Chi era Maria?

"Attraversare il deserto" è il volumetto di Gaetano Farinelli uscito a fine 2001.
Narra la vita di Maria Stoppiglia, una persona silenziosa e fondamentale per Macondo. Un volumetto che vi invitiamo a leggere. "Il cammino di una donna alla ricerca della sua autonomia", così recita il sottotitolo del libretto di Gaetano Farinelli, uscito a fine anno.
Allora pensi di essere davanti ad una biografia, in questo caso la vita di Maria Stoppiglia, una donna che è stata per un decennio il punto di riferimento degli Italiani a Rio de Janeiro che, attraverso Macondo (ma non solo), hanno intrapreso l’avventura di avvicinamento alla realtà brasiliana.
E invece no. "Attraversare il deserto" già dalle prime righe ti fa capire che non si tratta di una biografia, non si scorge la ricerca paziente e meticolosa, l’attenzione alle date, agli eventi storici in cui la vita di Maria è trascorsa.
Già dalle prime righe sembra che Gaetano Farinelli stia raccontando a seguito di una domanda, rivoltagli da un’amica o da un amico, magari davanti ad un caminetto, al riparo dal gelo invernale, o sotto un bel cielo stellato mentre si godono la freschezza di una sera estiva: "tu che la conoscevi, chi era Maria?"
Gaetano comincia tranquillo, organizzando alla bene e meglio i ricordi e lasciandosi andare a episodi, frasi, non con lo scopo di seguire la vita di Maria, non per entrare nella sua psicologia o svelarne i pensieri più oscuri come deve fare un romanziere per caratterizzare i vari protagonisti, ma affidandosi all’unico elemento che è sopravvissuto e che si è fortificato negli anni vissuti assieme a lei: la relazione.
E Gaetano racconta proprio questo: come è nata la relazione, come è stata coltivata e basandosi su essa racconta le paure di Maria, il suo desiderio di autonomia e la fatica spesa per raggiungerla.
Se Maria sia veramente riuscita a vincere questa sfida, non ci è dato di saperlo. E Gaetano Farinelli non lo dice e non può dirlo, perché questa sfida che l’ha accompagnata per tutta la vita era talmente intima che poteva risponderne solo alla sua coscienza. E ben poco conta sapere se è stata vinta. Se c’è una cosa che ci viene donata dal racconto di Gaetano è che grazie a questa sfida Maria è riuscita a toccare visi, mani, a conoscere e conoscersi, a dare un senso alla sua vita, difendendo questo suo percorso con i denti. La vita di Maria -una vita anarchica, non nel significato di caos come lo definisce il "mostro" (così lei definiva il perbenismo), ma nel senso di ricerca e di assunzione di responsabilità- ricorda un adagio degli zingari: il motivo del viaggio non sta nell’arrivo, ma nel viaggio stesso. E Maria ha viaggiato, instancabile. E la voglia di viaggiare non l’ha abbandonata, neppure nella sofferenza. Il Brasile- il suo viaggio- lo avrebbe voluto riprendere anche durante le sedute della chemio, non aveva abbandonato la speranza di tornare tra i colori e il calore di Rio de Janeiro.
E tutto questo Gaetano Farinelli ce lo racconta con la lacrima trattenuta e il sorriso del ricordo, con saudade, direbbe un Brasiliano. E alla fine della narrazione ci verrebbe voglia di chiedere che continuasse, che ci dicesse qualcosa di più, ma sbaglieremo.
Quello che Gaetano ci racconta merita l’umiltà dell’ascolto, il lasciarsi guidare dalle sue parole, senza controbattere. In fin dei conti, alla domanda: "tu che la conoscevi, chi era Maria?", Gaetano Farinelli ci ha aperto il suo cuore e vi ha estratto quel meraviglioso vaso di vetro soffiato, delicato e leggero che assieme a Maria ha modellato, mostrandocelo. Lui quel vaso lo chiama relazione e noi non abbiamo nessun diritto di toccarlo.

22 Gennaio 2002