Cile. diciotto anni dopo la vittoria della democrazia

Il resoconto di diciotto anni spesi per trovare un senso e risposte all’orrore della dittatura e che ancora mancano.
La resistenza di Ofelia

Ofelia ha 86 anni, i capelli bianchi, dolcissima in ogni atteggiamento. La conosco da alcuni mesi, ma ieri pomeriggio ha deciso di consegnarmi la sua storia. Un filo di voce, che però diventa ferma, profonda, quando comincia a raccontarmi come il 20 novembre 1975 agenti della DINA1 entrarono in casa sua e in meno di mezz’ora le distrussero la vita. Stavano cercando suo figlio maggiore, non lo trovarono e per questo obbligarono tutti quelli che erano in casa a seguirli al commissariato “per accertamenti”. Ofelia, suo marito, un figlio di 24 anni e sua moglie, appena sposati, un’altra figlia di 23 anni, suo marito e il loro bambino di 6 mesi furono trasportati a un commissariato del centro di Santiago. Lì, prima che venissero separati, sua figlia Catalina le aveva passato il bambino. Ofelia, con il piccolo fu rilasciata dopo alcune ore, ma non avrebbe rivisto più nessuno dei suoi.

Grazie allaiuto del Vicariato della Solidarità2 l’11 dicembre è riuscita a ricevere la notizia di un cadavere non identificato nell’obitorio di un ospedale cittadino, era quello di sua figlia. I corpi del marito, e di tutti gli altri non appariranno invece fino al 1990, interrati in una fossa comune nel cimitero generale. Ofelia mi racconta del dolore, tanto grande da non credere di poter sopravvivere e soprattutto dello sbigottimento quando un giorno dopo il suo arresto, alla televisione aveva ascoltato pronunciare il nome dei suoi figli, dichiarati morti in uno scontro a fuoco tra alcuni terroristi del MIR3 e le forze dell’ordine in un quartiere periferico di Santiago; dell’impotenza di fronte all’evidenza negata, e l’inizio di un cammino lungo, in cui cercando un perché di quanto le era precipitato addosso, ha scoperto che sì, il maggiore dei suoi figli da poco era entrato nel Movimento Isquierda Revolucionaria, ma soprattutto che tutti, con l’arrivo della dittatura non avevano smesso di credere alla giustizia e alla fratellanza. Erano ragazzi che, come migliaia di altri, avevano partecipato attivamente nei movimenti cristiani che si erano organizzati negli anni ’60 (come la Joventud Ovrera Catolica et. al.) e che, nonostante la repressione, stavano cercando di tenere in piedi una rete di solidarietà. Per questo erano stati torturati e uccisi.

Il difficile percorso dei Diritti Umani

Ancora oggi non è facile parlare di “Diritti Umani” in Cile, soprattutto non è facile trovare un accordo riguardo la definizione e il riconoscimento delle “violazioni dei diritti umani”. Gli ultimi 17 anni sono stati infatti un lungo cammino per mettere davanti agli occhi di tutti i crimini commessi durante la dittatura. L’esercizio del potere da parte di una Giunta Militare a partire dall’11 settembre 1973 portò con sé la detenzione di migliaia di persone in stadi, caserme, recinti carcerari per tutto il paese. La maggior parte dei detenuti ricevettero trattamenti degradanti e molti furono torturati, altri furono fucilati dopo esser stati giudicati da tribunali di guerra. Molti “desaparecieron”, termine che venne a caratterizzare la situazione di detenuti che furono assassinati e la cui detenzione non fu riconosciuta (anzi, venne espressamente negata, fino alle indagini che seguirono il 1990 e che portarono al ritrovamento di alcune salme) dall’autorità giudiziaria. Migliaia di Cileni richiesero asilo politico, altre migliaia furono “esonerati”4 nelle purghe politiche che si fecero nell’amministrazione pubblica, nelle università, nel sistema educativo e nelle imprese private.

Dopo 17 anni di dittatura il referendum5 del 1988, grazie alle forti pressioni interne e dall’estero (fino all’intervento di osservatori ONU) si è svolto regolarmente, in maniera pacifica e senza brogli. Ha vinto con il 56% dei voti la Concertazione di Partiti per la Democrazia (un’alleanza democratico-cristiana-socialista, contraria alla dittatura ma con posizioni più centriste rispetto al partito comunista e ai movimenti di estrema sinistra.) In questo modo ha avuto inizio il processo di transizione democratica in Cile. Patricio Alwin diventa presidente l’11 marzo 1990 con tre grandi obiettivi nell’agenda di governo: 1) rinforzare il regime democratico; 2) riformare l’economia al fine di vincolare crescita economica ed equità sociale; 3) prendere provvedimenti riguardo alle violazioni dei diritti umani; tutto questo nella prospettiva dell’obiettivo ultimo, il più grande, di ricostruire l’unità nazionale.

Purtroppo però tra la vittoria della Concertación nel 1988 e il cambio di mandato del 1990 la giunta militare ha legiferato in vari ambiti riducendo notevolmente la possibilità di azione del nuovo governo. E’ stata assicurata larga autonomia alle forze armate e imposta la inamobilività di tutti i comandanti in capo di queste (tra cui Pinochet, che resterà comandante in capo dell’esercito fino al 1998). Tra le altre limitazioni imposte dai militari, chiamate “leggi di ancoraggio”, restano l’obbligo di mantenere la piena vigenza della legge di amnistia per tutti i crimini commessi tra il 1973 e il 1978, e la copertura dei tribunali e dei posti amministrativi con persone aderenti al regime militare, e una serie di provvedimenti “de facto” che resero impossibile qualsiasi revisione sostanziale del modello economico e dei fondamenti costitutivi del regime.

Una società divisa dalla memoria

La divisione della società, con, da un lato, la assoluta fedeltà delle forze armate e di larga parte delle classi sociali più alte a Pinochet (nella convinzione di aver salvato il paese dalla miseria di un regime comunista) e con, dall’altro, la domanda di giustizia di chi sente il bisogno di riscattare la memoria dei propri cari uccisi o torturati, sembra così irrisolvibile.

Il rapporto della Commissione di Verità e Giustizia, una delle misure più importanti promossa dal governo Alwin, pur dando valore all’esperienza delle vittime nello stabilire che i fatti sono realmente avvenuti, non terminò in un processo di unificazione di “criteri e interpretazioni”6 generando una sequela di reazioni da parte dei diversi settori. Furono prese varie misure di riparazione, come la Oficina nacional de Retorno, che aveva il compito di facilitare la reinserzione nella società di coloro che tornavano dall’esilio, programmi gratuiti di assistenza medica fisica e psicologica per le vittime di violazione dei diritti umani, e alcune forme di riparazione monetaria, specialmente per coloro che si trovavano in condizioni di indigenza a causa delle persecuzioni. Tutte queste azioni però non ebbero quasi nessuna risonanza e diffusione a livello dei mezzi di comunicazione. Il tema dei diritti umani comportava un giudizio etico e politico sopra il passato che avrebbe messo in discussione le stesse basi della legittimità dell’operato delle forze armate, e per questo c’era il timore che ad affrontarlo si sarebbero riavviati la resistenza e il rancore. Anche le misure di riconciliazione che seguirono il rapporto della commissione di Verità e Giustizia, come la Mesa de dialogo sobre Derechos Humanos (in cui, tra il 1999 e il 2001 si confrontarono direttamente militari e associazioni di vittime, con l’obiettivo di ottenere informazioni riguardo ai luoghi di sepoltura di detenidos desaparecidos) e il rapporto della Comisión de Prisión Politica y Tortura (volto a individuare e a offrire forme di compensazione alle vittime della tortura) non riuscirono a smuovere la società cilena nella sua interezza.

Paragonando il processo di riconciliazione di una società all’elaborazione del lutto di un singolo emerge chiaramente che il primo passo in entrambi i casi debba essere necessariamente, la presa di coscienza dell’evento traumatico. Nelle strategie di risoluzione dei conflitti per cercare una riconciliazione si pone alla base del nuovo patto che le due parti cerchino di raggiungere la verità. Verità intesa come credibilità, come possibilità di ristabilire la comunicazione tra le due parti sulla base del comune riconoscimento degli avvenimenti trascorsi.

Questo processo in Cile non è avvenuto. E questo è forse il maggiore dei paradossi di questo paese, in cui l’unico giudizio pendente dei confronti del Gen. Pinochet riguarda un’accusa per corruzione e dove è ancora vigente la costituzione del 1980. I precedenti governi della Concertación, compreso l’ultimo, del socialista Lagos, non hanno saputo-potuto far fronte né al problema della giustizia né dell’uguaglianza sociale. Anche l’entusiasmo per la elezione di Michelle Bachelet sembra sfumare di giorno in giorno nel momento in cui le promesse della Presidente di ricostruire un minimo di stato sociale, una riforma del sistema scolastico etc. si infrangono contro gli interessi dei grandi gruppi che controllano l’economia. Il paese, nonostante i tassi enormi di crescita, continua a essere uno dei peggiori del mondo riguardo alla distribuzione della ricchezza. Per questo, nei quartieri più poveri il sentimento dominante è la sfiducia. Sfiducia di coloro che ancora aspettano che sia riconosciuto il danno che gli è stato inferto dalla dittatura, come il nipote di Ofelia, che non ha mai potuto conoscere i suoi genitori; sfiducia di chi, nato povero, ha visto che la sua condizione non è mai cambiata e che nemmeno cambierà quella di suo figlio.

Renca, periferia di Santiago: Non si spegne la speranza

Ma proprio nei contesti più emarginati, dove le sofferenze sono state più grandi e dove l’esclusione è reale e quotidiana si ricevono tesori di saggezza.

Ofelia mi raccontava che il modo con cui è riuscita a continuare a vivere è stato quello di dedicarsi agli altri. Lei si è stabilita a Renca (periferia di Santiago) quando ancora il distretto era quasi tutta campagna e ha visto tirare su una a una le case popolari, e mano a mano le ha viste riempirsi di gente che non aveva niente. Mamme sole, bambini scalzi e mentre la dittatura celebrava il progresso programmato dagli economisti della scuola di Chicago (in Cile si è sperimentato un modello di neo liberismo ancor più esasperato che quello della “deregulation” di Reagan o della Tatcher) lei si è messa a organizzare ollas comune (pentole comuni) e aprire la sua casa a chiunque potesse avere bisogno di aiuto. È serena, ma non può certo dimenticare i suoi cari. Ogni anno, anche durante la dittatura, nell’anniversario del 20 novembre ha cercato di dare un testimonianza della sua storia, di tenere viva la memoria. Lo striscione che portavano l’anno scorso i suoi nipoti diceva: “La DINA li ha uccisi, la stampa li ha umiliati, la concertazione li ha usati come merce di scambio. Nel trentesimo anniversario della morte, onore e gloria alla famiglia Gallardo.”

Santiago de Chile, 30 agosto 2006

1 Dirección de Inteligencia Nacional: polizia segreta alle dirette dipendenze del Generale A. Pinochet, responsabile della maggior parte degli omicidi e torture tra il 1974 e il 1978. In seguito a reiterare denuncie e pressioni internazionali sarà sciolta nel 1978 e sostituita con la CNI – Central Nacional de Inteligencia –

2 organismo dell’Arcidiocesi di Santiago, creato dal Cardinal Raul Silva Enriquez, che operò durante tutti gli anni della dittatura cercando di proteggere le vittime della dittatura attraverso assistenza legale e psicologica.

3 MIR: l’acronimo sta per Movimento Isquierda Revoluvionaria. Si trattava di un partito di sinistra radicale, esterno alla coalizione di Allende, i cui membri subirono una durissima persecuzione fino dai primi giorni dopo il golpe. Proprio per questo motivo, e per la storica ispirazione marxista-leninista fu uno dei primi partiti a organizzare una resistenza (anche armata) al governo di Pinochet.

4 “Exonerado” era il termine usato per definire i cittadini ritenuti non idonei a servire la patria, sia nelle forze armate che in qualunque altro incarico pubblico, perché ritenuti non affidabili e/o pericolosi. Quasi tutti coloro che negli anni del governo dell’Unità Popolare (la coalizione di Allende) avevano militato in partiti di sinistra, sindacati o altre associazioni civiche finivano in queste vere e proprie liste di proscrizione che, passando anche nelle mani di imprenditori e in generale di tutti i datori di lavoro escludevano da qualuque forma di sostentamento chi vi si trovava iscritto.

5 Nella costituzione stabilita nel 1980 con il passaggio dallo stato di guerra retto da giunta militare a una “repubblica” di cui Pinochet si autonomina presidente, (spartendo la gestione del potere fra le forze armate e una serie di familiari e di grandi gruppi imprenditoriali) veniva indetto per il 1988 un referendum con cui la popolazione poteva confermare l’incarico di presidente a Pinochet per altri 8 anni.

6 Lira, E. Loveman, B. Politicas de reparación, Chile 1990-2004, Ed. LOM; Santiago de Chile; 2005