Caravana

Dal 24 febbraio al 14 marzo 2001, il mondo ha assistito alla marcia zapatista, quale momento di confronto con il governo messicano per vedere riconosciuta la dignità dei popoli indigeni del Chiapas.
I due autori, presenti alla marcha zapatista, riportano le loro emozioni. C’era una volta un gigante corpulento, che camminava senza curarsi di nulla e di nessuno per le strade della terra.

Il suo sguardo dominava l’orizzonte lontano e quello vicino, individuando le possibili prede. Avvicinatosi a loro le allettava prima e poi le schiacciava; loro emettevano brevi grida soffocate e poi, malridotte, si rassegnavano a pagare il tributo al gigante. Il gigante mieteva ogni giorno più vittime e a breve si pensava avrebbe inghiottito tutto, infatti dove passava rimaneva il deserto.

Ma un bel giorno, al gigante che camminava col suo solito fare e pestando la terra, le erbe e gli alberi, parve di sentire un suono, come un rumore fastidioso che saliva da terra.. Dopo un po’ il fastidioso rumore crebbe e scoprì che erano le grida delle piccole formichine, che urlavano in tante e iniziavano a infastidirlo molto.

Dopo molte grida, anche il gigante cedette e, a malincuore, dovette aprire bene le orecchie per ascoltare, ascoltare cosa gridavano le numerose formichine. Il primo giorno dell’Anno del Signore 1994, sarà ricordato dal gigante come quello della ribellione delle formichine.

Dopo questa strampalata prolusione, cerchiamo di trasportare alla parola le emozioni provate durante la Marcha zapatista dal Chiapas a Città del Messico, durata dal 24 febbraio al 14 marzo, con la successiva permanenza nella metropoli del gruppo dei "comandanti" dell’EZLN sino a fine marzo. Non abbiamo partecipato a tutta la Marcha e quindi proviamo a fissare le nostre emozioni-riflessioni e quelle pervenute per "trasmissione" dagli altri partecipanti.

Caravana zapatista o crociata?

Caravana zapatista o processione?

Caravana zapatista o pellegrinaggio?

Tutto questo e forse niente di tutto ciò: così per la Caravana zapatista che ha percorso il Messico, portando una ventata di novità e di ottimismo nella federazione messicana e non solo lì.

Crociata, pellegrinaggio, processione sono tutte definizioni corrette, ma insufficienti per definire completamente il senso della Caravana. Non abbiamo trovato un’espressione che da sola indichi il passaggio fisico da un luogo all’altro e, allo stesso tempo, con la mente, il cuore e l’ideale che muove le persone.

Con questa comunanza tra movimento fisico e movimento di idee e di cuori si è svolta la Caravana zapatista: una lunga marcia che partita da San Cristobal de la Casas, nel profondo Chiapas, è terminata nello zocalo, la piazza grande della Ciudad de Mexico, con un bagno di folla che quella nazione non aveva mai conosciuto.

I carri e i cavalli hanno trovato quali sostituti gli autobus, i "camiones" in spagnolo, e furgoni e macchine, ovvero mezzi e persone in un cammino fatto di soste e di partenze da un luogo all’altro, da una piazza con molta gente in attesa, alla strada dove il ciglio della carreggiata era spesso delimitato dai piedi delle persone. Un contatto "fisico" si è stabilito tra i partecipanti alla Caravana e coloro che han gremito le piazze per ascoltare, applaudire, sperare assieme con l’EZLN, e con chiunque pensi che il color de la tierra è il loro, è il nostro colore e che dobbiamo far valere questo colore con dignità.

La Caravana ha rifatto in buona parte un percorso già rivoluzionario, quello di quasi cent’anni prima di Emiliano Zapata, comandante di quell’Esercito del Sur che infiammò i cuori dei campesinos di un Messico alla fame, un Messico che chiedeva la terra per tutti e che era, in buona parte, affetto dagli stessi problemi che hanno spinto gli zapatisti ad affrontare questa lunga marcia: povertà e discriminazione.

L’itinerario prevedeva il passaggio in varie città più o meno grandi del Messico, dove veniva data una testimonianza, ovvero un "acto publico", che si svolgeva nel centro del paese, spesso un paese addobbato a festa come per le grandi occasioni e le processioni con la Vergine in spalla.

L’acto consisteva pressappoco in un comizio, introdotto dal portavoce del locale comitato di accoglienza, poi con i discorsi di due o tre comandanti e quindi la conclusione del subcomandante Marcos. L’epilogo avveniva spesso con l’inno zapatista, mentre quello messicano veniva il più delle volte suonato all’inizio "dell’Acto".

Oggi, con forme diverse da quelle di Zapata, l’EZLN, rappresentato nella Marcha dai "24 comandanti", lotta contro l’emarginazione e per la dignità del popolo indigeno, che vive solamente dei prodotti della "propria" terra, oggetto delle mire profonde dei grandi interessi economici, lotta contro la vita quotidiana di stenti del cittadino messicano che non vive nel "quartiere rosa" di Città del Messico.

La Marcha zapatista ha mostrato come un movimento per i diritti di una parte del popolo possa diventare un punto di riferimento per molti; l’EZLN, con il suo fermarsi al III congresso indigeno (tenutosi per tre giorni a Nurio nello stato del Michoacan) ha discusso con i rappresentanti di quasi tutte le numerose etnie indigene del Messico (anche con quelle del Nord, fisicamente lontano) dei problemi degli indigeni in un Messico globalizzato e spersonalizzato, indigeni che sono privati delle terre, della selva e ancor di più della loro cultura, della lingua e di tutto quello che fa sentire vivo un uomo.

Dal Chiapas all’Oaxaca, dal Morelos al D.F. (Districto Federal), dal Queretaro al Michoacan, una profonda sete di futuro ha accompagnato la Caravana lungo la strada e nelle piazze: quella delle migliaia di persone (dapprima quasi solo indigene) che hanno salutato, osannato e incoraggiato questi 24 comandanti, Marcos, l’apparato di sicurezza e così, in cascata, tutti i partecipanti della Marcha.

Negli occhi della gente la speranza, nei cuori la gioia, come a dire "qualcuno ha osato gridare con parole forti l’ingiustizia", quelle persone che dopo la guerriglia del 1994, s’erano rifugiati nella Selva Lacandona e hanno resistito come le piccole formichine di fronte al gigante, per anni nella clandestinità, con parte del Chiapas che li sosteneva.

Quelle persone che all’inizio della Marcha hanno simbolicamente consegnato alle autorità armi che da tempo non sparavano più e hanno imbracciato l’arma, quella della parola semplice, precisa, determinata, seminata nelle piazze e lungo le strade: luoghi dove ci si può ancora incontrare!

Buona parte del popolo messicano ha accolto e nutrito gli zapatisti, ha ascoltato i messaggi di Marcos rivolti al "Messico futuro e possibile", infiammandosi quando il subcomandante sfidava il Presidente Fox (neoliberista che cerca di svendere il Messico al libero mercato), a parlare meno e agire di più.

E anche se in qualche città gli esponenti politici locali hanno a più riprese ostacolato il passaggio (in modo neanche troppo celato), è il popolo che dal Chiapas in poi, ha decretato il successo della Marcha, in un Messico in grosse difficoltà economiche e dove sono molte le persone che cercano di collegare pranzo e cena, senza riuscirci. E’ quel paese in cui la bevanda più diffusa è la Coke e non l’acqua, perché non potabile, in cui "se puoi consumare c’è di tutto". Il problema è che pochi possono e i più…

La Caravana va vista come la possibilità di esserci per i cittadini messicani, di farsi vedere e di vedersi, indigeni o non indigeni, per mostrare i loro striscioni, le bandiere, i cartelli su cui lampeggiava sì il loro sostegno all’EZLN, ma anche la voglia di chiedere, anche se poveri, una forma di politica a portata di tutti.

Ultima considerazione sulla partecipazione internazionale alla Caravana: all’appello lanciato da Marcos e compagni, hanno-abbiamo risposto in tanti. Tra le partecipazioni più numerose quella italiana, assieme con la statunitense e quella spagnola.

La delegazione italiana ha avuto anche una partecipazione veramente attiva per alcuni giorni, operando in qualità di servizio di sicurezza ai comandanti zapatisti. A tal proposito, alla denigrazione fatta da parte di alcuni media locali sulla presunta "invasione straniera", ha risposto il popolo messicano, manifestando calore e gratitudine per la partecipazione solidale degli stranieri, tanto che il motto che più di tutti si è gridato nelle piazze si esplica in solo tre parole: "no estan solo!".

L’appoggio dato da oltreoceano alla Marcha zapatista ha è stato fruttuoso anche per i partecipanti: la conoscenza, il dialogo, lo scambio avuto con i messicani non saranno dimenticati facilmente dagli stranieri, indifferentemente dalle appartenenze socio-politiche di ognuno, dal credo religioso e vestito usato, dal portare o meno una mono blanca (tuta bianca, simbolo delle persone non visibili, usato nelle ultime contestazioni antiglobalizzazione).

Queste parole sulla Marcha possono terminare ricordando Hyla, una giovane donna indigena con un bimbo piccolo sulle spalle: occhi grandi, velati da un messicano alone di malinconia, ma che guardano avanti al futuro, occhi che chiedono giustizia e dignità per sè e suo figlio.

19 aprile 2001