giovani, si presentano frammentati e separati, il confronto con la morte che questa società, nella scuola come nella famiglia, vuole espungere, negandola o rimuovendola. L’attitudine ad ascoltare racconti di vita significa trasmettere un metodo biografico, riannodare un filo tante volte spezzato, capace di lega­re le generazioni, percorrere un sentiero per mettere “in movimento le rappresentazioni consolidate della realtà, degli spazi di vita, delle risorse”. Perché, come afferma Dinesen: “Ogni dolore può essere sopportato se lo si narra e se ne fa una storia”: Ovvero imparare a raccontare storie e saperle ascoltare da altri, come e luogo e spazio reale e simbolico di cura. Un ascolto che è an­che capacità di stare in silenzio, interazione, processo in cui si conduce la vita, un silenzio che non è obbligo, ma riflessione interiore per collocare vita e morte, i due estremi del nostro essere al mondo. Il ruolo degli educatori oggi, in particolare nel mondo della scuola, dovrebbe essere, secondo l’autore, quello di “creare campo” per le parti in conflitto esistenti den­tro di noi: concetto mutuato dalle riflessioni di Etty Hille­sum, giovane ebrea di Amsterdam che muore ad Au­schwitz a soli 27 anni, e che nel 1941 scrive: «Mi sento come un piccolo campo su cui combattono i problemi, o almeno alcuni problemi del nostro tempo. L’unica cosa che si può fare è offrirsi umilmente come campo di bat­taglia. Quei problemi devono pur trovare ospitalità da qualche parte, trovare un luogo in cui possano combat­tere o placarsi, e noi, poveri piccoli uomini, noi dobbia­mo aprir loro il nostro spazio interiore, senza sfuggire». Creare campo, essere campo di battaglia, campo aper­to, campo oscuro e interiore, campo di sofferenza e di preghiera, oltre tutte le appartenenze e le confessioni, come scelse di nominarsi la scrittrice Vittoria Guerrini, in arte Cristina Campo. A tal proposito George Gadamer sostiene che nell’edu­cazione di oggi occorre «ritrovare il senso del dolore e della sofferenza», in quanto manca la resistenza, quella resistenza necessaria per sviluppare la propria autodi­sciplina, e in sua assenza vincono la vulnerabilità e l’in­certezza, quando si scopre il proprio e l’altrui corpo mortale, «chiamato a nuova nascita, ma anche a lascia­re e prendere congedo». Pagine da leggere, quelle di Ivo Lizzola, in silenzio, po­co alla volta, ogni volta che ne sentiamo il bisogno, pa­gine che ci aiutano un po’ a osare percorsi nuovi, den­tro e fuori di noi, a tratteggiare un’attesa, che potrebbe essere, come afferma Maria Zambrano, nuova e ina­spettata rivelazione.

Ivo Lizzola
Aver cura della vita. L’educazione nella prova: la sofferenza, il congedo, il nuovo inizio
Città Aperta Edizioni, Troina, 2002, pp. 206, Euro 13,00.