Bianca la rossa

Il messaggio di autobiografia spesso si concentra nell’esordio di chi scrive. Così è nel caso di Bianca Guidetti Serra, avvocato penalista dal 1947 al 2001, come è stampato sulla copertina. In realtà, ben di più: Bianca è stata presente nelle vicende di oltre mezzo secolo di vita politica e sociale italiana, quella stessa che lei ha inteso raccontare, in modo chiaro, essenziale e carico di passione allo stesso tempo.

L’esordio, dicevamo, della sua testimonianza è limpido: ” Da sola non avrei mai pensato a scrivere una mia autobiografia. Ho sempre preferito esprimermi dal punto di vista del “noi” anziché dell’ “io”, attenermi ai fatti piuttosto che alle impressioni e alla soggettività. Ed è ancora in quello spirito che ho cercato di riannodare i fili del mio passato… Le esperienze di ciascuno sono sempre un fatto di relazioni e di contesti, da cui nascono le scelte: è su questo intreccio che ho cercato di ripercorrere le vicende della mia vita, che attraversa quasi tutto un secolo di grandi conflitti e grandi trasformazioni”. Bianca ha rispettato il valore del “noi” anche nella stesura della sua autobiografia che ha affidato a Santina Mobiglia, la quale è diventata la sua filigrana, presente ma invisibile, offrendo un esempio di amicizia fra donne di diverse generazioni che costruisce memoria.

Bianca è una donna del Novecento che si apre alla politica nella Torino fra le due guerre, la madre sarta, il padre avvocato e una nonna famosa per la mitica carabina che impugnava per difendere la vendemmia nelle notti prima della raccolta. Il gruppo di riferimento è fatto dai nomi che sono diventati importanti nella Resistenza al nazifascismo, soprattutto Primo Levi, l’amicizia con il quale l’ha accompagnata fine alla tragica fine di lui. “Le leggi razziali furono la mia vera introduzione alla politica” (p.18), scrive Bianca, un antecedente storico che forma la sua coscienza in difesa degli umili e dei perseguitati, perché resterà sempre non solo a disposizione, nella sua professione, a difendere imputati in cause sociali “grandi”, specie legate alle fabbriche che aveva imparato a conoscere nel suo primo lavoro di “assistente sociale nei luoghi di lavoro”. La sua ricerca sui moventi delle azioni umane, non solo dei colpevoli che poi si troverà a difendere, ma in generale, nella comprensione dei comportamenti delle persone è sempre stata basata sulla convinzione di “fili che legano i destini individuali alla storia collettiva”(p.18).

Diventata comunista, lascerà il partito nel 1956 sull’onda dell’invasione di Ungheria da parte dell’Urss. Fu una separazione dolorosa, soprattutto per chi aveva creduto più nel “noi” che nell'”io”, ma necessaria. perché, scrive “avvertivo una chiusura che mi toglieva il piacere della verità, mi infastidiva la mancanza di democrazia interna, quel pronto uniformarsi alle direttive, quel far pesare le gerarchie che era un modo per affermare e mettere alla prova la disciplina”(p.78). A Bianca sembra mancare, “dopo”, nel partito, quel clima di parità e fiducia che essere “Compagna nella resistenza” le aveva dato. Forse anche per questo raccoglie le storie delle di quella vasta rete femminile che senz’armi ha fatto in ogni caso la resistenza: staffette e soprattutto quelle settantamila che hanno formato i “Gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti della libertà”, poi divenuta Udi (Unione donne italiane).

Si sofferma molto Bianca sulle donne di quegli anni di lotte, considerandoli l’humus sociale che ne ha prefigurato l’emancipazione del dopoguerra, con l’affermazione di molti diritti (voto, divorzio, aborto…): “in loro ho sempre visto quel tessuto profondo del cambiamento che si manifesta nei momenti in cui, con l’emergere di una sua componente subalterna, l’intera società compie un salto”(p.46). Questo filo di riconoscimento al valore delle donne Bianca lo alimenterà sempre, nel lavoro e nella politica. Lo si vede, per esempio, nella commozione con la quale incontra Argenide Rovoletto, madre di uno dei componenti della “strana banda Cavallero” che le chiede di difendere il figlio, negli anni sessanta aveva assaltato diciassette banche, rapinato a partire dalle casse della Fiat, e anche compiuto cinque omicidi. La banda, con Piero Cavallero, Sante Notarnicola e Adriano Rovoletto veniva dall’ambiente operaio milanese. Bianca certo non giustifica le loro azioni, come non giustificherà anni dopo l’azione delle Brigate Rosse, ma tenta di capire sempre perché si fa quel che si fa. Così capisce che “all’origine di questa sfida spavalda (della banda Cavallero) e provocatoria c’era una carica sovversiva, un’idea dell’azione esemplare che pretendeva di dare un senso politico alla loro rivolta privata e istintiva”(p.142).

I ragionamenti di Bianca ci aiutano a capire non solo quello che poi è successo dopo con il terrorismo, ma anche ad approfondire le nostre rabbie di ieri e di oggi verso quel periodo poco sviscerato politicamente che ci portiamo dietro nel nostro inconscio collettivo di vita italiana. Scrive la nostra autrice: “Mi intrigava e mi rimordeva, in quegli imputati dietro le sbarre, il richiamo al mito della Resistenza, distorto in termini di un’epica delle armi e tradotto in atti di banditismo contro la società”(p.143). Bianca non è mai indietreggiata di fronte ad alcuna provocazione sociale. Ben lo si riscontra nel caso delle Brigate Rosse al processo torinese delle quali, nel 1976, era stata chiamata come difensore d’ufficio, un ruolo rifiutato dai protagonisti che Bianca accetta con mille domande, le stesse che ancora oggi possiamo – dobbiamo – porci verso quella drammatica pagina di storia italiana, scritta dagli assassinii di Carlo Casalegno, Fulvio Croce, fino ad Aldo Moro, anni duri, dunque, e drammatici. Bianca afferma: “Mi sentito chiamata in causa dal mito della “lotta armata” di cui i terroristi si proclamavano eredi e nuovi attori, mimandone persino le sigle con cui firmavano i loro gesti funesti e soprattutto il modello della clandestinità organizzata e combattente. Forse molti di noi, nel trasmettere la memoria della Resistenza, ne avevano distorto il messaggio con l’eccessiva enfasi sui mezzi rispetto ai fini, alle ragioni e al contesto che avevano giustificato il ricorso alle armi, in una guerra in atto, non voluta o provocata. Forse non avevamo preso abbastanza le distanze dai miti rivoluzionari, entusiasmanti e abbaglianti, mentre la democrazia è faticosa, difficile, e talvolta deludente”(p.199).

La consapevolezza di Bianca sul valore della democrazia è netta, perché sorta da una guerra civile e da un’ambiguità politica fra violenza e non violenza che il terrorismo ha evidenziato. Altrettanto netta è la sua costanza nel denunciare sistemi che ne minacciano le radici, come nel caso delle “schedature Fiat” venute alla luce nel 1971. Leggere la cronaca del processo alla Fiat per aver schedato ben 354.077 persone in vent’anni forse ai giovani d’oggi può sembrare fantascienza, invece è stato vero: una fitta rete di informatori fuori e dentro la Fiat metteva a disposizione una vera e propria catalogazione di idee, comportamenti, spionaggio sugli addetti Fiat che si è comportata come un paese dentro il paese, un centro di potere dentro una città, Torino, sotto il suo pressoché totale controllo.

Bene ha fatto Bianca a ricordarci quel periodo e quella storia, del resto già narrata in un altro libro importante, Le schedature Fiat, pubblicato nel 1984 da Rosenberg & Sellier.

Rileggere la storia di Bianca (molto più ampia e internazionale di quanto abbiamo riferito in questa sede) è rileggere la storia italiana, dicevamo, di pressoché un secolo. Nelle sue parole comprendiamo come l’Italia non sia mai stata una democrazia compiuta sin dal suo esordio e di quanto sia importante continuare a considerarla non qualcosa di acquisito, bensì, si potrebbe dire, un movimento costante. Perché questo ci insegna Bianca: a non rinunciare alla verità, a resistere cavillosamente nell’ascoltare le ragioni delle e nelle storie di vita non per indurci a facili giustificazioni del loro operato ma per capire il contesto dove sono maturate le scelte, a volte rovinose, che le hanno portate a fare azioni distruttive. Significamente Bianca conclude con un invito a “tessere la democrazia” che “è un progetto di libertà al plurale, che per una sua realizzazione in senso pieno considero inscindibile dalla giustizia anche sul terreno sociale. Ma la democrazia bisogna volerla e costruirla: è un processo, non un dato naturale o acquisito una volta per tutte, e può esaurirsi se si perde il filo delle sue ragioni, quel filo, da riannodare e intessere costantemente, che è poi il senso del legame sociale. La democrazia s’impara facendola, e bisogna ammettere che siamo ai primordi”(p.251).

Bianca Guidetti Serra (con Santina Mobiglia),  “Bianca la Rossa”, Torino, Einaudi, 2009.