Camminare oltre lo stato di tutela: etica, politica e laicità

La relazione di Gustavo Zagrebelsky all’incontro di Macondo di mercoledì 11 gennaio 2005 a Bassano del Grappa. Convenevoli e preambolo

E’ tardi quindi scusatemi se taglio corto con i ringraziamenti.
Prendo spunto dall’ultima annotazione di Giuseppe Stoppiglia per dire che quando si vuole dialogare bisogna interdersi sulle parole; non c’è dialogo onesto che non presupponga prima di tutto che le parole che vengono usate siano usate in maniera onesta; ed io che sono alle soglie della pensione e che per molti anni mi sono occupato di questioni istituzionali, sono giunto alla conclusione, che ci sono delle parole, quelle più importanti, quelle che toccano il nostro vivere in comune, che hanno un significato diverso, qualche volta opposto, a seconda che vengano usate dai potenti o dagli inermi. Questo è un fattore di grande confusione. e questa duplicità di significati si presta anche ad un uso disonesto.

L’ambiguità di alcune parole di uso comune

Facciamo un esempio, quello della Libertà: per un oppresso la libertà è libertà dalla oppressione;
per un potente libertà è poter fare quel che più gli aggrada. Sono due cose opposte e la seconda può diventare un motivo di violazione della libertà degli altri.
Prendete la parola pace: la parola pace è una di quelle parole ambigue, che nella bocca dei potenti può giustificare la guerra. Si fa la guerra per fare la pace. Nella bocca di coloro che invece soffrono per la guerra, la pace è una cosa completamente diversa; è la liberazione dal flagello della guerra.
Questa è un’avvertenza preliminare. Teniamolo sempre presente questo punto, quando sentiamo i nostri uomini politici; ci sono certe parole udendo le quali viene da dire: in nome di chi parli? Da che parte stai? Se stai da una parte, quel che dici ha un significato. Se stai dall’altra parte, può avere un significato opposto.
E qui chiudo coi preliminari.

L’argomento della serata

Entrando nell’argomento che mi è stato proposto: “ETICA, POLITICA E LAICITÀ”, proprio perché siano chiare le coordinate di quello che vi sto per dire, sarà bene che io in qualche modo mi presenti.

Il mondo si divide in Credenti e Non Credenti Il mondo si divide tra coloro che hanno la fede e coloro che non ce l’hanno. Io sono un po’ perplesso di fronte a queste divisioni.
Avere la fede!? la fede può essere qualcosa di nostra proprietà? io possiedo, sono proprietario della fede? basta usare questa espressione per capire che c’è qualcosa che stona; la fede non è un oggetto di possesso, ma la fede è un tormento, si vive molto meglio senza fede.
Comunque la fede è qualcosa che ci interroga continuamente. Da questo punto di vista la distinzione tra credenti e non credenti comincia ad essere meno chiara, perché anche nel campo dei non credenti ci sono i tormentati, coloro che cercano insieme agli altri, coloro che cercano attraverso un dialogo.
A questo punto come si fa a dividere il mondo così chiaramente in bianchi e neri?

La divisione è netta se viceversa noi assumiamo un punto di vista dogmatico. E badate che il dogma riguarda sia i credenti che i non credenti. Ci possono essere credenti dogmatici e non credenti anch’essi dogmatici nel loro non credere. Anche il non credere può essere una fede, se è vissuta dogmaticamente; certo tra questi due mondi non c’è possibilità di dialogo e di confronto comune; mentre il dialogo è quello che più importa da un punto di vista sociale.

Io dunque mi porrei in questa posizione un po’ diversa; credo di non essere un dogmatico;
e questo mi basta e ci basta per trovarci insieme e parlare insieme di queste cose. Aggiungo che i luoghi dove vado più frequentemente, dove più mi invitano sono luoghi come questi.
Qualcuno mi dice, ma tu frequenti solo i preti, intendiamoci però non tutti i preti.

Anche qui vale la distinzione tra chi è dogmatico e chi non è dogmatico.
Gli articoli che scrivo sulla Repubblica fanno sì che il mio computer, la mia posta elettronica sia nei giorni successivi invasa da contumelie, ma anche da qualche apprezzamento.
E questo dimostra che il mondo è diviso, ma non tra credenti e non credenti, ma tra dogmatici e non dogmatici. Tanto per dirvene una, la maggior parte delle contumelie sono normalmente firmate da presidente del Senato e dalla sua fondazione che si chiama Magna Charta e da don Gianni Baget Bozzo. Poi ho tanti altri consensi. E’ significativa l’alleanza, da una parte un sacerdote e dall’altra un laico Marcello Pera, un laico che ha una storia laica, ma che ad un certo punto ha ritenuto bene, per motivi politici dichiarati, di appoggiarsi al dogma cattolico per sue operazioni politiche. Tutto questo per cercare di capire le collocazioni, le categorie mentali in cui ci caliamo e in cui si calano coloro che parlano di queste cose.

Il benessere individuale non può essere il fondamento della democrazia

Il tema che affrontiamo questa sera è uno dei temi oggi più discussi in Italia e non solo, perché solleva un problema reale ed è il problema del fondamento nelle democrazie. Oggi la maggior parte dei nostri sistemi politici si dicono democratici; che cosa sia poi la democrazia è un altro discorso. Oggi si avverte che la democrazia ha un problema di fondamento. La democrazia come semplice regime politico legato ai numeri, un regime in cui la maggioranza ha il diritto di decidere per tutti, è un regime già morto e distrugge le sue stesse premesse.

Un regime politico che non abbia un suo fondamento, un suo fondamento di valore, (della parola ‘valore’ voglio poi discutere) è un regime che diviene lo strumento per il vivere bene personale, per il benessere individuale. Nelle discussioni che si fanno su questo argomento si mette insieme questo binomio: democrazia -eudemonia; eudemonia è una parola classica che viene da lontano, vuol dire vivere bene. E allora che cosa succede? Avviene che coloro che si presentano alle elezioni per essere eletti, promettono agli elettori il benessere.

Se non ci sono fondamenti di valore, il benessere è un benessere materiale, ed allora promettendo benessere, bisognerà poi mantenerlo, almeno in una certa misura; se poi non si mantiene per nulla, gli elettori toglieranno il consenso. Ma se la democrazia è basata sul consenso, e il consenso si cerca promettendo benessere, è un regime che distrugge le risorse, distrugge la natura, il bilancio dello stato, ed alla fine si trova a non avere più nulla in mano e mette sul lastrico le prossime generazioni. E’ un regime che si auto distrugge e difatti noi siamo su questa china; lo stato ha distrutto le sue risorse e il deficit fiscale dello Stato è la manifestazione di un grave degrado. La democrazia per vivere, o meglio i governanti per vivere debbono promettere progressivamente sempre di più in termini materiali.

Ed è per questo che ci si rende conto che la democrazia si fonda su qualcosa d’altro che non sia il puro benessere materiale; inoltre quando il benessere materiale non è collegato alle altre cose, diventa il benessere materiale dei più forti; che se poi si comincia a parlare di benessere materiale equilibrato diffuso secondo i principi di equità e di uguaglianza, allora si deve introdurre un criterio di valore. La democrazia come puro rituale, come puro meccanismo che si basa su partiti politici, leaders politici, competizioni elettorali, richiesta di voti, formazione della maggioranza, cioè un meccanismo freddo privo di contenuto, è destinato presto ad auto distruggersi.

Valori e Principi

E dunque il problema è di stabilire dei fondamenti diversi.
E qui entrano in campo i valori; se intendiamo per valori non il benessere materiale, ma qualcosa di più elevato in nome del quale sia possibile chiedere sacrifici, ne viene fuori un concetto di democrazia che non è il regime del Bengodi; in regime di bengodi si può vivere e sopravvivere per un certo periodo di tempo; distruggendo risorse, togliendo prospettive a chi verrà un domani; la democrazia è un regime austero, un regime difficile, perfino un regime contro natura; se noi pensassimo che la natura dei esseri umani è solo rivolta al soddisfacimento delle proprie esigenze e dei propri bisogni naturali. E di nuovo parliamo di valori.

Vorrei fare qui una piccola digressione, confessandovi contro tendenza, che mi sta antipatica la parola valori; penso che coloro che parlano troppo di valori sono persone losche, che hanno l’intenzione di ingannare; per i valori entra in campo quella ambiguità di cui ho parlato all’inizio; e faccio due esempi: prendo di nuovo la guerra e la pace. La pace naturalmente è un grande valore; è una bella cosa; ma quando si usa la pace come valore, come qualche cosa che sta là in fondo alle nostre prospettive, ed è il fine delle nostre speranze; quando il valore è un fine, voi capite che quanto più elevato è il valore, tanto più autorizza l’uso di qualunque mezzo; se il fine è nobilissimo come la pace, la pace giustifica la guerra.

Pensate alle grandi ideologie del secolo scorso: l’armonia universale come fine; tanto più elevato il fine tanto più giustifica qualunque mezzo. Il fine giustifica i mezzi, il valore come fine giustifica qualunque mezzo. Per questo vi dicevo i grandi discorsi sui valori mi lasciano molto freddo; sono molto belle le cose che stanno lontane; a me interessa sapere quello che succede adesso; mi interessa sapere che cosa accade nel percorso da qui al fine ultimo; se per raggiungere quel fine faccio la guerra, una guerra di sterminio, la mia pace diventa la pace dei cimiteri, come diceva Kant. Ed io non posso più essere d’accordo. Questo ragionare per valori ha un aspetto seducente, ma se grattiamo l’apparenza, la scorza di questi discorsi, ci accorgiamo che sono discorsi che servono a legittimare qualunque cosa: legittimare le prepotenze, per arrivare a quelle cose, che ci vengono indicate come fini desiderati; ragione per la quale io penso che sia buona cosa abbandonare queste prospettive legate ai valori e ragionare in un’altra prospettiva che non è quella dei valori, ma dei principi.

Vi ho detto che i valori stanno là in fondo; i principi viceversa stanno all’inizio. Prendiamo la pace: se io la uso come valore, sta là in fondo e per raggiungerlo posso fare qualunque cosa;
ma se io la pace la uso e ad essa mi riferisco come principio, significa che non ce l’ho scritta là in fondo, ma ce l’ho scritta alle mie spalle; dà origine ed è al principio dei miei azioni.

Ma allora che vorrà dire? Stiamo parlando sempre della stessa cosa: la pace; ma in modo molto diverso; se sta alle mie spalle vorrà dire che per essere fedele al principio pace sarà proibito qualsiasi comportamento violento. E’ un piccolo scherzetto di prospettiva; ma capite come cambiano le cose quando lo stesso bene, in questo caso la pace, viene posto di fronte, oppure se viene collocato alle spalle, all’inizio come guida continua e permanente della nostra azione.
Per questo io preferisco di gran lunga i discorsi basati sui principi; il contenuto può essere lo stesso; nell’esempio che vi ho fatto, la pace può essere il contenuto di un valore o di un principio. Però è il modo di trattarlo, è l’atteggiamento che noi abbiamo di fronte a questo bene, che cambia radicalmente.

A proposito di principi, il Cristo…

Visto che siamo in un ambiente cristiano cattolico facciamo un altro riferimento. Il Cristo che cosa è? È un valore o è un principio? Scusate, se ci fosse un teologo, mi direbbe che la domanda è mal posta. Cristo è il figlio di Dio. È il dio fatto uomo. Ma noi rispetto al Cristo come ci atteggiamo? O anche il Cristo rispetto a noi? Il Cristo si pone forse come un obiettivo finale, che vuole trionfare attraverso le nostre azioni? il Cristo ha bisogno di noi?

Oppure il Cristo è qualcuno che si propone, che dice prendi la tua croce e seguimi, vieni con me? Cristo è uno che ci accompagna quotidianamente nelle nostre azioni. Il Cristo non ci chiede affatto di costruire il mondo cristiano, non lo chiede a noi come obiettivo; ci dice seguimi. Il mondo, la Gerusalemme perfetta non la costruiremo noi, la costruirà il Cristo nella sua seconda venuta.

Il Cristo si propone come un nostro amico, qualcuno che sta vicino a noi nella nostra azione quotidiana, come un principio; il Cristo come valore sarebbe il Cristo che giustifica le crociate; il Cristo come principio è il Cristo che dice: ogni volta che avete dato da mangiare, ogni volta che avete vestito un povero, l’avete fatto a me; è qualcuno che mi segue quotidianamente, l’amico del giorno per giorno, un amico esigente.

Vedete come cambiano le prospettive; ci sono rovesciamenti che fanno venire anche un po’ i brividi. Ma ci rendono consapevoli del veleno che queste parole contengono. La parola valore è una parola velenosa, pur essendo così seducente; velenosa in questo aspetto, perché può essere usata per consentire qualunque cosa. E allora veniamo al nostro tema: laici e cattolici, credenti e non credenti.

La sobrietà in democrazia

Riprendo il discorso: Una democrazia non si distrugge, non si auto distrugge a condizione che possa mettere in campo contro le tendenze all’auto consunzione, contro la eudemonia materiale, possa mettere in campo dei principi. Dei principi che possano indurci per esempio ad una vita sobria, che preservi la natura per noi e per chi verrà dopo di noi. Se ci riflettiamo la democrazia se non ha questa ancora di salvezza, questa remora, diventa il regime della consumazione di tutti i beni materiali della vita in un momento solo, un regime che non guarda lontano. E perché diventerebbe un regime che non guarda lontano? ma perché i governanti in democrazia devono richiedere consenso dai propri governati, una volta si diceva ogni cinque anni, quando ci sono le elezioni. Oggi invece, con le tecniche demoscopiche e con i sondaggi, i governanti ritengono di dover essere in sintonia con le aspirazioni dei governati minuto per minuto e se queste aspirazioni sono di consumo materiale, voi capite con quanta velocità un regime si può corrompere, può arrivare alla fine; per questo nasce il problema di elaborare principi; un altro direbbe valori, ma io preferisco principi: sia per quanto riguarda gli aspetti materiali, ma anche per quel che riguarda aspetti etici, anche se l’etica abbraccia pure gli aspetti materiali.

Anche sui temi etici c’è il rischio che prevalga l’aspetto del puro benessere. Prendiamo il problema dell’aborto; o il problema dell’eutanasia o il problema della procreazione assistita, o la ricerca sulle cellule staminali, tutti temi legati alla etica della vita, della nascita, della morte. Anche lì avanza il rischio che tutto si consumi senza principi di riferimento. E che la democrazia non sia che la via per dire “liberi tutti”. Il Bengodi per tutti; e allora capite che proprio in quanto democratici e si voglia vivere in democrazia, c’è bisogno di costruire un terreno di principi comuni, che costituiscono un argine alle degenerazioni puramente egoistiche e materialistiche della democrazia.
E chi lo stabilisce questo terreno? Siamo noi, è la società, in tutte le sue componenti, laici credenti non credenti.

Mondo cattolico:la questione democratica

Qui adesso parlo del mondo cattolico poi più sotto dei non credenti, in termini critici. Oggi in riferimento al mondo cattolico si è aperta, o meglio si è riaperta una questione democratica: non è più così evidente la compatibilità tra l’appartenenza alla Chiesa cattolica e la democrazia. Storicamente questo rapporto tra cattolicesimo e democrazia è stato per molto tempo un rapporto difficile, complesso.

Intanto facciamo una prima considerazione: la Chiesa non ha mai sposato una forma di sistema politico, per abbandonare tutti gli altri. La posizione della Chiesa prima del Concilio Vaticano Secondo ha detto che qualunque regime è buono purché rispetti alcune cose. Nell’enciclica Rerum Novarum del papa Leone XIII, non c’è nessuna presa di posizione rispetto ad un regime piuttosto che ad un altro, però si afferma l’esigenza di rispettare i diritti della Chiesa e dei credenti; ed anche i diritti dei lavoratori, non tanto sotto forma di diritti, anche se si dice che quella enciclica ha scoperto i diritti umani; se voi la leggete non si parla mai di diritti se non in riferimento ai diritti dei credenti.
Sui lavoratori, non si dice che essi hanno diritto alla giusta mercede, ma si dice che sono i datori di lavoro che hanno il dovere di retribuire in maniera adeguata, nella giusta misura, senza eccedere, perché una retribuzione eccessiva è contraria ai buoni costumi; questo è interessante, sono posizioni viste dal punto di vista dei doveri, i doveri nei confronti dei più deboli, ma non si afferma ancora l’esigenza dei diritti dei più deboli da far valere, da brandire contro i più forti; ma questo risponde ai tempi, allora era così; la Rerum Novarum si limita a dire che qualunque regime politico va bene purché rispetti alcuni criteri di giustizia.

Con la evoluzione, questi principi di giustizia sono diventati i diritti umani, il rispetto della persona umana. Il papa Giovanni Paolo Secondo ha molto insistito su queste cose, nel discorso tenuto alle nazioni unite. E si è giunta alla conclusione secondo cui il regime politico più desiderabile, l’opzione preferenziale della Chiesa Cattolica è la democrazia, perché più si insiste sulla dignità umana e più è facile vedere che tra tutti i regimi politici è la democrazia quello che più corrisponde all’idea della dignità umana; emerge quindi l’idea che i singoli, le singole persone siano capaci di auto governarsi e non si debbono mettere nelle mani del potente di turno. Quindi diciamo che la Chiesa cattolica recentemente ha fatto questa opzione preferenziale, anche se non è una opzione assoluta, infatti non c’è nessuna condanna per i regimi non democratici, c’è solo una preferenza verso la democrazia.

Un esempio per chiarire la condizione dei cattolici

Storicamente il mondo cattolico ha avuto delle difficoltà a integrarsi in sistemi politici in cui ci fosse posto per tutti. Faccio un esempio, il primo esempio che mi viene. Nella guerra di religione, nello scisma che si è avuto in Inghilterra dopo le vicende di Enrico VIII si è aperta una grande discussione sul diritto di cittadinanza, vale a dire sul godimento dei diritti nella città ed il grande filosofo John Locke in un testo molto famoso, “L’epistola sulla tolleranza” si era battuto a favore del principio di tolleranza, ma con due eccezioni.

La prima eccezione riguardava gli Atei; gli Atei non possono godere della tolleranza perché la vita sociale è un continuo contatto reciproco, un continuo stringere accordi, contratti, formulare promesse, aspettarsi delle risposte e gli atei che non credono in Dio non ci danno nessuna sicurezza di essere disposti a rispettare gli impegni.
La seconda eccezione riguardava i cattolici; perché ai cattolici non doveva essere riconosciuta la piena cittadinanza? Perché in un regime politico libero, le decisioni presuppongono che la discussione sia tra uomini liberi; uomini capaci di impegnarsi, di dare la propria parola e soprattutto capaci di dialogare con il proprio simile e di cambiare le proprie opinioni ed eventualmente farsi convincere dalle buone ragioni altrui.

Solo a questa condizione la democrazia non è uno scherzo. Non è un inganno. Solo a condizione che tutti noi si sia disposti a cambiare le proprie posizioni dopo aver dialogato, dopo aver eventualmente riconosciuto buone, migliori le ragioni degli altri. Ma allora si diceva che i cattolici, i papisti come venivano chiamati, non erano in questa condizione perché erano obbligati ad un vincolo di fedeltà alla parola del Papa, cioè ad un’autorità esterna. Come si può dialogare con qualcuno che si sa non avere una propria civile, culturale opinione, ma dipendere pienamente dalla parola altrui? E questo è un grave problema per la democrazia.
Un’autentica democrazia presuppone una discussione libera da preconcetti indiscutibili; la democrazia è regime dove tutti devono riversare con forza e con convinzione le proprie credenze ma sempre con la possibilità di trovare l’accordo, e quindi di smussare i propri giudizi ed anche di cambiare.

Il problema non riguarda solo il mondo cattolico; infatti in Italia dopo l’approvazione della Carta Costituzionale si riteneva che i Comunisti dovessero star fuori da certi organi costituzionali, ed un mio grande collega costituzionalista Leopoldo Elia aveva elaborato la formula Conventio ad excludendum, cioè tra tutte le forze politiche si era formato un accordo, una convenzione per escludere i comunisti dal governo, dalla Corte costituzionale, dalla magistratura , perché si riteneva che non fosse ammissibile in una democrazia una forza etero diretta; diretta dalla Unione Sovietica.

Ancora. Quando adesso si discute il diritto di voto da riconoscere agli extra comunitari, ad uomini e donne dell’Islam, uno degli argomenti che viene fatto valere è ancora questo: costoro non sono disponibili per un libero dibattito, ma prendono ordini dai loro Imam o da altre centrali esterne alla vita civile.

Per molto tempo, per molti decenni noi abbiamo ritenuto che questo problema fosse superato nei confronti del mondo cattolico; anzi il mondo cattolico è stato uno dei pilastri su cui si è costruita la nostra democrazia; poi il Concilio Vaticano Secondo è giunto a teorizzare la presenza democratica dei cattolici perché ha riconosciuto che i cattolici nelle cose civili godono della più ampia autonomia e debbono sopportare la loro personale responsabilità. Certo, fedeltà ai principi della fede ma una cosa è la sfera della fede, un’altra cosa è la applicazione in concreto, che deve tener conto di molteplici elementi, compreso il fatto di fare parte di una comunità politica complessa. Ed in questa sfera il Concilio Vaticano Secondo ha riconosciuto la piena autonomia del cattolico. La libertà del cristiano. Che è qualcosa di più dell’autonomia del cattolico.

Quando si è cattolici il riferimento alla fede è comune; ma il salto dalla fede alle cose di questo mondo è un salto abissale; e per fortuna la distanza è abissale perché è in questa distanza che si gioca l’autonomia, la responsabilità, la coscienza e si può costruire quel terreno comune nel quale operano credenti e non credenti. Ma se dalla fede viceversa si fa discendere dogmaticamente le conseguenze in rem (sui fatti) allora le cose non funzionano più. Vale la vecchia diffidenza nei confronti di coloro che apparentemente fanno parte della medesima città, ma si comportano in questa medesima città come portatori di istanze esterne. Viene in evidenza una doppia natura, l’essere cittadini ed essere uomini di chiesa che è un problema che si risolve solo a condizione che all’essere cittadino si riconosca l’autonomia necessaria. Questo dal punto di vista costituzionale; ma poi come dicevo in apertura, essere uomini di fede non è una fortuna è una sofferenza.

la interpretazione della parola di Dio

Una digressione: io sono stato nove anni alla corte costituzionale e nelle nostre discussioni delle cause (la Corte Costituzionale applica la Costituzione), una cosa che dicevo sempre era la citazione del Salmo 62, che contiene questa frase: Una parola disse l’Eterno, due ne ho udite. I miei colleghi dicevano che La Costituzione è chiara; ma (anche qui possiamo dire che) una parola dice la Costituzione, due ne possiamo sentire.

Ecco, questo riferirsi alla Parola Divina davvero voi pensate che ci possa dare la ricetta chiara, unica, univoca per risolvere i nostri problemi quotidiani? La Parola di Dio non ci dà delle risposte, ci interroga profondamente . E se posso dire una cosa blasfema, se qualcuno ritiene, facendosi forza della parola di Dio di sostituirla con una sola parola sua, e cioè parlare in nome di Dio e dire che le cose stanno così e solo così, costui è blasfemo. E’ perfino una posizione di idolatria.

Chi maneggia la parola di Dio, dovrebbe sempre tenere presente che la sua è una parola umana, che ha a che fare con la Parola, incommensurabilmente lontana e di fronte a questa parola la prudenza non è mai troppa, e il dubbio non è mai eccessivo. Quello che io ho sempre considerato un errore che non riesco a spiegarmi è l’affermazione per cui si dice: i credenti non hanno dubbi.
Io invece affermo che se mai sono i non credenti che non hanno dubbi; io (in quanto non credente, ma abbiamo escluso la distinzione tra credenti e non) posso attaccarmi al potere al denaro e non avere dubbi, ma chi invece fa professione di fede in una parola così lontana; o meglio vicina rispetto alla nostra esistenza, ma così lontana rispetto al nostro punto di vista sul quotidiano, e sempre inesauribile nelle interpretazioni, come può affermare che la sua è la vera interpretazione? Per fortuna la parola di Dio è inesauribile. Sono duemila anni che ci parla e ci parlerà ancora. Ma proprio per questo vuol dire che nessuno, in nessun momento può dire che la Parola di Dio significa solo questo, ed escludere qualunque altra cosa.

La parola di Dio ci interroga in coscienza, ci chiede responsabilità; ed è quello che ci chiede la democrazia. E da questo punto di vista non c’è niente di scandaloso, di difficile che credenti e non credenti si trovino d’accordo. A condizione che i credenti non siano credenti dogmatici e i non credenti si preoccupino di quei principi di cui vi parlavo, siano alla ricerca di principi etici comuni; perché se sono dei cinici, dei nichilisti, portati solo a coltivare se medesimi è chiaro che a loro questi discorsi non interessano.

La questione laica della democrazia

La difficoltà del dialogo da parte del mondo dei non credenti sta nello scetticismo assoluto; lo scettico quello che non crede in nulla, crederà solo in se stesso, nel suo potere, nel suo arricchimento, nel suo godimento quotidiano, crederà in una dimensione puramente individuale della esistenza e non avvertirà nessuna esigenza di confrontarsi con il proprio prossimo per stabilire un terreno comune che va al di là del proprio tornaconto.

Il terreno comune del confronto è fatto di principi, non è la somma dei desideri di ciascuno, deve essere qualcosa di qualitativamente diverso; ora chi non crede in nulla e crede solo in se stesso, agirà solo in termini individualistici. Seguirà l’etica del predominio del più forte; costoro sono fuori del dialogo.

La democrazia taglia fuori le due ali estreme: il dogmatismo del dogma, stiamo parlando del mondo cristiano e dall’altra parte il dogmatismo scettico; non c’è posto in democrazia per questi opposti.

Intendiamoci, vi ho detto che oggi c’è un problema, c’è una questione cattolica rispetto alla democrazia, ma c’è anche una questione laica. Quanti sono infatti i soggetti politici che non credono nella democrazia, ma della democrazia si avvalgono? Quanti sono coloro che pensano che la vita politica consista semplicemente nel vincere le elezioni, con qualunque mezzo; e una volta vinta le elezioni si può fare qualunque cosa? Questa non è democrazia, questo è usare strumentalmente la democrazia per interessi propri.

Oggi si parla poco di questione democratica riferita al mondo laico. Se ne parla poco, troppo poco.
Forse se ne parla poco perché è una questione perenne, ma viene posta da coloro, che delle forme della convivenza comune si avvalgono, le usano come dei mezzi, e non li considerano dei fini. O dei principi.

Il Concilio Vaticano Secondo sulla autonomia dei cattolici

Torniamo al mondo cattolico. La difficoltà oggi è riapparsa perché alcune proposizioni del Concilio Vaticano Secondo sono state messe in ombra.
La prima è questa: la responsabilità in prima persona dei cristiani adulti nella vita comune.
Il fatto che questa responsabilità personale sia messa in ombra ha come conseguenza il fatto che nella dinamica politica contano sempre meno i laici cattolici e sempre di più le gerarchie e man mano che ci si eleva nelle gerarchie appare sempre più evidente l’elemento dogmatico, il comando gerarchico. La dottrina sociale della Chiesa non è mai entrata a far parte di un dogma, però i confini tra le posizioni dottrinali impegnative e il dogma sono confini molto labili; e la Chiesa può (nel senso che è possibile che lo faccia; nota di chi trascrive) richiamare all’ordine anche per questioni relative all’ordine sociale se lo ritiene, agendo (quando agisce) dogmaticamente.

Lo spirito del Concilio era lo spirito dell’apertura, uno spirito ottimista; l’ultimo grande prodotto del Concilio, vedi Gaudium et Spes, mi è sembrata l’espressione del papa Giovanni Paolo Secondo: “non abbiate paura”; il Concilio era animato dallo spirito dell’Ottimismo del mondo cattolico, che pensava di poter animare la vita sociale, la vita politica, ma come mondo cattolico protagonista, non come obbediente ad un comando superiore.

Su questo io ci vedo una chiusura; e la conseguenza è questa, che spostandosi il centro di elaborazione delle posizioni del mondo cattolico nella vita sociale e politica verso l’alto, le Gerarchie cattoliche nel dialogo con chi entrano in contatto? Con le gerarchie dello stato!
Ma questo non mi pare che sia nel senso del Concilio; ed in questo dialogo è inevitabile che si chiedano favori reciproci.

E come i partiti politici, gli esponenti politici sono scandalosamente alla ricerca dell’appoggio della gerarchia cattolica in vista delle prossime elezioni; come scandalosamente alcuni nostri politici si prostrano per avere dalla Chiesa dei vantaggi politici, così è del tutto naturale che ci sia qualcosa di simile nell’altro versante e cioè che nella Chiesa, nelle sue strutture gerarchiche si chiedano in cambio dei privilegi.

La vicenda dell’esenzione dell’ICI, che tanta discussione ha suscitato, debbo dire con mia grande soddisfazione, nel mondo cattolico stesso, credo che abbia creato sconcerto. Questi privilegi sono il frutto di un rapporto democraticamente malato, non sano; ed in più in contrasto con i principi del Concilio; che in un passo della Gaudium et Spes dice che la Chiesa rinuncia ai privilegi, che la Chiesa non ripone le sue speranze nelle potenza di questo mondo; e rinuncia ai privilegi, anche se legittimamente conseguiti, quando questi privilegi siano di ostacolo alla sua missione profetica, quando siano scandalosi; e mi permetto di dire che questo privilegio (L’ICI) è scandaloso.

Verso la conclusione. Aborto ed eutanasia.

Vi siete addormentati?

Quello di cui si sente la mancanza sia sul versante laico che sul versante cattolico è una ripresa della discussione di questi temi dal basso, come stiamo facendo noi, qui e quando io ricevo lettere di posta elettronica da semplici cattolici che mi dicono: siamo d’accordo con quanto Lei dice, benissimo, dico, ma fatevi sentire.

Abbiamo la discussione sull’aborto aperta; avremo presto aperta la discussione sulla eutanasia. Già cova sotto la cenere. Il giorno che morirà l’onorevole Nino Andreatta, che da quasi quattro anni, colpito da un ictus, vive in stato vegetativo, alimentato artificialmente, il giorno che morirà si aprirà nel nostro paese un grande dibattito sull’eutanasia.

Ora noi cittadini democratici interessati al dialogo reciproco, sulla base della buona volontà, indipendentemente dal fatto che si sia credenti o non credenti, considerando che questa non è una discriminante, e che anzi l’essere credenti significa portare in questo dibattito convinzioni, perché il dibattito che si fa tra persone che non hanno convinzioni non serve a niente; noi cittadini democratici, lo ripeto, siamo d’accordo, siamo tranquilli nell’aspettare che i problemi si pongano senza che noi li abbiamo discussi, senza che siano maturate posizioni comuni? Se è così i problemi verranno trattati o con dictat dogmatici o sulla base di interessi di forze politiche che per ragioni di basso potere si allineeranno o non, sulla base di pure previsioni o calcoli di opportunità politica.

Pensiamo che vada bene tutto ciò? O non dovremmo noi come cittadini responsabili prendere la iniziativa?

Concludo con riferimento al dibattito sull’aborto. Da qualunque parte lo si guardi è una gravissima piaga sociale. Quando si scopre che l’ottanta per cento delle donne che chiedono di abortire sono extra comunitarie e chiedono di abortire perché vivono una condizione sociale che non permette loro di mettere al mondo un figlio; lasciamo da parte i problemi teologici di anima, di persona; quando si tocca con mano che molte donne abortiscono per ragioni sociali, perché la loro condizione sociale non consente una maternità serena, tranquilla, protetta, questo non è un problema dei cattolici, è problema di tutti, è una scandalosa ingiustizia il fatto che ci siano delle donne che per condizione sociale possono permettersi la maternità e che altre per condizioni sociali opposte non se la possono permettere è una scandalosa ingiustizia; qui non c’entra l’essere credente o non credente; questa ingiustizia interpella chiunque abbia a cuore qualche pur minimo principio di democrazia.

Vedete come il terreno è ampio per discutere di queste cose, ed è un terreno comune. Se invece su questo terreno incominciano a scaricarsi gli interessi elettorali per cui ci sono forze politiche che dicono che è meglio fare in questo momento una commissione di inchiesta perché così ci qualifichiamo come super cattolici agli occhi della Gerarchia e la gerarchia appoggia queste cose, è un dibattito che da un punto di vista democratico ha qualcosa di insano.

Concludo. Dicendo: diamoci da fare!!!!