Buongiorno tristezza

La logica del SUV

Xe tempo

La caffettiera si erge sul piano metallico dei fuochi – manca ancora un bel po’ alle sette di mattina – la guardo con l’occhio spento e mi sembra la ciminiera di una locomotiva a vapore, un treno lanciato verso chi sa dove, comunque verso sud.

Basta il profumo del caffè per abitare una stanza, scrive Erri De Luca da qualche parte.

Quando esco la città già si muove. Inesorabile, la meccanica della trasformazione del reale si sveglia prima del giorno o forse non è nemmeno andata a dormire. Siamo sempre tutti comunisti: abolire lo stato di cose presenti. Andare sempre un po’ più in là, gettati fuori, sgusciati un secondo dopo l’altro. Snocciolati.

È sabato e c’è nebbia. Insieme cade – o viene dai lati? – una pioggerellina fine: xe tempo da star casa a far putei, diceva il gelataio veneto che gestiva il bar nello studentato degli Erasmus, su nella Ruhr-Gebiet. Per evitare il traffico dei padovani isterici mi scopro arrivare a scuola sempre prima: l’aula insegnanti è buia, in un angolo imbronciata solo una collega più mattiniera di me. Ci salutiamo con un grugnito, poi mi dedico ad aprire le tapparelle, con quel loro antico meccanismo a manovella. Il lato corto della stanza dà sul retro di una casa di riposo: molte le tende scostate, le luci accese. Un brivido mi corre lungo la schiena al pensiero di questi anziani cocciuti, militi del quotidiano, già svegli e pronti per una giornata fatta di attese e qualche mela cotta.

Assenze tattiche

Nella mia scuola è in uso una pratica interessante. Si chiama “buongiorno” ed è una sorta di saluto che il coordinatore organizza il martedì e il giovedì per la sua classe. Al sabato il buongiorno diventa globale e alle otto e cinque tutti gli studenti delle superiori sono attesi nel cinema teatro, come precisamente ricordano i cartelli che la preside traccia solerte con pennarelli blu e rossi. Stamattina il quarto d’ora è affidato alla sua vice che, dopo qualche convenevole, fa presente alla torma che il numero di assenze sta vistosamente aumentando e i fogliettini, staccati dai libretti personali, già intasano gli scomparti dell’armadio in vicepresidenza. Si parla delle cosiddette “assenze tattiche”: nella tecnica di sopravvivenza dello studente della secondaria superiore larghe fila del gruppo classe raggiungono livelli semiperfetti di organizzazione telepatica in corrispondenza di prove scritte o interrogazioni, solitamente di matematica, lingua straniera e, nei casi nevralgici, filosofia. Così il docente si trova la classe tagliata di uno o anche due terzi dei suoi componenti e rimane immobile attonito additando al cielo lontano i fogli fotocopiati con la prova.

La firma sotto in basso

Fin qui nulla di nuovo: si tratta appunto di un livello avanzato nella scala evolutiva della specie discente.

Più interessante la reazione dei ragazzi. A parte il malumore bofonchiato, i più tacciono. Ma la vicepreside concede la replica e agitatori muovono nell’ombra. Dalla quarta A si alza un ragazzo alto, faccia non eccessivamente furba ma lingua svelta: i suoi compagni lanciano un battimani sguaiato di incoraggiamento, provocando reazioni scomposte tra i membri del corpo insegnante (siete delle pecore, gregari!). Prende il microfono e azzarda una pallida difesa: veramente… può capitare qualche assenza… i prof non devono pensare subito male… darci fiducia… e via così. Penoso. La vicepreside non può che prendere atto e accingersi a spedire tutti in classe, ma ecco che si alza la rappresentante degli studenti, agguerrita. Ottiene il microfono e lancia la sfida: se le giustificazioni sono firmate dai genitori non potete che accettarle. Punto. Boato di approvazione, i solitamente sonnecchiosi delle ultime file si spellano le mani!

Far finta di ragionare

L’assemblea viene sciolta in una apparente sospensione del giudizio, ma c’è soddisfazione nei volti dei ragazzi.

È stato un evidente esempio di quella che potremmo chiamare la “Logica del SUV”. I SUV, Sport Utility Vehicle, sono quei macchinoni che dilagano sulle strade cittadine: nati per essere impiegati fuori strada, sono diventati ormai una sorta di enormi utilitarie siliconate che ogni casa automobilistica mette a disposizione dell’eclettismo di uomini eleganti ma anche country-style, tutti lavoro e golf club e dell’aggressività nascosta di donne superimpegnate, ma che non rinunciano ad andare a prendere i bambini all’asilo in centro. Ingombrano, occupano il posteggio di un’auto e mezza, forse inquinano di più. In pratica schiacciano il resto del traffico e non è raro coglierli semifermi alle rotonde, scarafaggi grossi e con poca pazienza, a pretendere la strada. Il SUV è simbolo della carta di credito di chi lo guida, più ancora di una qualsiasi berlina di lusso: ho i soldi vado dove mi pare.

Allo stesso modo l’atteggiamento di parte dei ragazzi tradisce questa logica: la penna che firma il libretto delle giustificazioni è la medesima che firma il libretto degli assegni. Ed è mio padre ad averla dalla parte del manico.

Ma non è una semplice questione di denaro a disposizione, elemento pur non secondario in un sistema che lascia la scuola pubblica alla sopravvivenza e costringe la privata, come questa, a sbarcare il lunario con difficoltà. È piuttosto l’esibizione di un finto ragionamento che ha radici violente: discutiamo, se proprio vuoi, ma io parto da una posizione di superiorità. Vada come vada, si dica quel che si dica, la ragione è dalla mia parte. Sia essa il denaro che permette all’istituto di vivere, una posizione di potere nella società locale, il colore della mia pelle, la dimensione o la velocità del mio veicolo, l’aver prenotato questo posto a sedere, il volume della mia radio, il diritto alla mia quinta birra. Si tratta di una prova di forza già vinta, perché io non mi pongo sul piano delle tue preoccupazioni o lamentele. Io posso stare oltre.

In classe cerco di riprendere il discorso, ma con poca convinzione. Gli occhi che mi guardano e aspettano il risultato del compito di storia sono puliti e non riesco ad accomodarmi in un realismo da pedagogia pasoliniana, che pur mi affascina. Ripenso ai pazienti esercizi dei miei ingenui compagni di liceo, improvvisati monaci amanuensi degli anni ottanta, curvi a riempire pagine di firme del padre della madre o di chi ne fa le veci.