Bruxelles: l’ambasciata della pace universale

66, avenue Roosvelt

Per raggiungere l’ambasciata della pace universale bisogna uscire dal centro in direzione sud, attraversare l’avenue Louise, tra le più lussuose della città, e lasciarsi alle spalle la torre ITT, un grattacielo di vetro marrone dove hanno sede diverse prestigiose multinazionali. L’avenue Roosvelt, che prima della guerra si chiamava avenue des Nations, comincia a ridosso del bosco de La Cambre e si snoda nel verde a partire della sede dell’Université Libre di Bruxelles. Nel cuore del quartiere diplomatico, tra bosco e autostrada, comincia una sequenza di ville di stili diversi che vanno dal neogotico al neoclassico, dall’art nouveau al modernismo. Superando l’ambasciata dell’Austria e di fronte a quella dell’Arabia Saudita, al civico 66 c’è quella più modesta della Somalia, una graziosa palazzina degli anni venti.
All’esterno manca ogni riferimento allo stato somalo, perché i diplomatici somali l’hanno abbandonata nel 1991, da quando il governo centrale di Mogadiscio è imploso e le strutture dello stato sono azzerate dalla guerra civile. A dodici anni dal fallimento dell’operazione militare Restore hope, guidata dagli Stati Uniti sotto l’egida dell’Onu, nell’ex colonia italiana la situazione non si è ancora normalizzata e a tutt’oggi la Somalia è priva di un governo. Ci si accorge però che l’ambasciata è abitata dal disordinato proliferare di antenne satellitari alle finestre dei piani superiori. Da gennaio del 2001 infatti, i tre piani della palazzina sono occupati da un eterogeneo gruppo di sans papiers composto da una trentina di persone di nazionalità albanese, algerina, equadoriana, marocchina, ruandese, ucraina, iraniana e kosovara. Tra loro tre famiglie, che contano sei bambini e un neonato.
I piani superiori sono ad uso abitativo, mentre a piano terra c’è una cucina collettiva, uno studio-archivio, e un grande salone dove si tengono le riunioni. Sopra al camino è appesa la nuova bandiera dell’ambasciata, che come quella della Somalia ha uno sfondo celeste, ma anziché avere un’unica stella ne ha molte, a comporre un mappamondo stilizzato del sud del mondo. Sui muri vecchie carte geografiche del corno d’Africa, i calendari delle attività, i disegni dei bambini e un’ampia vetrata che porta sul retro, composto da un orto e un giardino alberato con uno scivolo di plastica nel mezzo.
L’Ambasciata della pace universale è attualmente l’unico luogo a Bruxelles in cui i sans papiers possono condividere esperienze e sviluppare una riflessione pubblica. Si tratta di persone legate dal problema della clandestinità, dall’identità negata e dalla ricerca di una nuova cittadinanza. La maggior parte hanno fatto domanda di regolarizzazione, altri hanno chiesto asilo ma si scontrano con la restrizione di tale diritto da parte delle nuove politiche sull’immigrazione. Mohamed, tra i fondatori dell’Ambasciata, in Marocco insegnava a leggere e scrivere ai bambini, di villaggio in villaggio, «ma l’esistenza che conducevo era diventata insostenibile, tanto da sentirmi straniero in patria. Quindi ho deciso di emigrare e sono arrivato a Bruxelles con visto turistico di un mese, non rinnovabile. Una volta scaduto sono rimasto, diventando automaticamente clandestino».
Era il 1998, un anno cruciale riguardo il problema dei sans papiers in Belgio per due fatti che hanno scosso l’opinione pubblica nazionale: il primo, l’omicidio di una giovane sans papiers nigeriana, Semira Adamu, da parte di un poliziotto. Soffocata con un cuscino sulla poltrona dell’aereo, per impedirle di gridare durante il viaggio che l’avrebbe riportata in patria, aveva chiesto asilo per fuggire un matrimonio impostole dalla famiglia con un vecchio notabile locale. La sua morte provoca un’ondata emotiva che è coincisa con il secondo evento di quell’anno, il dilagare cioè della rivolta dei sans papiers, cominciata in Francia qualche tempo prima per contestare l’avvio di una politica restrittiva sull’immigrazione.

Dalla chiesa all’ambasciata

Il gruppo che ha dato vita all’Ambasciata della pace universale nasce dalle ceneri dell’esperienza dell’occupazione della chiesa di Saint Jean Baptiste del Beguinage, cominciata nell’ottobre 1998. Ispirandosi all’esempio francese, in Belgio alcune associazioni avevano organizzato occupazioni di chiese, ma al contrario della Francia dove si trattava di un movimento nato dai sans papiers, in Belgio l’iniziativa partiva dal mondo associativo e i loro portavoce negoziavano con le chiese. Via via che nuovi clandestini arrivavano alla chiesa del Beguinage, la problematica si allargava, l’appoggio delle associazioni si rivelava del semplice paternalismo e i conflitti interni si moltiplicavano. «Le associazioni legate alla politica avevano l’ordine di canalizzare il movimento sociale che stava emergendo. Doveva essere un’operazione calcolata nei tempi in periodo preelettorale, l’occupazione cominciata a ottobre doveva terminare prima di natale per continuare “le combat” sul piano politico, attraverso i partiti. Quando abbiamo deciso di restare nella chiesa, il mondo associativo se ne è andato e ci siamo dovuti arrangiare. Si continuava ma con più difficoltà, non avevamo lo stesso sostegno logistico, c’era meno politica ma tanta solidarietà tra gli occupanti», ricorda Mohamed, occupante all’epoca del Beguinage.
L’essenziale era che il gruppo non voleva disperdersi, la gente che prima non sapeva come affrontare i propri problemi, che dormiva clandestina, dopo l’esperienza della chiesa aveva preso coscienza e voleva continuare, consapervole ormai che l’unico modo per ottenere dei risultati era rimanere uniti. Non sono mancati i momenti di tensione vissuti dal gruppo, a causa dell’estrema precarietà e debolezza di ognuno che aumentava i conflitti interni, creando situazioni difficili da gestire sia sul piano personale sia sull’equilibrio delle diverse componenti etniche. Questo perché i clandestini per la loro condizione «sono criminali e vittime al contempo, costretti a vivere di espedienti, di economia criminale, soggetti a cadere per la loro fragilità nell’alcolismo o nella tossicodipendenza, nella prostituzione.».
Conseguenza della confusione che ormai regnava dopo due anni di vita precaria all’interno di una chiesa abbandonata, nell’inverno del 2000 un incendio causato da una fuga di gas la manda a fuoco. Dopo questo incidente la situazione stava precipitando e serviva un alloggio d’urgenza, quando è arrivata, inaspettata, una proposta. Un portavoce della comunità somala è passato al Beguinage, «conosceva il problema e ha detto che i locali dell’ambasciata erano abbandonati da dieci anni. Le trattative sono andate a buon fine, e gli ex diplomatici hanno dato il via libera perché entrassimo chiavi in mano». La soluzione ha ricompattato il gruppo, animato dalla volontà di costruire un’esperienza del tutto nuova rispetto a quella del Beguinage, che aumentasse il livello di autonomia dei sans papiers rispetto al mondo politico. L’obiettivo era quello di dar vita a uno spazio in cui le persone si organizzassero e prendessero coscienza della loro condizione, di trasformarlo in un luogo di rivendicazione pubblica.
Lo stabile risultava più grande, abitabile e riservato della chiesa, e i sans papiers si sono resi conto subito che, sul piano simbolico, il semplice fatto di lasciare una chiesa per andare a vivere in uno spazio extraterritoriale, il salto di qualità era enorme. Un’ambasciata di norma è il luogo in cui vengono rappresentati i simboli di uno Stato, ma qui lo Stato si era semplicemente dissolto, e il suo luogo di rappresentazione abitato da gente privata di diritti, identità e cittadinanza.
Il progetto prende una forma definita nel dicembre 2001, con la pubblicazione della “Dichiarazione dell’Ambasciata Universale” e l’organizzazione di dibattiti aperti alla cittadinanza. Unirsi agli altri, prendere parola, è di grande sostegno psicologico a un clandestino, reso invisibile e relegato ai margini del sistema. Costantemente sotto pressione psicologica, le sue paure sono quelle di essere controllati in una qualsiasi stazione della metropolitana o luogo pubblico, venir arrestati ed essere spediti nei centri chiusi, anticamera dell’espulsione coatta. Ai loro occhi i centri di permanenza temporanea sono strumenti che servono da deterrente fisico e psicologico, per costringere l’immigrato a rimanere nell’ombra, insicuro e impaurito, disposto ad accettare qualsiasi miserabile condizione di vita e di lavoro.
«All’ambasciata crediamo in un processo culturale, perché ogni trasformazione passa attraverso la cultura». Ogni individuo porta nel gruppo le proprie competenze, dall’organizzazione della cucina, ai corsi di sostegno per i bambini della casa; alcuni praticanti in legge della vicina università vengono a dare consigli giuridici gratuiti, altri aiutano nella ricerca di un alloggio. La programmazione di attività quali la proiezioni di film con dibattito, hanno contribuito a far conoscere il posto, allargando il sostegno attorno al progetto dell’Ambasciata. È stata creata una compagnia cabaret in cui si canta, suona, recita, si leggono testi, per aiutare i sans papiers a rompere gli ostacoli psicologici e ad avere fiducia in sé stessi, nelle proprie capacità. Si è sviluppata una collaborazione con alcune associazioni che lavorano sull’immigrazione, sull’assistenza sanitaria o sociale, e una volta al mese viene la Banca Alimentare a consegnare uno stock di derrate alimentari. Viene pubblicato Papier, un giornale che, dopo una fase iniziale in cui era concepito come “quaderno di bordo”, si sta sviluppando come rivista più articolata, ed è stato aperto un sito internet (www.universal-ambassy.be). L’ambasciata vanta anche un tentativo di emulazione. Nel tentativo di creare una rete europea, a Parigi nel giugno 2003 è stata occupata l’ambasciata somala da parte di numerosi sans papiers, ma l’ex ambasciatore ha mandato i reparti speciali a liberare i locali.

La legge, le esperienze locali

Per i sans papiers non è cambiato molto dal punto di vista legale, dopo le esperienze della fine anni novanta. Mohamed è alla quinta procedura di regolarizzazione, causa dopo causa sente la pesantezza di vivere in un limbo senza diritti e non riesce a immaginarsi un futuro, girando a vuoto con la burocrazia. Molti, sapendo la difficoltà di ottenere un parere positivo, rinunciano in partenza, non cercano nemmeno di uscire dalla clandestinità, sapendo di non avere alcuna speranza di ottenere una procedura d’asilo.
La regolarizzazione ottenuta nel 1999-2000 ha permesso a qualche migliaio di persone di uscire dalla clandestinità, ma se oggi ci sono più clandestini rispetto al duemila, ciò significa che esistono dei meccanismi che producono clandestinità. Così a Bruxelles le azioni di protesta dei sans papiers sono continuate, soprattutto su scala comunitaria. A fine giugno 2002 c’è stata la protesta degli equadoriani a Saint Gilles, un agglomerato metropolitano oltre la gare du Midi che secondo l’ultimo censimento è il più multietnico della regione Bruxelles-capitale, essendovi registrate ben 82 nazionalità diversee. Durante un’operazione di polizia, fatta di retate contemporanee in sei diversi condomini, erano state arrestate ottanta persone di nazionalità equadoriana. Alcuni sono stati espulsi subito, altri, tra cui numerosi bambini, condotti nei centri di permanenza temporanea in attesa di lasciare il territorio. Il quartiere ha reagito spontaneamente, i cittadini hanno costituito un’assemblea dei vicini che ha raggruppato in pochi giorni circa trecento persone di ogni classe e appartenenza. Sono state discusse diverse forme di solidarietà, fino a partecipare in massa alle sedute pubbliche del consiglio comunale di Saint Gilles, creando non poco imbarazzo alle autorità.
Vincente è stata l’occupazione della chiesa di sainte Croix a Place Flagay da parte della comunità afgana, nel luglio del 2003. Il commissariato per i rifugiati aveva appena respinto 1400 domande d’asilo, dicendo che l’Afganistan era ormai un paese sicuro. Per protesta un gruppo di afgani si sono installati in chiesa, e più la voce si spargeva più altri connazionali li raggiungevano, di modo che in poche ore la chiesa era ormai colma. A quel punto sono state chiuse le porte e hanno cominciato uno sciopero della fame, la loro richiesta non era più di aprire una lenta procedura d’asilo ma la regolarizzazione pura e semplice.
La solidarietà del quartiere si è materializzata in modo clamoroso, a partire da un’associazione che, calcando l’esperienza di Saint Gilles, ha lanciato l’idea di formare un’assemblea dei vicini. Nelle cassette delle lettere di tutto il quartiere sono stati inseriti dei volantini che spiegavano la situazione, e invitavano a un’assemblea pubblica sul sagrato della chiesa di sainte Croix. Malgrado fosse estate e la città svuotata dalle vacanze, l’iniziativa ha avuto un successo insperato e la prima “assemblea dei vicini” ha raggruppato circa 500 persone sulla piazza della chiesa. La gente del quartiere si è divisa in gruppi di lavoro per organizzare pasti caldi, lavare i panni sporchi, creare animazioni per i numerosi bambini. Le assemblee quotidiane hanno disturbato e messo in imbarazzo il mondo politico, per l’evidente sostegno dell’opinione pubblica alla causa degli afgani, e nel giro di ventidue giorni il ministro degli interni ha ceduto, regolarizzando in blocco oltre mille persone.

Un progetto universale

Partendo dal presupposto che le migrazioni sono una costante nella storia dell’umanità, chi abbandona un paese perché non può sfamarlo non fa altro che obbedire a un principio legittimo e universale: sopravvivere. La presa di coscienza dei sans papiers pone l’urgenza di giungere a una riflessione globale sul fenomeno migratorio che investe l’Europa dall’inizio degli anni ’90. Di fronte al problema, la maggior parte degli stati hanno reagito rinforzando le loro legislazioni in materia, attraverso meccanismi giuridici miranti a limitare i requisiti per ottenere lo status di lavoratore o rifugiato. È stata creata una vera e propria macchina amministrativa che produce clandestinità, che va dalla dilatazione dei tempi per ottenere un visto o una procedura d’asilo alla criminalizzazione di chi aiuta il soggiorno illegale. Sono stati costruiti “centri di permanenza temporanea” simili a prigioni, ed è stata avviata una politica di rimpatri forzati, quando in realtà le espulsioni collettive sono esplicitamente vietate dal diritto internazionale e dall’articolo 4 del Protocollo della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
In Belgio, come in Italia e molti altri paesi con problemi di scarsità di mano d’opera, da tempo la FEB, la confindustria locale, chiede al mondo politico una posizione più aperta per ciò che riguarda la possibilità di assumere lavoratori stranieri. Negli ultimi anni una conseguenza diretta della politica restrittiva sull’immigrazione, unita al diffondersi della flessibilità nel mondo del lavoro, è stata l’aumento del lavoro nero. La diffusione di questo fenomeno in un paese tradizionalmente severo in materia come il Belgio, testimonia la necessità economica della presenza dei clandestini. In ogni comunità d’appartenenza ci sono organizzazioni che fanno da intermediari tra sans papiers e imprese alla ricerca di lavoratori sottocosto. Spesso si tratta di piccole imprese in settori specifici come i servizi di pulizie, edilizia, ristorazione e agricoltura, dove si creano delle vere e proprie nicchie “etniche” che a volte sfociano in forme di vero e proprio schiavismo. Di fronte a questo fenomeno le autorità alternano repressione sporadica e tolleranza di fatto, in modo che i sans papiers accumulano invisibilità economica e sociale.

Obiettivo primo: la cittadinanza

L’Ambasciata della pace universale chiede alle autorità di uscire da un atteggiamento contraddittorio che alterna tolleranza e repressione, che sopporta il lavoro nero ma non la richiesta di nuovi diritti. L’obiettivo è di giungere a un allargamento del principio di cittadinanza e di far rispettare la convenzione di Ginevra, che obbliga i governi a un esame individuale delle domande d’asilo, mentre oggi si tende sempre più a mischiare politica d’asilo e politica migratoria. È attraverso scelte come queste che si decide quale modello sociale europeo adottare: chiuso in sé stesso e securitario o aperto e accogliente, in grado di affrontare le problematiche poste dalle trasformazioni dovute alle nuove migrazioni. In questo senso Bruxelles, laboratorio istituzionale dell’Europa, può essere considerata anche laboratorio dei diritti di cui godremo in futuro.
Qualche settimana dopo aver conosciuto Mohamed, scrivendo queste pagine, lo incontro di nuovo per andare a berci una birra a Saint Josse. Appena lo vedo capisco che qualcosa è successo, il suo volto è cambiato, da cupo e sospettoso si è fatto raggiante.
«Mentre la mia richiesta di regolarizzazione veniva respinta, quella di naturalizzazione è stata accolta. Sono belga!» sussurra, incredulo che dopo oltre cinque anni il suo caso si sia risolto come un paradosso della burocrazia. Più ci penso e più il suo mi sembra davvero un caso emblematico. Passiamo del tempo seduti all’aperto, riflettendo sulla fragilità della vita e sulle trasformazioni che bisogna saper affrontare. Ora gli sembra ancora più assurdo come un pezzo di carta possa cambiare la vita. La sua battaglia personale è vinta, ma presto per gli abitanti di 66 avenue Roosvelt sorgerà il problema di dare una continuità all’esperienza diplomatica. Quando la Somalia ritroverà una sua struttura statuale, superando le lotte intestine che la dilaniano, lo stabile tornerà al suo corpo diplomatico. Bruxelles però dal punto di vista amministrativo è estremamente polifunzionale, essendo sede dell’Europa e della Nato, ed è anche la città con la più grande concentrazione di spazi extraterritoriali d’Europa. Consapevoli di questo, i sans papiers hanno costituito un gruppo con il compito di portare a termine un censimento fotografico di tutte le ambasciate, per valutarne lo stato e scoprire quali sono inutilizzate.