Carlo, il piccolo fratello universale

Imminente la beatificazione di Charles de Foucauld?

Per entrare nell’albo dei santi e dei beati sono richieste abitualmente lunghe e costose procedure. È per questa ragione, forse, che Charles de Foucauld non è ancora stato indicato dalla Chiesa come modello di santità. I piccoli fratelli di Gesù, suoi seguaci, infatti, hanno saputo mantenere il profilo di vita povero e dimesso, caratterizzato dall’umile lavoro e dalla condivisione con la parte più emarginata della società, tracciato dal fondatore, tanto da rappresentare una realtà un po’ anomala nel panorama delle famiglie religiose. Come ai suoi tempi Francesco d’Assisi, però, Charles de Foucauld non ha avuto bisogno di venire elevato ufficialmente agli onori degli altari per essere considerato un santo. Ma ora, dopo il via libera dell’inchiesta condotta dalla diocesi di Milano sulla prodigiosa guarigione di una donna (la seduta conclusiva dell’inchiesta è stata presieduta dal cardinale Tettamanzi lo scorso 4 marzo), il «piccolo fratello Carlo» potrebbe essere proclamato beato. Anche se veramente prodigiosa e stupefacente continua ad essere la sua vita — perché è la sua vita e non il miracolo a rendere manifesto in lui l’abissale mistero di Dio — che la Chiesa lo additi ad esempio dell’uomo di oggi è di grande rilievo perché viene proposta all’imitazione dei fedeli una scelta religiosa senza chiaroscuri, una scelta di una radicalità incondizionata e perché si rende onore ad un uomo che, in anticipo sui tempi, ha saputo praticare un dialogo con l’Islam, ispirato a principi di uguaglianza e di rispetto, molto eloquente per un mondo che assiste impotente o complice ad un inquietante scontro tra culture. Figlio di una nobile e ricca famiglia alsaziana, Charles de Foucauld nasce a Strasburgo nel 1858. Rimasto presto orfano e abbandonato a se stesso dall’autorità bonaria del nonno, venerato ma debole, sceglie la carriera militare. Frequenta la prestigiosa accademia di Saint­Cyr, dove però conduce una vita licenziosa, dissipando la fortuna familiare, tanto da indurre i parenti a chiederne e a ottenerne l’affido a un tutore. In Algeria, dove trascorse i primi anni di vita militare, la sua condotta era così scandalosa che fu posto nell’alternativa di abbandonare l’amante o di lasciare l’esercito. Scelse di lasciare l’esercito. Vi fu riammesso nel 1881 e fu l’inizio d’una vita nuova. Accettò di essere mandato in Africa e si dedicò all’esplorazione geografica di una zona ancora sconosciuta del Marocco. La sua opera Reconnaissance au Maroc (1882) gli varrà la medaglia d’oro della Società geografica nazionale.

La ricerca di Dio
Tornato a Parigi, nel 1886, un giorno entra casualmente nella Chiesa di S. Agostino e, senza alcun preavviso, è folgorato dalla percezione interiore dell’esistenza di Dio. Da quel momento, sotto la guida sicura dell’Abbé Huvelin, cerca di realizzare il prepotente bisogno di imitare concretamente la vita di Cristo nella vita religiosa. «Appena credetti che c’era un Dio, compresi che non potevo fare altrimenti che vivere solo per Lui: la mia vocazione religiosa risale al momento stesso della mia fede». Il Cristo a cui egli cerca di adeguare la sua vita è il Gesù che vive nel nascondimento e nell’anonimato di Nazareth, che esprime la sua divinità nella quotidianità della condizione operaia. De Foucauld vuole innanzitutto essere povero perché la povertà è la clausura dell’umile e del piccolo, perché la povertà conferma la fede nell’efficacia della grazia di Dio, perché solo attraverso la povertà estrema pensa di poter gridare il Vangelo con la propria vita. Nazareth è l’immagine di questa povertà. Decide inizialmente di entrare nella Trappa, che però abbandona perché non gli consente di esprimere il suo bisogno (che diventa sempre più sconfinato) di conformità anche esteriore alla situazione umana di Cristo a Nazareth. Gli nasce dentro il desiderio di ciò che chiama «abiezione», che significa rinunciare a tutto per «perdersi totalmente» nell’unione alla volontà di Dio, preferendo per sé «l’insuccesso totale e la perpetua solitudine, e i fallimenti in tutto». Sceglie di divenire un «abietto», fino a delineare nell’immaginazione la sua morte, come d’altronde effettivamente si verificherà sin nei particolari nove anni dopo: «Pensa che devi morire martire, spogliato di tutto, disteso a terra, nudo, irriconoscibile, coperto di sangue e di ferite, violentemente e dolorosamente ucciso […] e desidera che accada oggi». Matura l’idea di una nuova fondazione religiosa centrata sulla povertà estrema e sulla preghiera. A chi lo vorrà seguire pone tre condizioni: essere pronti a dare la propria vita senza resistenza, essere pronti a morire di fame e a obbedirgli, «nonostante la mia indegnità». Dopo aver vissuto alcuni anni in Terra Santa, Charles de Foucauld diventa sacerdote e si stabilisce definitivamente nella terra che aveva esplorato e che aveva amato, nel deserto algerino, ai confini con il Marocco. È il territorio dei Tuareg. Beni­Abbès, l’altopiano dell’Hoggar, Tamanrasset saranno i suoi luoghi. È lì che sposerà il popolo del deserto, studiandone la lingua, la mentalità e i costumi e condividendo la sorte di coloro ai quali manca tutto, ai quali non pensa nessuno. Appunta: «Siamo gli amici di quelli che non hanno amici. Siamo i padri, i fratelli, i figli degli abbandonati, dei diseredati, dei miseri». Questa condivisione estrema non ha obiettivi di conversione, non fa appello ad alcuna giustificazione. È il modo concreto di realizzare la sua vocazione.

Il rapporto tra cristiani e musulmani
De Foucauld diviene un pioniere nei rapporti tra cristiani e musulmani, rapporti che saranno ispirati al rispetto reciproco. Louis Massignon, lo studioso suo amico, di venticinque anni più giovane, che sperava potesse un giorno prendere il suo posto, esprimerà il senso di questo rapporto con il concetto di «ospitalità sacra», di una ospitalità, cioè, fondata sulla reciprocità della conoscenza e dell’accoglienza. Per Massignon, come per Charles de Foucauld, la radice divina dello spirito si manifesta nell’esercizio dell’ospitalità nei confronti del povero, che è l’espatriato per eccellenza. Questa ospitalità si realizza nel diventare a nostra volta degli espatriati interiormente, in modo da poter assumere l’altro, tutto l’altro, come fratello, in un atteggiamento di com­passione, che non si distingue dall’amore. L’ansia di Charles de Foucauld non è di portare il popolo del deserto al Vangelo, ma di rispondere a tutti secondo il loro desiderio e i loro bisogni, di essere tutto a tutti: «Io voglio abituare tutti gli abitanti cristiani, musulmani, ebrei e idolatri a considerarmi come loro fratello. Essi cominciano a chiamare la casa “Fraternità”, e ciò mi è dolce», scrive alla signora Bondy nel 1902. Per gli uomini blu, sarà il «marabutto» cristiano. La scelta del deserto è il modo concreto di spogliarsi di ogni possesso, di ogni conoscenza, di ogni appoggio per perdersi nel vuoto di Dio, e per tornare come fratello tra gli uomini. Il cammino del deserto è il cammino della fede nuda e della pura speranza.

Il deserto
È proprio a partire da quegli anni che il deserto entra nella mitologia della cultura francese ed europea. Qualche anno dopo la morte di Charles de Foucauld, Saint­John Perse scriverà in Exil: «Ho posto le mie fondamenta sull’abisso, sulla nebbia/ e sul fumo delle sabbie/ […] E improvvisamente tutto mi è forza e presenza, dove/ fuma ancora il motivo del nulla». Sono parole che Charles de Foucauld avrebbe potuto sottoscrivere. Il deserto, con la sua vertigine e il suo vuoto sconfinato, acceca ogni ipotesi, ogni progetto. Colloca l’uomo in uno spazio che è prima dello spazio e in un tempo che è prima del tempo. La vita nel deserto cresce dentro di sé e di sé nell’«abiezione», facendosi adorazione di una presenza personale e infinita. Il deserto è denso silenzio, che è prima e all’origine di ogni parola. Il silenzio che riempie il Verbo che il piccolo fratello Carlo adora prostrato davanti all’ostia sempre esposta nel suo misero eremo. In ginocchio, anche dieci ore al giorno. Il deserto è il vuoto in cui l’uomo è indotto a scoprire il senso di sé. In cui la sconfinata assenza tradisce l’infinita Presenza, in cui ogni cosa è nuova come all’alba della creazione. La ricerca di Dio, il deserto, l’amore per i fratelli sono i tre poli che orientano il cammino umano e spirituale di Charles de Foucauld. L’ex ufficiale degli Ussari cadrà il 1° dicembre 1916, vittima di una incursione di predoni del deserto, vittima della guerra che infuriava in Europa. Verrà ucciso dal mondo che aveva abbandonato e dal mondo che lo aveva accolto, con le mani e i piedi legati dietro la schiena e verrà gettato nudo nel fossato che circondava il suo eremo. Morirà solo (bisognerà aspettare gli anni Trenta perché sorgano i primi seguaci), come il seme evangelico che deve essere sepolto e macerare per far germogliare la pianta di una conquista basata non sulla sottomissione, ma sull’accoglienza dell’altro. Tutto era partito da una missione coloniale; tutto finì nel farsi schiavo di coloro che avrebbe dovuto colonizzare.