Caro Enzo

Caro Enzo, vorrei che tu fossi qui.
Ricordo quando, anni fa, siamo andati la prima volta nella casa di Enzo e Gabriella per proporgli di collaborare a Madrugada.
Enzo e io abitavamo a pochi chilometri di distanza e non ci eravamo mai incontrati. Che strano, ho pensato, per conoscerci dovevamo passare entrambi dal Brasile e attraverso la conoscenza di Beppe. Che strano: a volte occorre andare lontano per trovare un amico vicino.
Leggeva, traduceva e scriveva seduto alla sua piccola scrivania. E i suoi scritti avevano un sapore inconfondibile. Erano come distillati. Tutto il suo sapere biblico e teologico rimaneva sullo sfondo, non invadeva il campo. In primo piano c’era invece sempre la sua grande fiducia nell’uomo e la sua fede nel progetto divino.
Enzo non esponeva tesi, concetti, ragionamenti. Metteva in circolo le sue scoperte quotidiane, che poi erano le tante manifestazioni dell’unica e sempre nuova scoperta della centralità dell’uomo nel progetto divino. La grande responsabilità, ma pure la grande gioia di essere "costruttori del Regno". Non in astratto, ma ora, adesso, in questo preciso istante.
E c’era in Enzo una sommessa fiducia nella storia, la tranquilla curiosità di scoprire il nuovo che nasce, una capacità di accoglierti che sembrava una carezza.
La sua modestia era proverbiale. Ascoltava tutti come se da tutti ci fosse da imparare. E parlava per ultimo, come se le sue parole valessero meno di tutte le altre. Sapiente e profondo; ma discreto, schivo, modesto. Non solo. Enzo era mite. E solo conoscendolo ho capito perché i miti fossero stati inclusi nel discorso della montagna.
Ciao Enzo, grande amico.

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Leggo della nuova guerra all’Iraq. Mi fa paura, mi fa incazzare, mi fa disperare, soprattutto quel maledetto aggettivo. Inevitabile. Una specie di piano inclinato (Bush lo vuole!) che nonostante tutto – gli ispettori dell’ONU, le perplessità della Germania e della Francia, le manifestazioni e gli appelli pacifisti – ci porterà in bocca all’orrore della guerra.
Tra l’altro, si argomenta, gli americani hanno una certa premura. La guerra nel deserto bisogna farla in inverno, altrimenti le cose si complicano.
Così, i casi si riducono a due. O gli ispettori trovano negli arsenali di Saddam le famigerate armi di distruzione di massa. E allora si fa la guerra. Oppure gli ispettori non trovano niente, segno evidente che quel bugiardo di Saddam le ha ben nascoste da qualche parte. E allora si fa la guerra lo stesso.
Rimane il pacifismo. Peccato che il pacifismo, storia alla mano, ha sempre perso. È anche vero, come argomenta anche Adriano Sofri, che non ci si può limitare ad un semplicistico «No alla guerra» ma occorre appoggiare in tutti i modi la mediazione delle Nazioni Unite. Sappiamo però benissimo che l’ONU è sempre più ostaggio dell’unica superpotenza superstite. Così si torna al punto di partenza.
Anche questa guerra si farà. Non servirà per niente a debellare il terrorismo. Anzi, dopo sarà peggio. E dopo aver raso al suolo Bagdad, avremo bisogno di nuovi nemici per scatenare la nostra potenza.
Ma quale potenza? Se il pacifismo è impotente, la guerra è lo specchio fedele della nostra impotenza.

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La legge Bossi-Fini è una bella schifezza. Però, per il solo fatto di aver socchiuso la porta, e nonostante i mugugni di Bossi e Borghezio, sono emersi settecentomila irregolari che vogliono mettersi in regola.
Così tanti? Qualcuno si è addirittura sorpreso.
Basterebbe fare mente locale, provare ad immaginare tutta insieme in una piazza quella enorme folla variopinta, per capire che non è possibile affrontare il fenomeno della emigrazione come se si trattasse di un problema di ordine pubblico.
L’integrazione (il dialogo, il confronto, l’impegno verso i paesi di origine del fenomeno e le loro disastrate economie) non è una alternativa: è l’unica strada da battere. L’altra via – la famigerata "tolleranza zero" – equivale ad una benda sugli occhi. Ci farà diventare più cattivi, aumenterà la nostra paura, ma non servirà a un bel nulla.

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«Papà, cosa dici, è solida la nostra scuola?». Amelia me lo chiede all’improvviso, prima di scendere dalla macchina con lo zaino sulle spalle. «Certo che sì – rispondo – altrimenti non ti ci mandavo!».
Sono le otto e mezza del mattino di un giorno non qualsiasi. La sera prima, alla televisione si contavano le piccole vittime di San Giuliano.
Pochi giorni dopo ho letto sulla stampa che la mia rassicurante risposta era perlomeno affrettata. Più del cinquanta per cento delle scuole italiane sono sprovviste di una certificazione di sicurezza.
L’Italia intera – compresa la signora Ciampi – si è commossa davanti alla lunga fila di bare bianche degli "angeli di San Giuliano". È giusto, normale, inevitabile. Ma è normale, inevitabile ed ingiusto dimenticare in fretta. Ed è quello che sta accadendo, visto che nessuno pare disposto a scendere in piazza per pretendere la messa a norma (subito!!!) delle migliaia di scuole malcostruite, vecchie e fatiscenti.
Valga come prova del pressappochismo nazionale – e di noncuranza, di superficialità, di cinismo – la atroce vicenda della commissione di esperti, prontamente incaricata dal governo, che dopo aver studiato attentamente le carte ed i progetti della scuola di San Giuliano ha emesso un giudizio di conformità. Tutto in regola, insomma. Salvo scoprire che le carte si riferivano ad un’altra scuola, non a quella polverizzata dal terremoto.

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Tranquilli, l’elezione di Miss Mondo si farà. A Londra, in qualche grande albergo, protetto come un bunker per paura dei possibili attentatori.
Come si dice: lo spettacolo deve andare avanti!
E chi se ne frega dei massacri in Nigeria. Chi se ne frega dei rumori di una guerra sempre più vicina. Chi se ne frega delle tante critiche ad un concorso idiota, anacronistico, che torna a riproporre il logoro culto della donna oggetto.
Andiamo ragazze, vi stanno prendendo in giro: girate i vostri altissimi tacchi e tornatevene a casa! Tra l’altro, coi tempi che corrono, diventare Miss Mondo non è una gran soddisfazione. Questo mondo non vi merita.