Chi ha bisogno di chi?

Africa sottosviluppata, Africa incapace… Mamadou ribalta l’analisi e dimostra che la verità è un’altra… Vi ringrazio per avermi dato l’occasione di essere presente a quest’incontro.
Sono un contadino senegalese e lavoro la terra con la mia famiglia. Da più di trent’anni lavoro con altre donne e uomini della nostra subregione per affrontare insieme i problemi che ci riguardano.
Chi mi ha preceduto vi ha parlato di lotta per l’esistenza. Ora avete davanti a voi un nero e potete ben capire quando anch’io parlo di lotta per la sopravvivenza.
Questo perchè da molti secoli gli Occidentali hanno voluto dimostrare che noi Africani non abbiamo cultura. Nonostante ciò hanno saccheggiato le nostre risorse minerarie e non solo quelle. E visto che non abbiamo ne’ storia ne’ cultura, non si sono fatti scrupoli per saccheggiare i nostri tesori artistici per abbellire i loro musei. Hanno preso milioni di uomini e donne per costruire l’economia dei loro paesi. E anche durante le due guerre mondiali siamo stati degli scudi umani per difendere le libertà dell’Occidente (c’erano degli Africani arruolati negli eserciti europei, n.d.t.). E dopo questo sacrificio hanno detto che, si, anche noi Africani siamo un poco simili a loro, perché ci hanno civilizzato e ci possiamo avvicinare un po’ a loro (un poco, non troppo!).
Vi dico questo per poter chiarire qual’è la questione fondamentale che si pone nel contesto della solidarietà internazionale, e per sapere che non abbiamo tutti le stesse priorità.

Per noi oggi, ma anche per i giorni a venire, il problema è quello della ricerca della identità. Perché se non si sa chi si è, non si sa da dove si viene, non si può neppure lavorare con gli altri per costruire qualcosa. E allora se vogliamo un altro mondo, cosa che è nella lotta, nell’impegno di ognuno di noi, ci vuole un mondo che difenda e rispetti le diversità culturali, che difenda e rispetti i modi di comportamento e i modi di pensare.
Credo che si cominci a riconoscere oggi che i primi uomini, gli antenati dell’umanità, arrivino dall’Africa. Quanti fiumi di inchiostro per riconoscerlo!
Il nuovo mondo che vogliamo dev’essere un mondo di tolleranza e non ci può essere tolleranza se coloro che hanno commesso il male non lo riconoscono e non se ne pentono, in modo che chi ha sofferto il male possa perdonare: questa è la condizione che va riconosciuta per continuare il dialogo mondiale. Un’altra condizione è che tutti i popoli siano uguali nella gestione del mondo.

Questa è il punto da cui parte l’organizzazione di cui io faccio parte e valutiamo come possiamo darvi un contributo.
Noi siamo generalmente al corrente degli accordi che avvengono in campo agricolo nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (O.M.C.). In questi accordi si impone a tutti i paesi membri di importare il 5% del loro fabbisogno alimentare. Per noi è un problema, in quanto quello che mangiamo non è sul mercato mondiale. Noi mangiamo cereali, tuberi e radici che non sono presenti negli altri paesi. L’agricoltura e l’allevamento occupano il 70% della popolazione. Quindi quando si impongono certe regole si creano problemi al 70% della popolazione. L’Africa occidentale, da cui provengo, raggruppa quindici Paesi: Nigeria, Ghana, Sierra Leone, Liberia, Guinea, Giunea Bissau, Capo Verde, Senegal, Mali, Burkina Faso, Benin, Togo, Costa d’Avorio, Niger e Gambia cioè 236 milioni di abitanti, di cui 180 milioni vivono di agricoltura. Di questi ultimi, ottanta milioni non riescono a raggiungere un livello sufficiente di condizione alimentare.
Quando questi paesi raggiunsero l’indipendenza gli ex colonizzatori europei spinsero affinché questi Paesi attuassero una politica agricola di esportazione. Perché con le esportazioni si hanno gli introiti che permettono di colmare il debito pubblico. I debiti accumulati dai nostri governi hanno fatto costruire delle città fantasma.
Chi conosce l’Africa sa che abbiamo delle megalopoli con 3-4 anche 8 milioni di abitanti. Ma queste città non sono organizzate per consentire un lavoro a tutti i suoi abitanti. Si pongono dei gravi problemi: marginalità e droga nelle periferie sono molto diffusi. Alle radici delle guerre che sono esplose in Sierra Leone o Liberia sono la conseguenza di uno storno di fondi tolti all’agricoltura per costruire queste città fantasma. Una maggioranza della popolazione lavora per il vantaggio di una minoranza. Per questo motivo da trent’anni abbiamo deciso di unirci per difendere le esigenze della popolazione agricola.

In tutto il mondo, quello che chiamiamo sviluppo, è quello che nasce dopo aver soddisfatto le esigenze alimentari. Gli accordi commerciali che ci sono attualmente tra i Paesi africani e quelli europei favoriscono l’esportazione di prodotti europei verso l’Africa. Sono prodotti coltivati attraverso sovvenzioni europee con l’aggiunta di finanziamenti appositi per poterli esportare. Ad esempio, la stagione del cotone 2000-2001, l’Unione Europea (U,E,) ha sostenuto con 1 miliardo di Euro Spagna e Grecia nella loro produzione (20.000 produttori). Gli Stati Uniti (U.S.A.) hanno sovvenzionato i loro produttori con 2,5 miliardi di dollari. In Africa Occidentale sono state prodotte 1,8 milioni di tonnellate di cotone di prima qualità che è stato impossibile vendere perché le sovvenzioni hanno alterato il prezzo abbassandolo in U.E. e U.S.A., rendendo impossibile la vendita di quello africano.
Quando da voi è Inverno, da noi si producono ortaggi. Lo facciamo facilmente, grazie alle condizioni climatiche. l’U.E. sta sviluppando programmi per produrre nelle serre lo stesso tipo di coltivazioni, che da noi vengono cresciute al sole.
Si sovvenzionano i produttori di galline in Europa che esportano le ali e le cosce, e poi a Ginevra e nelle manifestazioni internazionali si afferma che è il mercato che stabilisce la competitività.
Quello che si era smesso di fare durante la colonizzazione, si torna a praticare attraverso accordi commerciali e agricoli che ricreano le stesse condizioni di sottomissione.
Lo si ammetta, chiamando pane il pane, lo si dica chiaramente: "noi ne abbiamo i mezzi e le capacità, facciamo quello che vogliamo e voi arrangiatevi!".
Che l’U.E. si smetta di alterare i costi con sovvenzioni e poi dica che noi Africani non riusciamo ad essere competitivi.

Nella nostra organizzazione che raggruppa dieci dei quindi paesi, rappresenta 40 milioni di persone, ci stiamo attivando per dialogare con i poteri pubblici e dire che non siamo affatto d’accordo con gli accordi stipulati a livello di O.M.C.
Siamo d’accordo con il commercio mondiale, noi come persone siamo stati scambiati nel commercio mondiale, tutti i nostri prodotti sono nel mercato mondiale, ma vogliamo che sia una competizione ad armi pari. Se manca questo presupposto, dovremmo vedere tra di noi cosa fare. Molti di noi pensano che non siamo in condizioni di separarci dall’Occidente, ma cerchiamo di capire bene chi ha bisogno di chi nella cooperazione con l’Occidente. Nella bilancia commerciale è l’Occidente eccedente di prodotto. Nei meccanismi della cooperazione quando l’Italia investe un milione di euro ne riceve in cambio un milione e cento. Si dice che in Italia ci siano 60.000 Senegalesi o, più in generale, un milione di Africani. Tutto quello che guadagnano questi Africani è meno di quanto guadagna una sola impresa italiana in Africa. E allora: chi ha bisogno di chi?
Noi contadini della nostra subregione abbiamo teso la mano alle organizzazioni italiane ed europee per affrontare assieme queste questioni, perché oggi i contadini europei stanno bene, ma per quanto tempo ancora? In questo momento sono le grandi industrie multinazionali che stanno siluppando l’agricoltura, sono loro che fanno la trasformazione alimentare e si occupano della distribuzione. Dunque i contadini europei sono minacciati proprio come quelli africani. Del resto non credo che il mondo occidentale non avrà più problemi se non ci saranno più contadini da noi. Quindi noi pensiamo che ci debba essere una discussione tra agricoltori africani ed europei per stabilire quale futuro per l’agricoltura nel nuovo mondo.
Il nostro movimento fa un’opera di sensibilizzazione nei villaggi su questi problemi, per spiegare soprattutto che la prima sovranità di un Paese è la sovranità alimentare, non è la sovranità finanziaria o militare. E noi chiediamo che la sovranità alimentare vada difesa e rispettata in tutti i Paesi del mondo.
Produrre, preparare gli alimenti e cucinare fa parte della cultura di tutti i popoli, e non è perché questa produzione non la si vende nel mercato mondiale la si deve distruggere.
Nella nostra organizzazione ci battiamo per riaffermare la nostra dignità. La dignità dell’essere umano è di permettergli di vivere del suo lavoro, di permettergli di riflettere e di poter scegliere.
È la lotta per la propria dignità. Viviamo in un contesto in cui nessun popolo può essere messo da parte.
Ci sono dei casi ecclatanti che dimostrano i limiti della tecnologia, non si può manipolare la natura come si crede (pensiamo alla mucca pazza o alla diossina).
Insieme dobbiamo cominciare a riflettere sul nuovo mondo su come lo vogliamo costruire.
Vorrei concludere con una citazione della Bibbia che dice: "Il mondo è come un giadino che è stato costruito e che ci è stato affidato" e che individualmente e collettivametne abbiamo la responsabilità di prendere ciò che ci è utile e conservare questo patrimonio che Dio ci ha dato.
Vi chiedo, questa citazione deve far parte della Dichiarazione Internazionale dei Diritti dell’Uomo?

senegalese, presidente CNCR organizzazione rurale dell’Africa occidentale.
Intervenuto alla Festa di Macondo 26/05/02