Cercare fin dentro la notte il senso

Solstizio d’estate

«Chi ammira soltanto le cose

che destano meraviglia è un’amante

che sta davanti ad una porta diversa da quella dell’amato».

[Mistico musulmano]

«Il primo servizio che si deve al prossimo

è quello di ascoltarlo».

[Dietrich Bonhoeffer]

Qualche volta mi prende il sentimento dell’urgenza. Tante, troppe cose non dette: e il tempo s’accorcia, il silenzio cresce. Quale scegliere fra le mille storie, i mille frammenti di vissuto, di parole udite, che riemergono incessantemente nell’anima? Dal riciclaggio di quali scorie accendere fuoco e luce, calore ed energia pulita per il cuore degli altri? Come giungere al cuore, come trasmettere quell’intelligenza del cuore senza la quale è vano, freddo e ottuso ogni sofisticato esercizio di pura intelligenza? Scorie che si fan luce, amore.

I giorni del canto

Questi del solstizio estivo sono giorni di festa: la massima declinazione del sole coincide con la massima copertura di luce. L’arco del giorno si apre a ventaglio e la vita si dilata nella sua massima ampiezza.

Dicono che i giorni del solstizio estivo siano i giorni della vecchiaia. Giorni di nostalgia e di attaccamento alla vita che scorre. Si prende ogni attimo, ogni momento, si raccoglie ogni secondo come fosse unico e irripetibile. Non si getta via nulla.

Questi del solstizio estivo sono i giorni del presente. Tutte le cose rimangono visibili nel tempo e perfino la lentezza, propria del vecchio riesce ad arrivare prima che le cose tornino nella loro oscurità. Le cose, si rivelano per quello che sono, non velate dalla fretta dell’oscurità.

Questi del solstizio sono i giorni del meriggio, della siesta. Si dovrebbero chiudere le attività, fermare il lavoro, interrompere i progetti e lasciare libero corso alla soavità del pensare. Si dovrebbe solo guardare la luce, seguirla con l’occhio, rischiarare la pupilla con il colore del mondo. Fino ad esserne sazi.

Ma anche le notti del solstizio estivo sono giorni. Le notti sono chiare anche quando la luna è imperfetta.

Una canzone brasiliana di Zè Vicente, molto struggente, dice così: «Quando i giorni della pace rinascono, quando il sole della speranza brilla, io voglio cantare».

Ecco perché questi del solstizio estivo sono i giorni del canto.

Bach in macelleria

Mi piace ascoltare musica mentre scrivo e leggo. La musica ha il potere di stregare: entra nel mio corpo, mi possiede e io divento un altro. Ora l’organo sta suonando un corale di Bach. Tutto è bello, armonico, in un paesaggio dell’anima.

Eppure Bach, modesto organista in una cittadina di campagna, non aveva ottenuto né fama, né riconoscimento. Aveva l’obbligo settimanale di comporre mottetti sacri per la liturgia del culto luterano. Le sue composizioni, una volta eseguite, venivano dimenticate e conservate in ceste e scaffali, in qualche stanza adiacente alla chiesa. Nessuno si interessò per quello che lasciò scritto e i suoi manoscritti furono ceduti ad un macellaio che li usava per avvolgere la carne venduta ai clienti.

Mendelson, per caso, andò a comperare carne da quel macellaio. Rimase sbalordito da quello che vide scritto sulla carta in cui la carne era avvolta. Fu così che Bach fu scoperto nel luogo più deprimente del mondo: in una macelleria avvolgendo carne. Grazie a Dio, Mendelson non era vegetariano.

Caro Ahmed

Un vecchio arabo, residente a Chicago da più di quarant’anni, vuole piantare delle patate nel suo giardino, ma arare la terra è diventato un lavoro troppo pesante per la sua veneranda età. Il suo unico figlio, Ahmed, sta studiando in Francia.

Il vecchio manda una e-mail a suo figlio spiegandogli il problema: «Caro Ahmed, sono molto triste perché non posso piantare patate nel mio giardino quest’anno. Sono troppo vecchio per arare la terra. Se tu fossi qui, tutti miei problemi sarebbero risolti. So che tu dissoderesti la terra e scaveresti per me. Ti voglio bene. Tuo padre».

Il giorno dopo il vecchio riceve una e-mail di risposta da suo figlio: «Caro papà, per tutto l’oro del mondo non toccare la terra del giardino! Lì è dove ho nascosto ciò che tu sai… Ti voglio bene anch’io. Ahmed».

Alla ore quattro della mattina seguente arrivano la polizia, gli agenti dell’FBI, quelli della CIA, la SWAT, i Rangers, i Marines, Steven Seagal, Chuck Norris, Arnold Schwarzenegger e i massimi esponenti del Pentagono che rivoltano il giardino come un guanto, cercando materiale per costruire bombe, antrace o qualsiasi altra cosa. Non trovando nulla, se ne vanno con le pive nel sacco…

Lo stesso giorno l’uomo riceve una e-mail dal figlio: «Caro papà, sicuramente la terra adesso è pronta per piantare le patate. Questo è il meglio che ho potuto fare date le circostanze. Ti voglio bene. Ahmed».

Disprezzo della vita, guerra, terrorismo

L’atto terroristico di Londra ci toglie anche le parole. Insieme alle vite umane di innocenti, sono falciate anche le nostre speranze e le nostre lotte per la giustizia globale. A questo punto diventa sempre più difficile elaborare il lutto e sanare le ferite.

Banale, nella sua assurdità: i terroristi non uccidono i potenti, ma usano l’arma del terrore per scaraventare la nostra quotidianità in una spirale dell’orrore.

Con questo orrore si convive e spesso si muore, in un qualsiasi villaggio dell’Iraq, dell’Afghanistan o della Palestina. In questo non c’è nessuna differenza.

È il disprezzo della vita umana teorizzato e praticato, l’elemento che accomuna guerra e terrorismo, rendendo le due parole sinonimo l’una dell’altra. Da una parte (propagandisti dell’occidente ferito) e dall’altra (vendicatori del sud martoriato) la guerra serve solo a riprodurre se stessa: è produzione di morte per mezzo di morte.

Non c’è nessuna spirale guerra-terrorismo da spezzare, c’è da opporre un no irriducibile alla violenza. Perché come dice una sura del Corano: «Chi uccide un innocente, uccide l’intera umanità. Chi salva un innocente, salva l’intera umanità». Invece da noi (dimenticando che il terrorismo non ha né fede, né razza, è un crimine e basta), si punta all’accostamento bombe – islam – mussulmani – immigrazione. Si invoca la legge del taglione e si rivendica la demenza di fare la guerra al terrorismo colpendo uno stato, come se si trattasse di un esercito regolare al di là di una frontiera, rifiutando che la soluzione può essere solo politica e non militare.

Esaltando la nostra bontà, i nostri ideali, la nostra clemenza e la perfidia di chi ci odia, sospendiamo il pensiero autocritico, ci esaltiamo in una autovenerazione collettiva e cadiamo vittime della logica della guerra. Logica che ci impone di svilire il nemico, così che, da un lato veneriamo e piangiamo i nostri morti, d’altro siamo stranamente indifferenti a quelli che ammazziamo noi. I nostri morti e i loro morti non sono uguali. I nostri contano, i loro no.

Scrive Umberto Galimberti: «Il patriottismo è un tipo particolare di religione: assicura agli uni la benedizione, agli altri la maledizione e, come in ogni religione, il dissenso, la discussione sui fini, la denuncia dei crimini di guerra commessi minano le certezze e perciò vanno ignorati e zittiti. Perché l’obiettivo è dimostrare alla comunità che quanto essa ha di più sacro è minacciato: la nostra vita religiosa e culturale, persino la nostra identità. E così si cancella ogni atteggiamento critico, ogni differenza, ogni sfumatura, ogni forma di pluralismo, perché, come ogni totalitarismo insegna, creano troppa confusione fra le masse».

Il male che è dentro di noi

C’è su tutto il mondo umano la minaccia di terrore e orrore. Non la sola minaccia dei ribelli, ma anche sistematica, irridente, feroce, studiata, astuta la violenza dei potenti. E noi siamo legati esistenzialmente a loro. In aggiunta ci tocca di sentire, nel dibattito pubblico, voci di intelligenze malvagie e astute, dotate di ricca amplificazione, che difendono e onorano quella violenza. La menzogna è sul trono. L’amarezza più nera scende dentro e può intossicare il cuore.

Col pretesto della civiltà e della democrazia, con leggi e granate, abbiamo devastato il Sud e l’Est del pianeta. Abbiamo scritto la storia dei vinti da vincitori e occultato tragedie immani. Gli oppressi hanno disimparato l’oblio e il perdono e sono entrati nella nostra logica. Ora vogliamo contrapporre vendetta a sopruso. Ricorrendo per esempio al terrorismo biologico di massa, l’esercito americano seminò nel Vietnam l’agente arancia e i defoglianti che provocarono mezzo milione di neonati deformi.

È l’ora dell’esame di coscienza. È il momento ideale per prendere coscienza che tutti abbiamo bisogno di perdono, perché non diventi realtà, quanto provocatoriamente e con un gusto amaro afferma Cioran: «Se si eccettuano alcuni casi aberranti, l’uomo non è propenso al bene».

Etty Hillesum, vittima della Shoah, donna di una sensibilità straordinaria, scrive: «Non vedo nessun’altra soluzione, veramente non ne vedo nessun’altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappare via il nostro marciume. È l’unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi e non altrove».

Prendersi cura del mondo

Nel nostro tempo stiamo scoprendo lo squilibrio che vivono i seguaci di Cristo, fra una proposta di fede intesa come ragione, e la debolezza di un’etica capace di opporsi al consumo dilagante, causa diretta di quella povertà-maledizione che è vera schiavitù del maggior numero di esistenze umane.

La crisi è stata aperta sul nascere del francescanesimo quando la prima generazione del poverello di Assisi non ha avvertito che la verità di Francesco consiste nell’essere vero e non nell’inseguire la verità, come bene da conquistare, che diviene facilmente conquista di potere incompatibile con l’autentica povertà.

Oggi la Chiesa cattolica è impegnata nel difendere la vita umana e si scontra con tecniche di manipolazione della vita. Questa discesa in campo, vista dalla parte dei poveri, lascia, però, freddi e perplessi. Noi tutti, individui e istituzioni, siamo coinvolti nell’idolatria di mercato, causa di una quotidiana distruzione della vita in misure mai raggiunte per estensione e profondità.

Campagna portata avanti con tutti i mezzi, mentre il continente africano agonizza, l’America Latina è paralizzata nel suo sviluppo, la gioventù dell’Occidente cristiano è sempre più dominata dall’idolatria e ci fa pensare all’ironia evangelica che colpisce chi sputa il moscerino e inghiottisce una trave.

Le varie spiritualità cattoliche seguite dai laici nel tempo attuale sembrano non includere la responsabilità del mondo. Invano il Concilio Vaticano II ha solennemente proclamato che il centro della predicazione di Gesù è il Regno, «regno di giustizia, di amore e di pace», che deve avvenire nel tempo per l’impegno e la responsabilità dell’uomo, chiamato a renderne conto il giorno della seconda venuta di Cristo, alla fine dei tempi.

Crystian de Clergé, monaco cistercense, vittima in Algeria della GIA (Gruppo Islamico Armato), aveva scritto: «La mia vita non ha un prezzo né maggiore, né minore di un’altra. In ogni caso non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per considerarmi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo».

Noam Chomski suggeriva, dopo la distruzione delle due torri, che c’è una ragione e un monito anche dietro la peggiore pazzia assassina.

Questo perché la divisione manichea tra bene e male alimenta la spirale della violenza: ritenerci come buoni insidiati dai cattivi ci rende sempre più ingiusti.

Dalle parole di Gesù: «Coloro che sono morti non erano più peccatori degli altri ma… se non vi convertite, perirete tutti» (Lc. 13, 1-5).

Chi cerca nell’altro soltanto ciò che è meraviglioso e piacevole, attende invano di trovare l’altro. Credo con forza che questo tempo ci è dato come opportunità straordinaria perché le bolgie dell’intolleranza possano diventare santuari di riconciliazione.

Pove del Grappa, luglio 2005