Biotecnologie

Organismi viventi modificati geneticamente

Una prima definizione

Per affrontare una discussione di qualsiasi genere è necessario che gli interlocutori siano in grado di comprendere il significato delle parole utilizzate. Uno dei principali ostacoli per una discussione pubblica sulle biotecnologie è proprio questo: si discute di scoperte e tecniche sviluppate negli ultimissimi anni. Non esiste un patrimonio di conoscenze comune in questo campo e su queste quindi si crea una separazione molto ampia tra il ristretto gruppo di “esperti” e tutti il resto delle persone, generalmente ignoranti, indipendentemente dal loro grado di istruzione. L’ignoranza ha come conseguenza l’essere più esposti a condizionamenti di diversa origine. In queste condizioni, inoltre, gli argomenti che hanno più effetto sono quelli che colpiscono l’irrazionale e stimolano la già presente paura e diffidenza.
La prima chiarificazione utile allo scopo riguarda la definizione delle biotecnologie: che cosa sono? In senso letterale le biotecnologie è l’insieme delle tecniche che utilizzano degli organismi viventi per uno scopo da verificare. Secondo questa definizione le biotecnologie sono vecchie quasi quanto l’uomo visto che vi rientrano pratiche usate da millenni come la lievitazione del pane o la fermentazione dell’uva per ottenere il vino.
Il significato più comune del temine invece è più ristretto e si riferisce all’utilizzo per qualche scopo di organismi viventi modificati geneticamente, cioè in cui l’uomo ha indotto una modificazione del DNA.
Tutti gli organismi viventi hanno al loro interno delle molecole chiamate DNA. Con una semplificazione estrema ogni regione del DNA, che viene definita gene, porta un’informazione utile per quell’organismo. Ad esempio un gene nel mio DNA stabilisce che io ho gli occhi chiari, mentre la stessa regione in altri individui stabilisce che i loro occhi sono scuri. Il funzionamento reale è ovviamente più complesso, ma il concetto fondamentale è che l’insieme regolato di migliaia di queste informazioni determina tutte le funzioni di cui l’organismo ha bisogno per vivere. Si stima che nel DNA umano siano contenuti circa 100 000 di questi geni, un numero ridotto se consideriamo la complessità del corpo umano. Negli organismi con riproduzione sessuata come sono i mammiferi, ogni individuo eredita il DNA dai propri genitori e quindi ne eredita anche alcune caratteristiche. Il meccanismo di trasmissione dell’eredità funziona però in modo tale che il nuovo individuo ha sempre una combinazione unica e irripetibile del DNA dei propri genitori. Dal punto di vista genetico, quindi, un individuo è unico e irripetibile perché è portatore di una combinazione unica e irripetibile di quei 100 000 geni.

Da Mendel alla scoperta
della struttura del DNA

La comprensione dei fenomeni di ereditarietà è cominciata nel XIX secolo con il lavoro di Mendel ma solo nel Novecento si è scoperta che l’informazione genetica era depositata in particolari molecole, il DNA appunto. Nel 1953, la scoperta della struttura del DNA ha fornito la chiave fondamentale per la comprensione dei meccanismi di trasmissione dell’informazione ed ha aperto la strada alle attuali biotecnologie.
Negli ultimi 30 anni sono state sviluppate delle tecniche che permettono di “tagliare e cucire” il DNA. Questo ha reso possibile prendere geni dal DNA di un organismo e di inserirli in un organismo diverso, permettendo al ricevente di acquisire la “funzione” codificata da quel nuovo frammento di DNA, ma che naturalmente (in natura) non possiede.. Queste tecniche ovviamente sono state sviluppate prima per gli organismi più semplici e poi si sono sviluppate rapidamente fino ad arrivare ai mammiferi e, almeno potenzialmente, all’uomo.

Applicazioni in campo farmaceutico

Le prime e più consolidate applicazioni di queste tecniche si sono realizzate in campo farmaceutico. L’esempio più vecchio e famoso è quello della produzione dell’insulina. Questa è un ormone che regola la glicemia del sangue e viene naturalmente prodotta dal pancreas. I diabetici non sono in grado di produrla in modo efficiente e quindi devono assumerla dall’esterno. In passato era necessario purificarla da animali o da cadaveri e il prodotto ottenuto era meno efficace, costoso e pericoloso perché poteva essere veicolo di malattie. A partire dal 1983 è commercializzata la prima insulina biotecnologica, ottenuta cioè da batteri modificati geneticamente e “istruiti” per produrre l’insulina umana che si è rivelata più vantaggiosa sia per efficacia sia per costi di produzione. Questo è solo l’esempio più antico e famoso di farmaci biotecnologici, ma gli esempi sono numerosi e in rapido aumento: ne fanno parte farmaci molto diffusi come l’ormone della crescita per curare il nanismo, l’eritroproietina (EPO) usata per curare le anemie (ma anche come doping), l’interferone usato per curare alcune epatiti e leucemie.
I vantaggi di questi farmaci sono evidenti sia dal punto di visto dell’efficacia che dal punto di vista economico; proprio per queste ragioni la loro applicazione non ha causato obiezioni di nessun genere ed ormai questi farmaci sono una realtà consolidata e che presumibilmente sarà sempre più diffusa in futuro.

Il DNA non fa male

Altre considerazioni invece posso essere fatte quando queste tecniche vengono utilizzate per altri scopi, ad esempio per la produzione di piante geneticamente modificate per l’alimentazione.
Le domande che ovviamente sono più ricorrenti sono: questi cibi fanno male alla salute? E in second’ordine, fanno male all’ambiente?
Risposte assolute a queste domande non esistono; nella concezione contemporanea del sapere scientifico la conoscenza si muove per successive approssimazioni, senza mai potere avere la presunzione di avere raggiunto la verità. La filosofia non è di molto aiuto quando si tratta di decidere se mangiare o meno qualcosa che potrebbe farci del male. Però aiuta a capire che la realtà è molto complessa e che pur con tutti i mezzi di cui possiamo disporre dobbiamo sempre avere a che fare con una parte di realtà che sfugge alla nostra comprensione e quindi anche al nostro controllo.
Vale la pena però fare alcune considerazioni su quello che è lo stato dell’arte.
La prima è che il DNA in sé non fa male. Tutti gli organismi viventi vegetali o animali possiedono infatti il proprio DNA, perciò tutti i cibi che mangiamo contengono del DNA estraneo al nostro. Anche l’ingerire dei geni “nuovi”, diversi da quelli a cui siamo abituati non è necessariamente pericoloso. Basta pensare che ogni volta che assaggiamo un nuovo cibo, un nuovo tipo di frutta, verdura o carne, assumiamo decine di nuovi geni senza avere conseguenze evidenti. Quando i primi colonizzatori portarono dall’America piante strane come pomodoro, patate e mais queste contenevano migliaia di geni diversi da quelli delle piante europee dell’epoca e i colonizzatori hanno generalmente goduto di salute migliore dei colonizzati. Il DNA non è una sostanza tossica e non cambia niente il fatto che ci sia un pezzetto di DNA in più o in meno.
Il margine di rischio che rimane riguarda l’attività di questo pezzo di DNA aggiunto: il nuovo gene, infatti, è stato inserito affinché svolga una funzione. Gli organismi viventi però sono incredibilmente complessi e quindi non si può prevedere completamente quale sia l’effetto di un particolare gene in un particolare organismo.
La seconda considerazione è che in alcuni paesi (Stati Uniti in particolare) esistono delle piante transgeniche approvate per l’alimentazione umana, che sono state testate a lungo prima della commercializzazione. Ormai queste piante sono coltivate estensivamente e, per ora, non sono emersi degli evidenti problemi di salute nella popolazione che li consuma abitualmente. Questa esperienza anche se non può essere usata come prova definitiva, mostra almeno come gli effetti sulla salute dell’uomo non sono così drastici, almeno a breve termine.
A questo proposito vale la pena ricordare che una parte di questi prodotti sono stati commercializzati anche in Europa. Ad esempio i derivati della soia transgenica americana sono finiti nei dolci confezionati europei quali gelati, merendine, panettoni e biscotti, soprattutto nei primi anni quando le linee con certificazione di assenza di OGM non erano così di moda.
Il fatto che, nonostante questo, siamo ancora vivi non significa che i cibi transgenici siano totalmente sicuri né che si possano escludere degli effetti a lungo termine. La realtà è che, come in tutte le cose, un margine di rischio è sempre presente: basti pensare alla produzione di nuovi farmaci o alle più banali attività quotidiane, come guidare la macchina o salire una scala. Il vero problema è quindi non la sicurezza totale, ma una più possibile accurata valutazione dei rischi e dei benefici.

Rischi e vantaggi, dilemma irrisolto

L’ultima considerazione riguarda proprio un aspetto fondamentale della gestione di questo rischio. Chi decide che il rischio è abbastanza piccolo rispetto ai vantaggi per renderlo accettabile? Io penso che la cautela che contraddistingue l’approccio europeo alle biotecnologie sia utile. Come è già accaduto in altri campi, la tecnologia è avanzata velocemente e ha probabilmente superato la capacità di comprenderne le conseguenze. Però non credo sia realistico né utile pensare di bloccare queste applicazioni per sempre; il tempo “guadagnato” dovrebbe essere utilizzato per preparare il futuro e non per accontentarsi del presente o rimpiangere un immaginario passato di vita “in armonia con la natura”.

Tomas Morosinotto
ricercatore – università di Verona