Bruxelles: la minaccia di un ghetto europeo

L’insediamento della comunità europea

Gli abitanti di Bruxelles non amano le istituzioni europee installatesi in città, nonostante sia generalmente riconosciuto che la scommessa è stata intelligente: avere le istituzioni europee sarebbe stato un buon motore per l’economia locale. L’Europa è arrivata in modo progressivo e tra molti dubbi, basti pensare che in un primo momento il governo belga aveva proposto Liegi, come sede della UE. La scelta non era semplice perché qualunque fosse stata la città prescelta, ne avrebbe radicalmente cambiato il tessuto urbano, sociale, il sistema di vita. Così a partire dai lavori per l’Esposizione Universale del 1958, Bruxelles ha cominciato ad assumere i connotati di una città in cantiere. L’obiettivo era quello di dotarla di moderne infrastrutture per i trasporti con la costruzione di tunnel e autostrade metropolitane, di aree per le funzioni burocratico-amministrative. Non c’è stata però una gestione complessiva delle trasformazioni urbane, si è ragionato semplicemente nell’ordine del vantaggio finanziario e politico, cosicché nel linguaggio comune è entrato un neologismo, bruxelliser, che significa «atomizzare, scassare, demolire, massacrare, radere, rovinare, sopprimere una città che già non era bella in partenza per farne una metropoli internazionale, consegnata ai promotori immobiliari e ai funzionari europei, senza rispettare né la sua memoria né la sua storia. Tantomeno il suo volto» (Patrick Roegier, Le mal du pays, autobiographie de la Belgique, ed. Seuil, Parigi, 2003).

La crisi economica degli anni settanta-ottanta ha avuto gravi conseguenze in questa città che aveva una forte struttura industriale e ha visto chiudere gran parte delle fabbriche e degli atelier che ne componevano il tessuto economico. Così, le principali eredità dell’industrializzazione sono una massiccia disoccupazione e la presenza di un forte proletariato urbano nei quartieri centrali. Negli anni della riconversione molti quartieri operai si sono svuotati, i proprietari hanno preferito vendere o affittare a immigrati da ogni sud del mondo. Ma da qualche anno la pressione immobiliare cresce, facendo aumentare i prezzi degli affitti, dei commerci, dei negozi. Questo perché se storicamente i benestanti abitavano nelle aree residenziali dell’hinterland, oggi si spostano nei quartieri centrali delle istituzioni europee e della finanza provocando la progressiva espulsione verso i quartieri periferici dei ceti popolari, che non fanno parte del nuovo processo economico e devono essere ridislocati altrove.

Saint Josse

A ridosso dei boulevard del centro comincia il comune di Saint-Josse, abitato soprattutto da una forte comunità turca. È conosciuto come uno dei più poveri comuni tra i 19 che compongono l’area metropolitana, diventata con la riforma federalista dello stato belga del 1989 «Regione di Bruxelles Capitale», entità geografica autonoma e a sé stante come Washington D.C. In una ristretta area protetta da numerose videocamere si trova il municipio, il commissariato, la sagoma della Fortis Bank Tower dalle vetrate fotocromatiche che cambiano colore a seconda della luce e, poco oltre, il 360° Answer Madou Plaza, un grattacielo per businessmen attorno a edifici sventrati e piccoli commerci popolari. Scendendo avenue de l’Astronomie alle spalle dei boulevard si entra in vicoli insalubri. Il comune ha avviato diversi progetti partecipativi per migliorare la vita dei suoi abitanti, degli specifici «contratti di quartiere» come a place Houwaert, in cui il cantiere viene definito con gli abitanti, coinvolti attraverso appositi gruppi di lavoro. Questi tipi di contratto, sostenuti dalla Regione di Bruxelles, mirano al recupero dei quartieri disagiati partendo dall’idea di una partecipazione se non diretta, almeno concertata. A place Houwaert si tratta di ristrutturare e riutilizzare i locali dell’abbandonata scuola La Sagesse associando alloggi e strutture socio-culturali polivalenti.

Sfogliando il giornale comunale ci si rende conto di quali siano le problematiche principali che toccano i cittadini: diritto all’alloggio, salubrità degli appartamenti e prevenzione degli incendi domestici legati a impianti obsoleti, costruzione di nuovi asili, scolarizzazione. Jean Demannez, il borgomastro, scommette sulla «costruzione o ricostruzione di alloggi, creazione di spazi comunitari in cui poter sviluppare progetti associativi e collettivi […] la sfida della diversità in una società democratica rimettendo in causa certezze acquisite per adattarsi a nuove regole di vita, a un vicinato multiculturale» (Journal communal d’infornation, febbraio 2005, pag. 1).

Incrociando la Chaussée de Louvain si arriva a place Saint Josse dove due volte a settimana si tiene un mercato composto da bancarelle d’ogni tipo, orientali, arabe e africane. Magazzini d’abbigliamento, di scarpe, mobili, snack turchi italiani e portoghesi, vie con le caratteristiche dell’architettura della prima industrializzazione: case di mattoni rossi a più piani costruite per alloggiare la manodopera che veniva dalle campagne per lavorare nelle numerose industrie cittadine. Non è un caso che l’ultima moda architettonica in città sia la ristrutturazione di fabbriche che appartengono al patrimonio dell’archeologia industriale in enormi loft.

Il quartiere europeo

Salendo rue des deux Eglises si entra nel comune di Bruxelles-ville, le strade si allargano e i lavori in corso aumentano. Le tipiche case a tre piani vengono sostituite da gigantesche gru, putrelle, palazzi in costruzione. Alzando gli occhi si intravede la cupola del parlamento europeo e andandole incontro, superando un dedalo di cantieri transennati si entra in un altro mondo. Le vie si fanno taglienti, ultramoderne, chiuse da monumentali grattacieli ricoperti di vetro marmo cemento, popolate da pendolari e funzionari di giorno e deserte e insicure di notte. Ogni palazzo espone cartelloni che annunciano 16000 m quadrati di uffici in affitto o in vendita. Tra la sede dell’Olaf (antifrode europea) e il Berlaymont, rue de la Loi è stata trasformata in un asse di penetrazione periferia-centro, un’autostrada metropolitana a quattro corsie. Tra ministeri e cantieri un vasto buco di qualche isolato, qualche vecchia casa demolita. All’interno, dalle fondamenta esce una gru con affisso un pannello: Treves-loi: your office in the heart of EU. Non si capisce se il cuore è quello che stanno asportando pezzo per pezzo. Invece siamo veramente nel cuore, a due passi dal celebre palazzo della Commissione, il Berlaymont, transennato per lavori in corso. Per arrivarci si oltrepassa un altro vasto squarcio di qualche centinaio di metri lungo la strada, a seguire la vecchia linea ferroviaria fino alla stazione Schumann. Di fronte il palazzo relazioni estere, commercio e allargamento.

Rue Belliard conduce al Parlamento Europeo, ma svela subito un isolato in completo abbandono: case in stile liberty con le mura scurite dal tempo, vetri rotti, alberi che escono dalle finestre, le serrande di una farmacia chiusa da anni. Dall’altro lato della strada l’opera di demolizione è quasi completata: il vuoto è coperto da un’alta staccionata gialla.

Per costruire i palazzi futuristici del quartiere europeo è stato raso al suolo un area abitata da 30.000 persone, il quartiere Leopold che si estendeva attorno all’omonima stazione ferroviaria. Al suo posto c’è ora il Parlamento, che nella sua continua espansione modificherà ancora l’area, investendo la caratteristica place du Luxembourg. Il nuovo progetto è concepito perché a termine le funzioni pubbliche siano inglobate in un perimetro di sicurezza inaccessibile. Ciò vuol dire che i commerci previsti saranno sacrificati e le uscite non saranno più dalla piazza ma da una cosiddetta “piazza pubblica” interna con ingressi stretti e nei fatti controllati. Difficile pronunciarsi sull’architettura, perché non c’è architettura in questi edifici. L’unico risultato tangibile è una deriva securitaria con la confisca dello spazio pubblico.

L’immagine di una fortezza

L’Europa da mezzo secolo continua a trasformare interi pezzi di città riducendola a un cantiere permanente. Al contempo gli eurocrati hanno salari di gran lunga superiore al salario medio di un bruxellese, città che sfiora il 20% di disoccupati. Questo fa sì che i funzionari europei e le loro famiglie formino una città nella città, che non ha contatti diretti con Bruxelles. I funzionari non versano un soldo di tasse alla città, neanche per i trasporti; i figli della burocrazia europea non frequentano le multietniche scuole cittadine, ma istituti europei costruiti appositamente per loro, e la spesa la fanno in appositi supermercati dove si entra solo col tesserino da funzionario europeo. Qualche decina di migliaia di persone che non hanno quasi alcun contatto con la città reale e con i suoi abitanti. I funzionari si mischiano più al mondo della finanza che non alla popolazione locale. Sarebbe questa élite autoreferenziale a dover costruire il progetto di democrazia europea?

Il quartiere europeo, diviso dal resto della città da barriere architettoniche e sociali, viene definito da molti urbanisti come una vera e propria enclave. Non c’è mai stato un reale interesse da parte del mondo politico sul problema urbanistico che questo creava. La comunità europea pure non si è posta problemi, anzi in molte situazioni si comporta con molta arroganza. Arroganza perché non stava alla UE di occuparsi del rapporto con la città che doveva essere una cosa risolta dal potere locale, cosa che non è stata. Quindi la UE è sempre stata vista come una specie di moloch che mangia progressivamente gli spazi e la vita della gente. Ci sarebbero state molte possibilità alternative che non sono mai state praticate, come ad esempio installare le istituzioni europee all’Heysel, lontano dai quartieri centrali e con possibilità di costruire senza sconvolgere una città che cerca di dotarsi di una complicata identità in divenire, divisa com’è tra francofoni e fiamminghi e decine di comunità immigrate. Invece c’è stato un vero e proprio disinteresse per gli abitanti, considerati una variabile impazzita rispetto ai progetti degli speculatori.

Bruxelles per un verso sta subendo trasformazioni che l’accomunano ad altre metropoli contemporanee occidentali: invecchiamento della popolazione locale, boom dell’immigrazione, lobby trasversali politico-finanziarie-immobiliari che imprimono una politica di privatizzazione degli spazi pubblici. Di diverso ha il fatto di essere laboratorio del modello europeo. Ma il modello di urbanesimo che l’Europa insegue è quello di una cittadella che teme ogni contatto con l’esterno. Un’immagine che non riflette per nulla il modello di democrazia che l’Europa pretenderebbe instaurare. Dove stanno la commistioni delle funzioni, la pluralità, l’apertura di spirito, il rispetto dell’ambiente esistente e la tolleranza che dovrebbero essere i suoi valori fondamentali? In realtà, la ridefinizione della città viene attuata attraverso un progetto calato dall’alto, da potentati politici e finanziari che considerano le resistenze dei cittadini e degli amministratori locali niente più che sgradevoli contorni nella loro insalata.