Axum ­ Roma, 1937-2001

"Axum, m. 2130, ab. 10000 c., di cui 87 italiani, … fu capitale di un regno e culla di una civiltà che da tempi antichissimi … durarono fino al IX d. C.
e si estesero alle rive del Mar Rosso, da una parte, alla piana del Nilo dall’altra e a gran parte dell’Etiopia settentrionale. Essa è tuttora, con le superbe stele e con la pittoresca cattedrale ove si incoronavano gl’Imperatori d’Etiopia, la Città Santa degli Abissini copti, la «madre delle città».
Occupata il 14 ott. 1935­XIII dagl’Italiani, sede di Residenza, è ora importante centro indigeno, a SE del quale è sorta la piazza del Mercato e la città italiana… Diverrà indubbiam.
una delle principali mete turistiche dell’Impero". Così introduceva Axum la Guida dell’Africa Orientale Italiana della C.T.I. (Consociazione Turistica Italiana) edita a Milano nel 1938, XVI anno dell’era fascista. Tra le avvertenze sul contegno da tenere con gli indigeni, la Guida ricordava che "tutti coloro che sono venuti a contatto con gl’Italiani riconoscono la nostra superiorità e i vantaggi della nostra civiltà. Gl’Italiani, con il loro carattere umanissimo e con l’istintiva penetrazione psicologica, hanno già stabilito un equilibrio nei rapporti con gl’indigeni: non altezzosità e separazione assoluta, ma superiorità e comprensione". Ultima fondamentale osservazione: "sono noti i provvedimenti presi dal Governo fascista per la difesa della razza e per evitare la formazione di un deprecabile meticciato" (p. 20). Seguendo tali norme di comportamento, il viaggiatore poteva percorrere questa terra "di un interesse turistico straordinario" e ad Axum poteva tra l’altro sostare nel Campo delle Grandi Stele, dove ammirare, eretti o abbattuti, gli alti monumenti axumiti scolpiti in blocchi di granito, i più elaborati incisi in forma di casatorre a molti piani. Una nota avvertiva che "nello stesso cortile giaceva il secondo monolito, alto 24 m. e scolpito sulle 4 facce, che è stato portato con la sua ara a Roma nel 1937 e collocato il 28 ott. XVI sul piazzale di Porta Capena". Fu per festeggiare la ricorrenza dei quindici anni dallamarcia su Roma che la stele venne trasportata, ricomposta e innalzata nella capitale, di fronte al Circo Massimo. In quest’operazione si palesava l’intento del Duce di richiamarsi agli imperatori romani, che prelevarono giganteschi obelischi dall’Egitto per erigerli nella Città eterna: dopo quindici secoli Roma ritrovava un "fondatore" di imperi che, come i suoi lontani predecessori, arricchiva la città con i monumenti predati dalle terre dominate.
La conquista dell’Etiopia era iniziata, dopo un’accurata preparazione, nell’ottobre 1935. La superiorità numerica e degli armamenti, l’impiego dell’aviazione, l’uso spregiudicato di aggressivi chimici (iprite, fosgene) piegano la resistenza delle forze etiopiche, che tra febbraio e marzo del 1936 perdono le battaglie campali decisive. Il 5 maggio il maresciallo Badoglio occupa Addis Abeba: agli occhi dei nazionalisti italiani, la bruciante sconfitta di Adua è finalmente vendicata. Il 9 maggio viene proclamato l’impero. Il dominio italiano durerà peraltro pochi anni. A seguito dell’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania, gli inglesi penetrano in Etiopia dal Sudan e dal Kenya, costringendo alla resa le truppe italiane.
Il 5 maggio 1941 il negus Hailé Selassiè rientra nella capitale etiopica.
Il trattato di pace firmato dall’Italia nel 1947 prevedeva la restituzione di tutte le opere d’arte prelevate dall’Etiopia: in diverse e successive occasioni, tra cui l’accordo bilaterale del 1956, il governo italiano si è impegnato esplicitamente per il ritorno della stele ad Axum. Sono passati più di cinquant’anni e la stele è ancora a Roma.
Il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, durante la prima visita di un Capo di Stato italiano in Etiopia ed Eritrea (23­27 novembre 1997), oltre a riconoscere le colpe del nostro colonialismo e a compiere eloquenti gesti di riconciliazione, promette nuovamente la restituzione della stele. In effetti, negli anni successivi si compiono passi concreti per preparare anche tecnicamente il trasferimento del monumento. In un incontro al Ministero dei Lavori Pubblici tenuto il 21 maggio 2001, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali esprime parere favorevole al «progetto di disarticolazione e trasporto in Etiopia della Stele Archeologica di Axum, sita a Roma in Piazza Capena», «avendo riscontrato nella progettazione piena risposta ad ogni esigenza di tutela tecnica preventiva della stele» e «non essendo dimostrabile che ancora sussistano rischi tecnici prevedibili che non siano stati adeguatamente tenuti in considerazione». Parere favorevole viene dato in quell’occasione anche dal Comune di Roma e dal Provveditorato alle OO.PP. per il Lazio, mentre il Ministero degli Affari Esteri chiede una verifica con l’Etiopia sull’accettazione «dei rischi dovuti a eventi imponderabili e dell’esonero della parte italiana dalle responsabilità per le conseguenze che ne potrebbero derivare». Insomma, la decisione definitiva è rimandata, ma solo in attesa di quest’accettazione da parte etiopica. La regione Lazio, invitata al medesimo incontro, risulta assente. E forse non è un caso, visto l’orientamento politico della giunta regionale guidata da Francesco Storace.
È a questo punto che giunge l’intervento di Vittorio Sgarbi, sottosegretario ai Beni Culturali del nuovo governo Berlusconi, che pubblicamente si dichiara «contrarissimo» alla restituzione del monumento. Due le motivazioni addotte: la stele è ormai assolutamente integrata con l’urbanistica capitolina; lo smontaggio dell’opera può provocare la sua frammentazione e i rischi del trasferimento sono troppo elevati. Motivi storico­urbanistici e motivi tecnici impongono quindi, ad avviso del sottosegretario, la conservazione della stele a Roma.
I pareri positivi già espressi il 21 maggio dagli organismi competenti sono perciò accantonati.
Al posto del ritorno dell’opera ad Axum, Sgarbi propone una «restituzione virtuale», costituendo una minuscola zona extraterritoriale di cento metri quadrati attorno al monumento, che diventerebbe territorio etiope o amministrato dalla FAO. In aggiunta verrebbe finanziato dall’Italia il restauro del Parco archeologico di Axum. Intanto sembra sarà nominato un nuovo comitato internazionale per valutare, ancora una volta, i danni che potrebbe ricevere il monumento smontato e trasportato. Nuova commissione, altri anni di riunioni, riflessioni, polemiche: la stele, che era stata avvolta da un’impalcatura in vista dello smontaggio, è stata liberata e rimarrà realisticamente per parecchio tempo nella sua attuale posizione. Tutto torna in discussione e tra le righe di alcuni interventi si scorge la volontà di impedire la restituzione anche per non ripudiare il passato coloniale dell’Italia. Dopo le ultime elezioni, gli spazi politici per un’operazione di "riabilitazione" di quel passato sembrano proprio esserci.
La restituzione è un obbligo da assolvere il prima possibile: è un impegno internazionale assunto dall’Italia che non può essere eluso. Il "vuoto" che rimarrà nel luogo lasciato libero dalla stele axumita potrebbe essere colmato, per rincuorare Sgarbi a proposito dei suoi timori per gli strappi al tessuto urbanistico romano, con un’opera che ricordi come è stato imposto il colonialismo italiano in Etiopia (ma anche in Libia, Somalia…). Un monumento dedicato alle vittime dell’invasione (55­75 mila morti secondo fonti italiane, 275 mila secondo quelle etiopiche). Un monumento per i monaci di Debre Libanos, il principale monastero copto dell’Etiopia, massacrati in un numero che studi recenti quantificano tra 1200 e 1600 perché sospettati di avere ospitato i due attentatori che ferirono nel febbraio del 1937 il maresciallo Graziani. Restituire la stele di Axum può essere un’occasione per fare memoria di alcune tra le pagine più oscure della nostra storia nazionale, pagine purtroppo poco conosciute e spesso volutamente rimosse.