Chiare, fresche e scarse acque

Scorrendo le pagine di Madrugada

Un bicchiere d’acqua non si rifiuta a nessuno. Sono entrato al bar, ho chiesto da bere: naturale o minerale? Oddio, naturale. Ho bevuto, sono uscito; mi ha inseguito il barista con lo scontrino: «Cinquecento lire» ­ mi ha detto. «Non sono miei». «No, no! sono da pagare». Dentro il guscio Riccardo Petrella, nell’articolo Il pianeta dell’oro blu, scrive che l’acqua è diventata un affare privato di enormi dimensioni.
Sono scappato con le mie cinquecento lire, sono entrato in una chiesa buia, ho intinto la mano nella pila dell’acqua santa: non c’era; forse non potrò accostarmi all’altare, mi sono detto, mi vela la polvere del tempo. Enzo Demarchi in Mitologia e religione ci ricorda il valore simbolico dell’acqua, che disseta e purifica.
Ma perché mancava l’acqua in chiesa? mi sono chiesto; forse il sacrestano s’è dimenticato. A Palermo non è la dimenticanza e neppure le cause naturali o l’inquinamento. Augusto Cavadi in Caso Sicilia, L’acqua alla gola afferma che la vera causa della carenza è la mafia.
Appena rientrato in casa ho aperto il rubinetto: l’acqua scorreva limpida, un poco clorata, ma potabile.
Ho pensato a Vittorio Bonfanti che beve l’acqua gialla dei pozzi, come scrive ne Il problema dell’acqua nel Sahel, a causa della terra argillosa, quando non arida, dei pozzi.
Ho disteso sulla tavola di cucina la tovaglia; e sulla superficie gialla l’anfora dell’acqua. Mi siedo assieme a mia figlia per mangiare. Iris, con la sua voce di vento, racconta che in classe era venuto un uomo a raccontare una storia di una terra lontana e mi mostrava la relazione di Giovanni Monini: Kenia. Storie di acqua, di conflitti e di civiltà.
Mi ricordo bambino che tornavo da scuola assetato; avevo preso la bottiglia nell’angolo per bere e mi ero trovato all’ospedale: avevo sbagliato contenitore e avevo bevuto cloro. Ma adesso dovrei uscire. Ho visto accanto alla porta di casa una locandina: Il cristianesimo sta morendo? È il titolo di un libro e mi incuriosisce, senza riferimenti alla mia disavventura.
Anche perché il problema non è la morte delle religioni; è che gli uomini continuano ad uccidersi. A Kabul entrano le truppe vittoriose, tutti fanno festa, ogni tanto sputano per terra, sui morti ammazzati. Ogni volta si comincia da zero; è significativo l’editoriale di una rivista di poco conto che recita: Non consegnerò la mia vita a nessun fronte. Il terrore e la guerra scritto da Giuseppe Stoppiglia, che non è obiettore, data l’età, ma non consente e non consuona con quanti ridono sul "maldipancia dei pacifisti", taratatatà.
A proposito di musica mi sovviene una canzone di cui ricordo le prime parole… pero no cambia mi amor, por más lejos que me encuentre, ni el recuerdo ni el dolor, de mi pueblo y de mi gente. Ed approfitto per leggere quanto scrive Monica Ruffato ne La cittadinanza dell’identità culturale. Il pluralismo delle società contemporanee, che riporta la canzone e mi serve per pensare alle differenze in un momento di tafferugli storici e amnesie.
Con tutto che dovevo uscire sono ancora a tavola.
«Papà, c’è posta per te»… è Iris che mi chiama, non è il postino di Maria De Filippi: una lettera di Maurizio Casagrande che non può tacere su quanto sta succedendo in questi mesi e scrive trasversalmente, su fatti e reazioni, in Piovono pietre, ma fino a quando?: dopo le torri e dentro la guerra. Del terrore e dell’orrore. E della fretta.
Ora salgo sull’osservatorio assieme a Mauro Pellegrino: per puntare gli occhi dentro e oltre.
E mi soffermo a guardare la stele di Axum a Roma: è bella, ma non è nostra. Bottino di guerra, di un’epoca "gloriosa" come scrive Andrea Pase in Axum­Roma, 1937­2001 e chissà quando tornerà nella sua terra.
Tra la posta di casa trovo anche la bolletta dell’acqua; poca cosa rispetto a quanti non ce l’hanno. C’è anche il diario minimo di Francesco Monini, fratello di Giovanni; vivace e dolente, come nei tempi di guerra. Anche il cronista trasversale ha scritto qualcosa in Macondo e dintorni. Ma non perderti Le immagini di questo numero di Madrugada ad introduzione delle fotografie, e tu mi dirai di quale numero? Ma del quarantaquattro, sulla ruota di Palermo. Che ti posso dare del tu?